Domenica, 25 Febbraio 2018 09:49

La presunta “Bibbia ebraica” di Reggio. Promemoria su una falsa notizia

Scritto da Tonino Ceravolo
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Il colophon con i dati tipografici del commentario al Pentateuco stampato a Reggio Il colophon con i dati tipografici del commentario al Pentateuco stampato a Reggio

Da parecchio tempo, ormai, circola in Calabria  ne possono dare testimonianza miriadi di siti internet e, da ultimo, anche Il Quotidiano del Sud nella sua versione online – la notizia, ripetutamente accreditata per vera, della prima Bibbia ebraica edita in Italia che sarebbe stata stampata a Reggio nel 1475. Questo preziosissimo cimelio, ovviamente di insigne e proverbiale rarità, sarebbe stato scoperto dal bibliografo e orientalista piemontese Giovanni Bernardo De Rossi (1742 – 1831), il quale nel 1816 lo avrebbe ceduto, insieme con il resto della sua importante biblioteca, a Maria Luigia d’Austria, duchessa di Parma, città in cui ancora l’incunabolo si trova tra le collezioni della Biblioteca Palatina, conservato sotto la collocazione ST DER 1178. Di tale esemplare, tra l’altro, si sa che è formato “da 115 carte, […] presenta legatura in cuoio, titolo, dati editoriali e fregi impressi in oro”. A ulteriore autorevolezza della notizia non si manca di riferire come questa preziosa opera, che adesso si accinge a fare ritorno in riva allo Stretto per essere esposta nella sua patria d’origine, si troverebbe citata sia nelle Memorie delle tipografie calabresi di Vito Capialbi sia nella Storia di Reggio di Calabria di Domenico Spanò Bolani, circostanza che conferirebbe un ancor più riconoscibile pregio a questo singolare primato calabrese. Quasi tutto giusto, se non fosse che la notizia principale è falsa come è falso che Capialbi e Spanò Bolani nelle loro opere sopra richiamate si soffermino su una “Bibbia ebraica” stampata a Reggio Calabria. E basterebbe un po’ di fact-checking (che non guasta nemmeno per l’informazione culturale), una minima voglia di controllare le notizie, per rimettere le cose a posto. Infatti, non di una “Bibbia ebraica” si tratta, bensì di un commentario al Pentateuco (quindi un lavoro esegetico, non una Bibbia) di Shelom ben Yshaq stampato da Abraham ben Garton a Reggio nel 1475: una prima edizione ebraica con data (questa è la corretta informazione storico-bibliografica sull’importante reperto) non una “prima Bibbia ebraica” calabrese e nemmeno, bisogna aggiungere, la prima edizione di tale commento o il primo libro stampato in ebraico. Quanto a Capialbi e a Spanò Bolani, è sufficiente leggere quello che scrivono: “In quest’antica, e illustre città posta all’estrema punta d’Italia di rimpetto alla Sicilia [Reggio, n. d. A.] vide sua luce la prima edizione Ebraica nel mese di Adar dell’anno 5235 della creazione del Mondo, vale a dire tra il febbrajo e marzo della era Cristiana anno 1475. Fu dessa il Commentario al Pentateuco di Rabbi Salomone Iarco impresso da un tal Abramo Garton figliuolo di Isacco, del qual niun’altra notizia mi è riuscito raccogliere” (V. Capialbi, Memorie delle tipografie calabresi, Napoli, Porcelli, 1835). Commentario al Pentateuco, scrive correttamente Capialbi, non “Bibbia ebraica”, come vorrebbero i suoi molto imprecisi ripetitori. E Spanò Bolani, che pubblica la sua Storia di Reggio oltre vent’anni dopo (1857), lo riprende testualmente (si veda la p. 331), senza aggiungere, interpolare o modificare alcunché (e, quindi, ribadendo, pure lui, Commentario e non “Bibbia ebraica”). Appartengono alla piccola storia di questa vicenda culturale anche le segnalazioni orgogliose di rare anastatiche (ossia riproduzioni litografiche) dell’esemplare parmense, spesso presentate come imprescindibili punti di riferimento per la consultazione stante la prevedibile difficoltà di accesso all’esemplare quattrocentesco. Eppure, anche qui, basterebbe poco, l’esercizio di un normale e facile controllo, qualcosa da farsi dal salotto o dallo studio di casa se si avesse la pazienza di reperire sul web la copia digitale (www.internetculturale.it) e poi, volendo, procedere a un comodo download, per ammirarla nel suo splendore sullo schermo, riprodotta in sfavillanti pixel (e senza compromettere, per le anastatiche, l’equilibrio forestale del pianeta).

Tonino Ceravolo

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