Domenica, 10 Dicembre 2017 09:43

La saja, il vancale, il dobbletto. I costumi popolari serresi tra negazione e riconoscimento

Scritto da Tonino Ceravolo
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Massaro di Serra San Bruno, 1907, in Lombardi Satriani - Rossi, Calabria 1908-10 [...], 1973 Massaro di Serra San Bruno, 1907, in Lombardi Satriani - Rossi, Calabria 1908-10 [...], 1973

Se si sfogliano le principali raccolte di costumi popolari dentro le quali siano ospitati costumi calabresi non ci vuole molto a osservare che esse si segnalano per l’assenza di Serra San Bruno e che questa assenza è tale finanche in quelle prove figurative che a Serra, o al suo contesto, si richiamano esplicitamente sin dal titolo. È quanto accade, per esempio, in una gouache di Luigi Del Giudice – La festa di S. Bruno in Serra, provincia di Calabria Ultra – nella quale sono presentati, tra l’altro, nelle loro fogge cromaticamente sfavillanti, gruppi di “popolani” di Bagnara, Mileto, Pizzo, Catanzaro, Parghelia, ma mancano, a dispetto del titolo dell’acquerello, costumi riferiti al paese di Serra. La medesima cosa si verifica in un acquerello di Saverio Della Gatta del 1814 (La fiera di San Bruno in Calabria): anche qui donne e uomini in svariati abiti, persino una inusuale statua di San Bruno in piedi e a braccia aperte dinanzi a una stele (e nella totale mancanza degli attributi iconografici che solitamente sono associati al santo), eppure nessun costume riferibile a Serra. Diversamente succede per Cardinale, Fabrizia e Simbario, i quali, per quanto raramente, sono specificamente rappresentati, sebbene talvolta i loro costumi vengano confusi con quelli di  altri paesi, come capita nella suite di Philippine Ferrero La Marmora Regno delle Due Sicilie – Fogge de’ costumi popolareschi (1840 circa), in cui a una donna di Squillace si attribuisce lo stesso abito altrove associato a Cardinale. Certamente sorprendente appare tale assenza persino in raccolte novecentesche, quali quella di Emma Calderini (Il costume popolare in Italia, Milano, Sperling e Kupfer, 1934), se si pensa che, in realtà, i costumi serresi erano già stati descritti da Horace Rilliet, giunto a Serra al seguito di Ferdinando II, nel suo Colonne mobile en Calabre dans l’année 1852, pubblicato a Ginevra, da Pilet & Cougnard, nel 1853: “A Serra il cappello calabrese è completamente sparito, per far posto a un berretto di lana blu che ricade sulle spalle; una giacca corta di velluto blu e pantaloni dello stesso colore, le calze bianche, qualche volta rosse, che si perdono in enormi scarpe con le fibbie formano il loro costume. Portano anche la stessa mantellina con cappuccio dei pescatori napoletani. Le donne portano sulla testa un velo piegato a quadrato, generalmente di lana grigia, che tessono esse stesse e che ricade a metà delle spalle avvolgendole come una mantellina. Questi tessuti di lana sono lavorati in grande quantità a Serra dalle donne che ne fanno bellissime tovaglie e plaid scozzesi”.  Pochi anni dopo sarebbe stato il sacerdote serrese Bruno Maria Tedeschi a descrivere più profusamente, nell’opera Il Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato diretta da Filippo Cirelli, i costumi locali, identificandoli anche attraverso il nome nell’idioma dialettale: “I contadini, i mandriani, i vetturali e le donne conservano la proprietà delle vesti. I primi indossano delle calze d’arbagio a mezza gamba, un giubbone, detto marinara, un corpetto della stessa roba e un lungo berretto in testa. Nei giorni festivi non cangia il tipo, sibbene la fisionomia. I calzoni e il giubbone sono d’un panno meno aspro e più ravviato; le calzette bianche e trapuntate di ricami, come anche il collare della camiciola; il berretto più fino e adorno di fiocchi e di trine. […] La donna, madre, o figlia di qualche artefice, indossa una gonna bleu oscura di tela, unita al busto, senza maniche. Questa gonna detta dobbletto, è cucita alla vita con ispesse e forti crespe tra loro aderenti per mezzo di fili orizzontali, come anche per saldo tessuto della tela; perciò ha una forma poco elegante, e quasi grottesca, che la fa rassomigliare piuttosto ad una veste di lutto. Ne diminuisce però l’effetto una zona di seta a vivi colori, che serve di cintura, adorna nel di dietro di un grosso nastro disposto in forma di rosone, e una sottoveste di magramma di tinte sfarzose, che si lascia appositamente vedere sul davanti col ripiegare al seno metà del dobbletto. Il busto attaccato alla stessa gonna con allacciature dietro le spalle, e la camicia ripiegata in due lembi orlati di merletti stringono il seno fino alla gola”. Sulla testa delle donne, la cui acconciatura era definita da Tedeschi “bizzarra un poco”, erano lasciate “penzolare alcune buccole inanellate” e il capo veniva coperto, insieme con tutta la parte superiore del corpo, mediante il vancale, un velo largo due palmi e lungo otto, di filo e cotone, avente lembi “ornati di strisce di diverso colore”. Nelle giornate festive, al posto del vancale, era indossata la saja, della medesima foggia e tessuta con lana e seta. Le donne sposate e le vedove portavano un velo nero, il ghietto, mentre le donne dedite alla vita spirituale, non mettevano vesti colorate e si coprivano con un velo lunghissimo detto carpitello. Le vesti di gala mantenevano la stessa tipologia degli abiti ordinari, ma si facevano notare per la maggiore preziosità dei tessuti e degli accessori: cinturini fermati da spilloni d’argento, merletti ricamati sul petto, collane di corallo e gioielli d’oro denominati “stilloni o smalto”. E ancora agli inizi degli anni Settanta dello scorso secolo Francesco A. Angarano ricordava di Serra l’abbigliamento dei pastori, collocandolo nel quadro più ampio dei costumi pastorali regionali: “La giacca di lana nera arbasu (orbace) detta marinara, senza bottoni con un piccolo risvolto sotto il collo e molto aperta davanti aveva una grande tasca chiamata frittulara. I pantaloni, ugualmente di lana nera, arrivavano appena sotto al ginocchio ed erano sorretti da una cinta cucita direttamente ad essi e che veniva abbottonata ai fianchi” (Vita tradizionale dei contadini e pastori calabresi, Firenze, Olschki, 1973). A fronte di questa constatata asimmetria tra la raffigurazione iconografica dei costumi serresi e la rappresentazione letteraria, che li documenta con apprezzabile continuità dalla metà del XIX secolo agli ultimi decenni del XX, un parziale “risarcimento” è costituito da due splendide foto, risalenti al 1907 e qui pubblicate, che immortalano un vestito femminile, probabilmente di un giorno festivo vista la qualità dell’abito e i monili che vi si scorgono, e un massaro quasi incapsulato dentro il suo “scafandro”, ambedue riportate da Luigi M. Lombardi Satriani e Annabella Rossi in una pubblicazione del 1973 (Calabria 1908-10. La ricerca etnografica di Raffaele Corso, Roma, De Luca). Immagini alle quali bisogna aggiungere una straordinaria foto di fine Ottocento, che rappresenta una giovane monaca della quale solo le mani e il volto, con i penetranti occhi neri (o forse con le pupille ritoccate), sono lasciati liberi dall’abito. Una foto che possiede almeno un secondo grande motivo di interesse, se si pensa che essa è un prodotto di quello studio fotografico Il Genio, di Luciano Cordiano e Giuseppe Maria Pisani (si veda, per questo, un puntuale articolo di Francesco Barreca pubblicato sul Vizzarro il 14 febbraio del 2015), che nella Calabria dello scorcio terminale del XIX secolo può, indubbiamente, considerarsi un’impresa pionieristica che merita ancora oggi di essere ricordata. 

Horace Rilliet, Costumi di Serra, disegno a china, 1852

 

Monaca di Serra in posa, foto dello studio fotografico Il Genio, fine del XIX secolo (collezione privata)

Il timbro dello studio fotografico Il Genio, fine del XIX secolo (collezione privata)

Vestito femminile di Serra San Bruno, 1907, in Lombardi Satriani - Rossi, Calabria 1908-10 [...], 1973

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