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Venerdì, 04 Marzo 2022 09:56

LA VOCE NARRANTE* | Le Serre vibonesi viste da Pasolini

Scritto da Eliana Iorfida
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Pier Paolo Pasolini (foto tratta dal sito web del Centro Studi Casarsa della Delizia: http://www.centrostudipierpaolopasolinicasarsa.it/) Pier Paolo Pasolini (foto tratta dal sito web del Centro Studi Casarsa della Delizia: http://www.centrostudipierpaolopasolinicasarsa.it/)

L’idea di celebrare il centesimo anniversario della nascita di Pier Paolo Pasolini sulle tracce del suo cruciale viaggio in Calabria, in particolare nel mio territorio di origine, le Serre vibonesi, mi accompagna da diversi mesi. Indagare il tormentato rapporto che legò questo eccezionale scrittore, artista e intellettuale alla Calabria, alla sua gente “bandita” e perduta, equivale a indagare noi stessi. Fare ancora una volta i conti con la nostra indole da struzzi, come lui stesso ebbe a sottolineare nell’arcinota diatriba col sindaco di Cutro; uscire una volta per tutte dalla retorica della “calabresità”, dalla schizofrenia che ci auto ghettizza, dalla nostra supponenza reazionaria.

Se da un lato questo centenario è occasione per riflettere su aspetti poco noti del pensiero politico e sociale dell’autore, dall’altro consente di intraprendere un dibattito critico, più che mai attuale, sulle contraddizioni di una regione e di una comunità che più di altre lo colpirono nel profondo, ispirandogli pagine di cruda verità e “amore per l’ingenuo”.

Cosa rimane della prima visita di Pasolini, a distanza di sessant’anni, in questa terra sacra e dannata, a tratti tragicomica? L’amara sensazione che nel vibonese, paradigma di marginalità e luogo-non luogo, si sia avverato non tanto il “genocidio antropologico” che lui stesso paventava, quanto un vero e proprio suicidio antropologico assistito.  Una provincia che figura 106esima alla voce “cultura e tempo libero” nell’anno in cui è stata proclamata “Capitale del Libro e della Lettura”, a riprova del fatto che non è sufficiente coagulare risorse e visibilità mediatica su un unico collettore.

Quanto dello sguardo di Pasolini, del suo racconto spietatamente autentico, è ancora ascrivibile alle nostre realtà socioculturali? Un interrogativo che ci riporta al viaggio intenso e coinvolgente che Pasolini fece alle radici di un’Italia agli albori degli anni ’60. Un tuffo nel passato che vuole essere strumento di comprensione di un’identità che tende a dissolversi nel mito e nella propaganda.

Il primo approccio che Pasolini ebbe con la Calabria lo si legge ne La lunga strada di sabbia, straordinario reportage apparso sulla rivista Successo, nell’autunno del 1959. Diario di viaggio che raccoglie emozioni e pensieri ispirati a un’eroica traversata in macchina dalla Liguria a Trieste, passando per la Sicilia e una Calabria che, all’epoca, era ancora definita “L’isola nella Penisola”. Da quello scritto, che costò a Pasolini querele e incomprensioni da parte della classe politica calabrese dell’epoca, emergono alcuni tratti salienti del pensiero che, in seguito, ebbe modo di elaborare sulla nostra terra.

Pier Paolo Pasolini descrive la Calabria quale terra che spaventa, che “non è riconoscibile, ma colma di dolcezza e mitezza”, incastrata in un ethos di disvalori, abbandonato a sé stesso e proprio per questo intatto.

“Ora vorrei sapere che cos’altro è questa povera gente se non bandita dalla società italiana, che è dalla parte del barone e dei servi politici. […] E appunto per questo che non si può non amarla, non esseri tutti dalla sua parte, non avversare con tutta la forza del cuore e della ragione chi vuole perpetuare questo stato di cose, ignorandole, mettendole a tacere, mistificandole”.

Così scriveva su Paese Sera, nell’ottobre del ’59, in occasione del “Premio Crotone” per il romanzo Una vita violenta, assegnatogli da una giuria di cui facevano parte Bassani, Gadda, Moravia, Ungaretti e Repaci. A quel primo incontro con la Calabria ne seguirono diversi altri. Del passaggio di Pasolini a Gerocarne e nelle Serre vibonesi rimangono, tra le atre, alcune testimonianze del compianto scrittore serrese Sharo Gambino (il Vizzarro ne ha scritto nel 2011). Proprio in un’intervista a firma Gambino uno dei capipopolo della protesta del ’68, ad Ariola di Gerocarne, dichiarò:

“L’unica somma che è arrivata sono state le 50mila Lire che ci mandò quello scrittore, Pasolini, dopo che venne e vide in che modo viviamo e con quei soldi abbiamo costruito un ponticello tra Arena e Gerocarne per superare un fossato”.

(I marcusiani dell’Ariola, per “I Quaderni Calabresi”, 1968).

In un secondo articolo, omaggio a Pasolini seguito alla sua barbara uccisione, Gambino cita la visita a Serra San Bruno e alla sua Certosa (Tra la perduta gente dell’Ariola, “Calabria Oggi”, 13 Novembre 1975).

Era il 1960 e lo scrittore si trovava in compagnia dell’amico comune Andrea Frezza, compianto regista e sceneggiatore originario di Vibo, che si prestò di accompagnarlo nelle tappe di Tropea, Serra San Bruno e Gerocarne. Di quella visita, purtroppo, non vi è traccia fotografica, come invece si è sostenuto per anni, in un misunderstanding sciolto dalla cronologia e dalle dichiarazioni dello stesso Gambino nel suo articolo (le foto oggetto di malinteso si riferiscono proprio all’incontro tra Frezza, Rosselli e Gambino, nell’ottobre del ’75).

Particolarmente produttivo fu il viaggio tra la primavera e l’estate del 1964, durante il quale Pasolini raccolse gran parte delle interviste che diedero vita al celebre documentario Comizi d’amore e, al tempo stesso, reclutò personaggi del popolo per il cast del film Il Vangelo secondo Matteo.

Personaggio controverso, divisivo, Pasolini è oggetto di tributi che spesso ricorrono a una mitologia infedele, che forse lui stesso avrebbe rifuggito; poiché, diciamoci la verità, la miserevole società nella quale viviamo non lo avrebbe amato né riconosciuto più di ieri. La mia regione in primis, se si fosse permesso di spiattellarle in faccia quanto già osservato all’epoca e, ahimè, valevole in parte anche oggi:

“[…] non si tiene mai abbastanza conto del vostro “complesso di inferiorità”, della vostra psicologia patologica […], della vostra collettiva angesi, o mania di persecuzione. Tutto ciò è storicamente e socialmente giustificato. E io non vi consiglierei di cercare consolazioni in un passato idealizzato e definitivamente remoto […]”.

Un bagno di umiltà al quale io per prima, grazie all’operosa collaborazione dell’Associazione “Il Brigante”, di Serra San Bruno, mi sento di chiamare a raccolta la comunità, i giovani in particolare, in un evento prossimo futuro. Una due giorni d’agosto articolata in momenti diversi, di riflessione e intrattenimento, che proverà a riportarci tutti sulla “strada di sabbia” battuta da un uomo solo, artista e intellettuale del quale il Paese non è mai stato all’altezza.

*La voce narrante è una rubrica del Vizzarro a cura di Eliana Iorfida, scrittrice e archeologa

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