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Giovedì, 14 Gennaio 2021 12:50

Pizzo, Belsito fu giustiziato perché aveva una relazione con la sorella di un affiliato del clan

Scritto da Redazione
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La Procura distrettuale antimafia di Catanzaro, guidata da Nicola Gratteri, ha fatto luce anche sull’efferato omicidio del 34enne Domenico Belsito, avvenuto a Pizzo nel 2004. All’esito delle indagini effettuate dai carabinieri del Nucleo investigativo di Vibo Valentia, coordinate dal sostituto procuratore Andrea Mancuso, il gip del Tribunale di Catanzaro ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di 6 persone, ritenute, a vario titolo, responsabili in concorso del reato di omicidio.

I militari del Nucleo investigativo, nelle prime ore della giornata, hanno dato esecuzione al provvedimento nei confronti di Nicola Bonavota, di 45 anni; Domenico Bonavota, di 42 anni (catturato a Sant’Onofrio, in un covo, dagli stessi carabinieri la scorsa estate, dopo quasi due anni di latitanza); Onofrio Barbieri, di 41 anni; Francesco Salvatore Fortuna, di 41 anni; Salvatore Mantella, di 47 anni, mentre risulta latitante il 47enne Pasquale Bonavota, già colpito da numerosi provvedimenti ristrettivi.

Era la sera del 18 marzo 2004, a Pizzo, quando Domenico Belsito, nei pressi di un noto bar, appena sceso dalla sua autovettura è stato raggiunto da numerosi colpi d’arma da fuoco, mentre i sicari facevano perdere le loro tracce a bordo di un’autovettura, risultata rubata e rinvenuta, ancora in fiamme, a pochi chilometri di distanza, nei pressi di una masseria. La vittima, dopo alcuni giorni di agonia e nonostante i tentativi disperati dei sanitari dell’ospedale civile di Vibo Valentia, è deceduta il successivo 1° aprile.

La sentenza di morte era stata eseguita perché Belsito, appartenente secondo i carabinieri alla locale di Sant’Onofrio e già sposato, avrebbe intrattenuto una relazione extraconiugale con la sorella di un altro affiliato.
Il lavoro investigativo, ricostruito dalla Direzione distrettuale antimafia, nonostante il lungo arco di tempo trascorso dall’omicidio, che scosse all’epoca la tranquilla cittadina napitina, ha individuato nei vertici della locale Sant’Onofrio i mandanti e negli elementi dell’emergente gruppo criminale di Andrea Mantella (oggi collaboratore di giustizia) gli esecutori materiali del fatto di sangue, maturato nell’ambito di logiche di scambio, finalizzate a sancire l’alleanza tra i due sodalizi ‘ndranghetistici.

La spedizione di morte, infatti, ha fatto seguito, a pochi giorni di distanza, al raid punitivo eseguito da killer della locale di Sant’Onofrio presso l’abitazione di Antonio Franzè, di 66 anni, rimasto ferito alla spalla destra da colpi di arma da fuoco, reo di avere mancato rispetto a Mantella, sminuendone in città la reputazione.

Anche del tentato omicidio dovranno rispondere i soli Mantella, Fortuna e Domenico Bonavota.

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