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Redazione: Salvatore Albanese, Alessandro De Padova
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Ci sono più motivi d’interesse per accostarsi a Natali ‘i ‘na vota. Antologia di poesie di Natale in dialetto calabrese di Sharo Gambino (Franco Pancallo Editore, 2003), libro su cui si conclude il ciclo di interventi che abbiamo dedicato ogni mese allo scrittore nella ricorrenza del centenario della sua nascita. E primo tra tutti è, ovviamente, il Natale stesso, qui visto e celebrato attraverso un caleidoscopio poetico nel quale poeti noti e meno noti (e alcuni anche anonimi) si misurano con l’evento religioso che è simbolo stesso dell’attesa. E c’è poi il ritornare sul Gambino antologista, infaticabile catalogatore dei reperti di quella cultura calabrese che ha sempre osservato nello spettro ampio delle sue manifestazioni, con una predilezione per i suoi aspetti legati alla vita dei ceti subalterni e alla loro quotidiana collocazione nel mondo. Da qui l’attenzione per il cibo (anzi, il “mangiare” come Gambino lo definisce nel titolo di un’altra sua antologia), per la passione erotica, per la protesta dinanzi ai soprusi delle classi dominanti. Per non dire del “piacere del testo” che spesso si ricava a leggere i versi qui antologizzati, che talvolta rovesciano punti di vista consueti sull’evento natalizio immaginando persino, come accade in una poesia di Achille Curcio, che, in fondo, la notte di Natale sia meglio trascorrerla in compagnia dei briganti e dei lupi in un mondo che “è na guerra” e “nu hjuma ‘e doluri”: “Cà armenu li lupi / nascendu ‘u Bambinu / teneranu mpacia / l’agneddhu vicinu. / E quant’alligrizzi / nte chiddhi paraggi / ma vidi i briganti / vestiti ‘e re magi”.
La giurgiulena, le pittepie, le zeppole e naturalmente il Bambinuzzo
E naturalmente Gambino non si nasconde e non tace che Natale non è più Natale, che non è quel Natale che la memoria conserva e di cui si recuperano le tracce in molte di queste prove poetiche, cercando di fissarne alcuni fondamentali caratteri nella prefazione al volume: “Certamente, Natale era tantissime cose. Principale l’attesa. Di qualcosa di assai piacevole, indefinita seppur nota in ogni suo dettaglio. Era il freddo intenso […], le tombolate, il sette e mezzo o la stoppa con le carte napoletane, attorno alla tavola su cui si era cenato, a portata di mano ancora il vino novello, i fichi con le noci, le castagne infornate, le melegrane, le arance e i mandarini (utili le bucce per segnare sulle cartelline i numeri man mano estratti). La giurgiulena o cumpiettu […], onnipresenti sul mercato i bastoncini di buone mandorle rivestiti di cioccolato di Soriano e di Cardona, di Bagnara Calabra, ‘Fornitore della Real Casa’. Parente povero l’impasto di arachidi abbrustolite e zucchero. Le susumelle, le pittepie o, a seconda del luogo, le pittenchiuse, le pitte di San Martino, i petrali, la pignolata … Le zeppole”. Quanto gusto per le cose buone di una volta in questo elenco, per i loro cento sapori, per i giochi sempre gli stessi di anno in anno, per quelle tavole imbandite con le nove o con le tredici cose, con sullo sfondo, “languorose”, le zampogne che dal sagrato della chiesa “avviavano il giro della novena sostando sugli usci dei devoti e dei paganti”. E sopra tutto il resto le zeppole, isolate alla fine dell’elenco: “Di pasta fermentata (acqua e farina, più morbide se aggiunta fecola di patate, con o senza le alici, con o senza miele), fritte nell’olio di oliva, erano leccornia di consumo, quotidiano. Se ne friggevano bastanti fino all’Epifania che tutte le feste portava via (tornavano morbide al calore della brace), se ne mandavano ad amici e parenti, i ragazzini gareggiavano in vista del sicuro regalo in soldini, centesimi, razze, nichel, mezza lira un sogno, una lira poi … da investire nel gioco a tombola”. Era, il verbo rigorosamente e sempre al passato, era l’attesa. Quell’attesa oggi, forse, sbriciolata e dissolta, in quel Natale televisivo e digitale che arriva con troppo anticipo, consumato troppo presto, già subito dopo i morti, Natale già in novembre, che non aspetta nemmeno l’Immacolata. Un’ attesa che, invece, allora (in quel tempo, una volta) culminava nella nascita di Gesù bambino, ripetuta e ritualizzata in ogni casa, in ogni cuore (una nota filastrocca serrese diceva: “Bambinuzzu di jdhuocu avanti / vienitindi alla casa mia / mu t’accuonzu nu lietticiedhu / ‘ntra sta povara anima mia”): “In un angolo della casa invasa dagli odori di cucina, il presepe, illuminato dalla fioca luce di uno stoppino naufrago nell’olio nel bicchiere a metà pieno d’acqua, attendeva il Bambinello portatoci, sulle spalle un panno bianco, dal piccolo di famiglia in grado di farlo, gli altri dietro cantando Tu scendi dalle stelle”.
E poi il gurzillo, la juovina, la strina
Ed eccole le nove o le tredici cose (e forse anche qualcuna in più) della tavola della notte di Natale nel menù di un cenone nel catanzarese: “Vermiceddi ccu l’alici / Vrucculi affumicati / Vrucculu quadiatu ccu limune / Baccalà cu l’olivi / Baccalà frijutu / Cavulu juri nzalata / Cavulu juri frijutu / Capituni in umidu / Capituni frijutu / Crispeddi e ‘zzippuli / Cucuzza e‘ viernu frijuta / Turruncini e turriuni”. Poi si andava verso la fine dei giorni del ciclo natalizio e accadevano nuove cose, anche queste ogni anno le stesse, perché altrimenti che ciclo sarebbe, emergevano nuove figure (lo strinaro, la juovina), figure della fine, si potrebbe dire, che chiudevano quel ciclo anche lasciando un sottofondo di inquietudine, facendo trasparire un lato in ombra e più oscuro, che per loro tramite trovava il modo di manifestarsi: “I bambini conservavano, in minuscoli sacchettini di stoffa (gurzillu, borsello) appesi al collo, le monetine avute in regalo (strina) o vinte, pur non ignorando, nelle famiglie povere, che nella notte tra il 6 e il 7 gennaio la Juovina, strega brutta e cattiva […] li avrebbe privati del piccolo tesoro”. Altrettanto cattivo poteva essere lo strinaro, che se ne andava in giro a cantare e a chiedere cibo, bevande e soldi (“Fammi la strina e falla di dinari, / pozza mu fai nu figghiu cardinali”), ma che se non soddisfatto poteva scagliare i propri puntutissimi strali contro i malcapitati: “Mu puozzi fare nu figghiu tignusu / Mienzu sta casa ci pendi nu ruollu, / quandu camini mu ti ruppi lu cuollu. / Mienzu sta casa ci penda na nuci, / mu quando muori ti negan ‘a cruci”. Un Natale, come si vede, anche poco oleografico, non da cartolina illustrata, che il verseggiare nel dialetto calabrese lascia erompere, ma anche un Natale che, come questa antologia curata da Gambino attesta, tende a sfumare e a farsi soprattutto memoria e ricordo, rimpianto in chi ha avuto modo di conoscerlo e si trova costretto a constatare che “non è cchiù comu na vota”. Tant’è che proprio in questo modo Salvatore Filocamo intitola un suo componimento del 1983, intriso di nostalgia per un evento che la modernità ha travolto: “Veni Natali e tornanu i ricordi / d’i tempi belli i quandu era cotraru, / quandu nt’e casi nc’era u focularu / e ‘a spisa si facia cu pochi sordi. / Quandu ‘a sira jocavamu ‘e nucilli, / picciuli e randi, fin’a menzanotti; / poi ndi ndi jemu ‘a Missa frotti frotti / zzumpandu ‘a scarza chi paremu grilli”. E poi a ricordare la madre davanti alla padella, le nacatole, le zeppole con le alici, lo zampognaro che suonava la novena e svegliava dal sonno mattutino i bambini: “Mo tu non soni cchjù giaramellotu / mo sona ‘a radiu e la televisioni; / vinni u progressu e sta generazioni / rivotau u mundu com’o terramotu. / Nta stu rigugghiu chi tuttu rivota / i belli usanzi antichi si perdiru, / chilli genti sinceri scumpariru: / Natali non è cchjù comu na vota!”. E però anche una volta (in quel tempo, allora) non per tutti questo Natale, poi avvolto di tanta nostalgia, era Natale, come Gambino osserva concludendo la sua prefazione, se un canto popolare calabrese racchiude la “tristezza e l’amarezza di chi”, persino quel giorno, “non aveva la possibilità di soddisfare il lungo sogno di assaporare un pezzo di carne”. Era un Natale di abbondanza che molti calabresi non intravedevano nemmeno sul banco del macellaio.
*Storico, antropologo e scrittore, cura per il Vizzarro la rubrica Nuvole
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