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La tomba di Charles Antoine Manhès (nel riquadro) nella chiesa di San Domenico a Benevento (fonte: Wikipedia)
Altre volte ci è capitato di osservare come nell’ampia produzione di Sharo Gambino vi sia stato una sorta di fil rouge che l’ha attraversata, un motivo conduttore, tra altri che è possibile affiancargli, che ha costituito anche un’importante indicazione di metodo. Dovuto, forse, al sottofondo illuministico della sua formazione culturale, al suo razionalismo costantemente esercitato dinanzi alla realtà quotidiana e al mondo storico, a una connaturata curiosità che lo spingeva a esplorare, chiedere, indagare nel tentativo di scoprire e svelare il lato nascosto delle cose, se c’è un atteggiamento intellettuale che ha contraddistinto Gambino questo è da rintracciare nel desiderio di trovare e riportare sulla pagina l’altra versione dei fatti. La versione per così dire di minoranza, quella custodita in qualche manoscritto dimenticato o in qualche testo che soltanto con difficoltà e magari in ritardo rispetto agli eventi ha visto la luce. Se ne hanno significativi esempi in due testi all’apparenza minori, due tra i tanti scritti che Gambino ha dedicato alle cose di Calabria soffermandosi sui suoi “fatti diversi di storia letteraria e civile” per proporne ai lettori il volto in ombra, il primo dei quali riguarda la tragica morte del vescovo di San Demetrio Corone Francesco Bugliari (ritenuto assassinato dai briganti di Re Coremme e invece trucidato per mano di un potente e prepotente del luogo), mentre il secondo, di cui diremo più diffusamente, è storia locale, perché a Serra si svolse nel marzo del 1811, ma anche storia più ampia, perché è un capitolo e un capitolo tra quelli maggiormente noti del brigantaggio nel decennio francese.
Quel marzo 1811 a Serra San Bruno
“Per lungo tempo – scrive Gambino nelle pagine che dedica all’episodio (accessibili, oltre che in un opuscoletto autonomo, prevedibilmente, oggi, di difficile reperimento, anche in Sull’Ancinale, Il Brigante, 2005) – la Storia dei Borboni di Napoli di Alessandro Dumas padre fu ritenuta una sorta di Vangelo da chi si avventurava in un discorso sul fenomeno del brigantaggio che imperversò specie nella parte meridionale della Calabria durante il decennio napoleonico. Persino Francesco Saverio Nitti […] l’assunse, senza distinguere il grano dal loglio, allorché si impegnò nella stesura delle pagine Il brigantaggio meridionale durante il regime borbonico non ignorando, certo, che il padre de Il Visconte di Bragelonne e dei Tre moschettieri aveva un ben strano modo di fare la storia interpolandola con i frutti della propria fervida fantasia e non celando una smaccata partigianeria, afflitto com’era da un esasperato sciovinismo da dolce Francia. Un’ulteriore riprova […] ed un’ennesima conferma di quanto la ‘storia’ del Dumas debba prendersi col beneficio d’inventario l’abbiamo tra le pagine ingiallite di una ‘platea’ conservata nell’archivio della Chiesa Matrice di Serra San Bruno”. In questo scartafaccio Gambino ritrovava il racconto, “senza tersezze e senza fiori”, che il sacerdote don Domenico Pisani aveva fatto di “come effettivamente andarono i fatti a Serra S. Bruno […] nel marzo 1811”, una pagina, questa del prete serrese, che – commenta Gambino – “[…] seppur nelle linee generali pare combaciare col racconto di Alessandro Dumas, se ne discosta e si pone sull’altro versante e per la ricchezza dei nomi e di indicazioni e di fatti e, soprattutto, per la denuncia dei modi e dei sistemi con cui l’esercito murattiano si imponeva nei riguardi delle popolazioni calabre”. Protagonista del diverso racconto di Alexander Dumas e del sacerdote serrese era il generale francese Carlo Antonio Manhés, che a Serra era stato mandato per reprimere le insorgenze delle bande brigantesche e che, per riuscire nel suo intento, aveva cominciato con il far chiudere le chiese del paese, esiliando sacerdoti e religiosi pur di farsi consegnare dai serresi i briganti colpevoli di fatti delittuosi.
Manhès, le “bestie feroci” serresi e un’altra lettura dei fatti
Maggior ricchezza dei particolari e denuncia delle modalità che l’esercito francese aveva utilizzato in Calabria dinanzi al fenomeno brigantesco, dice Gambino distinguendo le più modeste (ma più veritiere) parole del prete serrese da quelle del famoso scrittore. Il ritratto che Dumas aveva dato di Manhés nei giorni della sua presenza a Serra – come Gambino noterà in un altro breve contributo dedicato all’episodio – era tutto a tinte positive, contrassegnato da “modi civili ed umani”, evidentemente contrapposti alla natura eslege di quelle “bestie feroci” (l’espressione è di Dumas) dei serresi. Tanto che già quando Manhès era giunto a Serra si era ritirato in maniera quasi dimessa nell’alloggio dove sarebbe stato ospitato: “Vi entrò con la morte nel cuore, si rinchiuse nella camera del suo quartier generale improvvisato, e rifiutò di ricevere le autorità e le persone più potenti del luogo venute ad ossequiarlo” (così Dumas). Ben diverso il racconto di don Pisani: “Fu portato al palazzo dei signori Peronacci, dove non tardò che pochi momenti ad esternare il suo rigore, o a dir meglio la sua mania in persona del nostro giudice Chimirri, che prese per lo petto e menò a terra; e del Sindaco militare Domenico Barillari di Japico, cui diede un forte colpo di paletta sul braccio”. Trentadue anni, fattezze regolari, capelli biondi, denti magnifici, Manhès viene presentato nelle pagine di Dumas come (testualmente) un “angelo sterminatore”, una “bellezza del Nord […] totalmente nuova per quelle nature meridionali”. Steso il cordone sanitario intorno a Serra con il divieto per i serresi di accedere ai comuni vicini, serrate le chiese e la casa comunale, mandati i preti e i magistrati a Maida, condannati gli abitanti a “non far più parte della società umana”, il problema del brigantaggio era stato presto risolto perché i serresi, pur di liberarsi da quel cordone sanitario e di riavere la libertà di culto, si erano adoperati per la distruzione dei briganti. Ed è anche nella lettura complessiva di quanto era accaduto che Gambino, anche grazie al “modesto” resoconto del prete serrese estensore della Platea, presenta quell’altra versione dei fatti che non collima con l’interpretazione che ne aveva dato Dumas: “è fuori dubbio che ad ingrossare le fila del brigantaggio contribuì […] grandemente anche il comportamento delle truppe di occupazione, le quali si lasciarono andare ad azioni di rappresaglia la cui crudeltà non fu certo inferiore a quella delle gesta brigantesche. Certo, era la guerra; ma è anche certo che una più mite occupazione avrebbe consentito ai calabresi che non ‘stavano’ tutti briganti e non tutti erano manutengoli dei capi-massa, di apprezzare, confrontandola col regime borbonico, l’opera di riforma iniziata da Giuseppe Bonaparte e mandata avanti dal cognato Gioacchino Murat. Tutto questo è rimasto nella penna di Alessandro Dumas, la cui premura era quella […] di far apparire i francesi esercito di angeli benefattori. Ronca, Benincasa, ecc. si ingrossavano giorno dopo giorno perché i calabresi non avevano l’intelligenza di capire quale alto scopo aveva spinto nella loro terra i soldati di Napoleone. Erano barbari, erano feroci, erano infidi e traditori. E quegli agnellini dei suoi compatrioti avevano un bel da fare per guardarsi le spalle e sperare di riportare intera la pelle a casa quando sarebbe stato il giorno del rientro”. Un’altra versione dei fatti che, però, nel contestare la versione “fiorita” di Dumas, non rivelava certo indulgenze filo-borboniche né forniva materia per revisionismi prêt-à-porter.
*Storico, antropologo e scrittore, cura per il Vizzarro la rubrica Nuvole
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