Domenica, 03 Ottobre 2021 12:51

Sharo Gambino e un «orrendo crimine» del 1934. Ecco l’origine del nome Malifà

Scritto da Sergio Pelaia
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Un ragazzo gracile e sbarbato, che ha 21 anni ma ne dimostra qualcuno in meno, si aggira per le campagne delle Serre. Si chiama Francesco Ficchì, viene da Montepaone ma è scappato dal suo paese. È un pastorello, da qualche tempo lavora in una fattoria ma smarrisce una zappa e, per paura della reazione del padrone, si allontana senza dare più notizie di sé. Arriva a Simbario, in una zona isolata, ed è stanco e affamato. Scorge due ragazzi che giocano vicino a un casolare e poco distante vede, poggiato a terra, un fazzoletto raccolto come a contenere qualcosa. Si avvicina, senza farsi vedere dai due ragazzini, e prende il fazzoletto. Lo apre e con sollievo ha la conferma di quel che sperava: dentro ci sono due mele e un pezzo di pane. «Ma non lo portò alla bocca. Non ne ebbe il tempo. Perché sentì qualcosa di freddo penetrargli nel collo. Scivolò lentamente a terra senza più vita e continuò a scivolare in un mare di nuvole verso il regno dove non avrebbe avuto più fame». Il pastorello viene ucciso con un colpo d’ascia. Decapitato. Solo perché ha provato a rubare un tozzo di pane.

Il crimine e il romanzo
È un fatto vero, un «orrendo crimine» avvenuto a Simbario nel settembre del 1934. Le parole che abbiamo citato, dense di poetica compassione, le ha scritte Sharo Gambino. Il compianto narratore delle Serre raccontava quel delitto, 17 anni dopo, in un articolo apparso su “Momento Sera”, uno dei giornali nazionali per cui faceva il corrispondente. L’articolo è datato 1 dicembre 1951 e lo abbiamo scovato, assieme ad altri scritti e pubblicati anche sul “Roma” nelle due settimane successive, nell’archivio che la famiglia Gambino ha donato al Comune di Serra San Bruno e che di recente è stato reso consultabile nei locali della biblioteca “Enzo Vellone”. La straordinarietà di questi pezzi firmati dallo scrittore scomparso il 25 aprile del 2008 non sta solo nella tragedia che lui raccontava con il suo inconfondibile trasporto narrativo. Non sta solo nel giallo in parte irrisolto in cui il cronista abituato a consumare le suole delle scarpe si butta a capofitto mosso da pietà, passione e curiosità. La scoperta che pensiamo di aver fatto in questi vecchi articoli sta nel luogo in cui quel terribile delitto è avvenuto: contrada Malifà di Simbario. Lo stesso nome che qualche anno dopo Gambino avrebbe dato al luogo simbolo del suo capolavoro giovanile, Sole nero a Malifà, pubblicato nel 1965 e frutto della sua esperienza iniziata alla fine degli anni '50 come inviato dell'Unla nelle contrade di Nardodipace. Il protagonista del romanzo è un bambino, Gesuino, che va incontro a un destino tanto surreale quanto tragico.

L’arresto e la rivelazione dei familiari
Il terribile fatto di Simbario viene fuori alla fine del 1951, quando un contadino 47enne viene arrestato. Ad accusarlo di aver commesso quel crimine, l’omicidio del giovane Francesco Ficchì, sono i due figli e poi anche la moglie. Un brigadiere dei carabinieri aveva dapprima portato in cella sia il contadino che uno dei figli perché si erano picchiati selvaggiamente. Non era la prima volta. Il brigadiere Di Turi scorge però qualcosa di agghiacciante negli occhi dell’uomo, la notte successiva fa anche un sogno in cui lo vede ammazzare un bambino, dopodiché si mette in testa di indagare più a fondo. Chiede in giro e qualcuno gli racconta che il figlio del contadino si era lasciato scappare una frase davanti agli amici: «Mio padre ha un peccato grave e lo deve pagare». Il carabiniere interroga il figlio, poi l’altro figlio che era rimasto in libertà, poi la loro madre. Dopo iniziali reticenze tutti crollano e raccontano lo stesso fatto: l’uomo che per loro è padre e marito 17 anni prima aveva ucciso un ragazzino con un colpo d’ascia. Lo avevano visto, poi di notte ne aveva sotterrato il corpo sotto un melo. I carabinieri si fiondano in contrada Malifà e cominciano a scavare, ma non trovano nulla.

Uno scheletro senza nome
Da giornalista di razza Gambino non si limita a parlare con quelli che oggi chiameremmo gli inquirenti ma incrocia fatti, sente altre fonti, scava. Finché non scopre un altro episodio: 4 anni dopo la scomparsa del pastorello, nel 1938, in località “Pignole”, un castagneto che sovrasta l’abitato di Sorianello, vengono trovate delle ossa umane e una giacca. La giacca è dello stesso colore di quella che indossava Ficchì quando è sparito da Montepaone. I resti, analizzati dall’allora medico legale Franzè, appartengono a una persona che potrebbe avere circa 17 anni. Il cranio presenta una ferita da taglio. Insomma molti elementi fanno pensare che quello scheletro messo lì alla rinfusa, che senza dubbio era di un cadavere che si era decomposto altrove perché altrimenti le tante persone che frequentano la zona in cerca di funghi se ne sarebbero accorte, potesse appartenere proprio al pastorello del cui brutale omicidio 17 anni dopo sarebbe stato accusato il contadino di Simbario. Quest’ultimo aveva infatti nel frattempo lasciato la cascina di contrada Malifà per trasferirsi a Brognaturo e magari aveva disseppellito il corpo per portarlo altrove. Per arrivare da Simbario a “Pignole” basta un’ora di cammino, ma Gambino non si accontenta della versione più comoda e continua a indagare.

I dubbi e le ipotesi
Perché l’omicida avrebbe dovuto lasciare la giacca accanto alle ossa come segno tanto facile di riconoscimento? Dall’indagine era per altro emerso che il contadino aveva dato le scarpe del pastorello a uno dei figli, che aveva confermato questo macabro dettaglio. Allora perché tenersi la giacca e poi lasciarla lì? Non è che quel dettaglio nasconde un depistaggio e dietro il ritrovamento delle ossa c’è un altro delitto? Sharo Gambino se lo chiede, mette in fila i fatti e non rinuncia a riportare anche i suoi dubbi, tutti i punti oscuri della vicenda. Non sappiamo se qualcosa in più sia stato poi chiarito in sede giudiziaria. Dopo aver trovato gli articoli ci siamo confrontati con il fratello dello scrittore, Franco Gambino, giornalista e fotografo nonché memoria storica delle Serre, che ha dei ricordi vaghi: «In famiglia si parlava di questi fatti e mi ricordo che il nome Malifà risuonava in casa. Il legame tra il crimine di Simbario e il romanzo mi sembra più che plausibile». È un’ipotesi, ma concreta: quel crimine orribile di 87 anni fa ha ispirato un capolavoro che resterà per sempre.

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