Domenica, 31 Agosto 2025 07:20

Tra Nik Spatari sui tetti e il Renoir dimenticato. Sharo Gambino e la pittura

Scritto da Tonino Ceravolo*
Letto 2135 volte
Sharo Gambino, La calcara, olio su tavola, 1955, collezione privata (si ringrazia, per questa immagine e per quella in coda all'articolo,la Gipsoteca "Giuseppe Maria Pisani" per la gentile concessione) Sharo Gambino, La calcara, olio su tavola, 1955, collezione privata (si ringrazia, per questa immagine e per quella in coda all'articolo,la Gipsoteca "Giuseppe Maria Pisani" per la gentile concessione)

Sharo Gambino pittore. Sharo Gambino e la pittura. Per chi voglia sapere del primo e per chi magari mai abbia avuto modo di sospettare che un importante scrittore possa pure aver sperimentato una non banale consuetudine con tele e pennelli è il caso di visitare la suggestiva mostra che è ospitata a Serra nella Gipsoteca “Giuseppe Maria Pisani”, tra autoritratti e delicati acquerelli, intensi e densi paesaggi e una enigmatica rappresentazione di un Leopardi che si erge sopra una famigliola di figure come ritagliate da un foglio di carta (ma, al margine, diciamo che nel Municipio di Serra San Bruno è ospitato un suo bel dipinto, La treccia, attualmente in mostra, che fa subito ammirare le qualità dell’autore e che esistono illustri altri esempi novecenteschi, quanto a scrittura e pittura, basti pensare a Carlo Levi). E poi, per approfondire, immergersi nel catalogo della mostra, per le cure di Domenico Pisani, in cui sondare le ascendenze artistiche del Gambino pittore, i suoi rapporti con altri artisti del pennello, la ricostruzione di quell’ambiente serrese del XX secolo nel quale operarono anche pittori di valore venuti da fuori come Mario Menin.

Con Nik Spatari, appollaiato sui tetti

E per risalire, invece, al “secondo” Gambino, quello che l’arte non soltanto la praticò come artefice, ma la rese oggetto d’interesse non episodico, non estemporaneo, non casuale, basta spigolare un po’ nella sua opera letteraria - soprattutto i tanti articoli di giornale, poi, a volte, raccolti in volume - per coglierne la tracce, come nel caso del Cristo “ermafrodita” di Giuseppe Correale (1925-2012), visto in una mostra nel Seminario vescovile di Locri o delle terrecotte di Gemma Murizzi Incorpora (1896-1966), la scultrice delle “Maddame” o nel caso di Nik Spatari (1929-2020), il geniale artista calabrese autore del Sogno di Giacobbe e fondatore a Mammola del Museo di Santa Barbara, incontrato da Gambino per la prima volta durante un’estemporanea di pittura nell’agosto 1962 a Gerace. Quel medesimo Nik Spatari che soltanto tre anni dopo questo primo incontro sarebbe stato autore di un intenso disegno di copertina per la prima edizione di Sole nero a Malifà di Gambino, una china quasi nervosa, tormentata, cupa, che nel suo tratto già anticipava e delineava il cuore concettuale del romanzo, quella terra di peccato e senza redenzione della quale il protagonista del racconto di Gambino, il ragazzo Gesuino, incarnava tutto il dolore, il profondissimo male del vivere in un Meridione dimenticato. Ed eccolo Nik Spatari, nel resoconto di Gambino del 1962, in precario equilibrio sui tetti per dare forma alla sua opera: “Il giovanotto in camicia e pantaloni color sanguinaccio e un bel moscone al mento, dopo più di tre ore era ancora lassù, sui tetti, col cavalletto Dio sa come sistemato, l’enorme tela dinanzi e nelle mani tavolozza e pennello. Se non fosse che si muoveva, nervoso, lavorando d’impegno, si sarebbe potuto dire che quei tetti d’ocra fossero l’inusitato basamento di un monumento «al pittore»”.  Un “metro di tela” in cui Spatari “con un sapiente gioco di prospettiva aveva raccolto […] un panorama assai vasto che comprendeva la riva locrese e, venendo verso il centro, la grigia pianura […], poi la parte superiore con la Cattedrale policromicamente interpretata, la porta della meridiana e più sotto la piazza e un triangolo dei tetti sui quali s’era arrostito forse senza nemmeno accorgersene”. E con la pittura delle parole Gambino lo aveva descritto utilizzando pochissimi tratti: “Nik Spatari è un giovanottone nervoso. Ha gli occhi lucidi, come febbricitanti, ed il viso assai scarno”. Era l’inizio di un’amicizia che sarebbe durata una vita intera.

Un Renoir a Capistrano?

Come una vita sarebbe durato e per una vita lo avrebbe accompagnato il “caso Renoir”. Tutto era iniziato e si era sviluppato dal concomitante interesse dell’artista di Serra San Bruno Giuseppe Maria Pisani (1927-2016), coadiuvato da Giovanni Curatolo, e dello stesso Gambino, poiché se Pisani nel 1966 aveva scoperto nella chiesa parrocchiale di Capistrano l’affresco di un Battesimo di Cristo trovandolo non riconducibile a un ambito locale (“I colori non erano quelli usati dai pittori locali, ma erano brillanti, accesi, mai visti nelle nostre chiese. I toni chiari e luminosi e la ricerca della sintesi mi ricordavano pittori di ben altra formazione”, come riporta in un articolo su Esperide Domenico Pisani), era stato Gambino a scoprire, nel medesimo anno, nella rubrica delle lettere al direttore di Epoca, quanto scriveva un lettore che domandava “chi poteva essere il pittore francese che sua nonna aveva conosciuto in Calabria”, ricevendosi l’ipotesi del direttore del settimanale che potesse trattarsi di Renoir. Da lì a leggere la biografia che Jean Renoir, il regista, figlio di Pierre-Auguste il pittore, aveva dedicato al padre era stato per Gambino un passo veloce, sino a scoprire in quelle pagine che il grande pittore era venuto nel 1881 nell’Italia meridionale e che a Napoli si era legato d’amicizia con un prete calabrese “magro dal naso enorme” (identificato da Giuseppe Maria Pisani con il sacerdote capistranese Giacomo Rizzuti che, “con ogni probabilità”, Renoir aveva conosciuto a Napoli e che gli aveva consigliato il viaggio in Calabria). E proprio in un villaggio calabrese di montagna Pierre-Auguste Renoir aveva rifatto (rifatto e non fatto, la differenza, come Gambino avrebbe ripetuto più volte, è fondamentale) gli affreschi di una chiesa “distrutti dall’umidità”, servendosi di polveri colorate di cui si chiedeva se avessero retto. Non individuava Jean Renoir nel suo libro sul padre questo villaggio e non forniva precise indicazioni sulla sua ubicazione: “Solo la fortuna […] – commenta Gambino nel primo suo articolo dedicato al caso – avrebbe potuto darci una mano. E la fortuna venne. Venne sotto l’aspetto d’una vecchietta ultranovantenne che, raggiunto il nipote sistematosi a Roma dal vibonese, gli narrò, un giorno a tavola, che quando era bambina era stata ritratta da un pittore francese sempre sorridente e che malgrado l’età giovanissima che ella aveva a quei tempi, la chiamava «mademoiselle»”. Le due scoperte, quella dell’indagine storico-artistica di Pisani nella chiesa di Capistrano e quella scaturita dai riscontri di Gambino sul settimanale Epoca e nel libro di Jean Renoir, confluirono: “Fummo presi dall’entusiasmo e ci trovammo talmente coinvolti dalla scoperta – commenta Giuseppe Maria Pisani in un suo memoriale pubblicato da Domenico Pisani su Esperide – da discuterne continuamente. Sharo, ne scrisse molto su diverse testate nazionali”. Dopo sarebbero venuti Vittorio Sgarbi, Maurizio Calvesi, Andrea Camilleri e tanti altri a dire la loro sul manufatto pittorico rinvenuto a Capistrano, senza pervenire a una risposta certa e definitiva, ma l’origine dell’entusiasmante speranza – l’espressione è di Gambino – che potesse esserci la mano del maestro francese sarebbe rimasta per sempre legata alle persone e alla vicenda sopra raccontate.

Gius, Reppi o Giusmaria: Giuseppe Maria Pisani, l’amico “ritrovato”

Così questa breve rassegna si chiude proprio sul rapporto tra Gambino e Giuseppe Maria Pisani, peraltro nipote di quel Giuseppe Maria senior, discepolo di Domenico Morelli, che Gambino avrebbe ricordato nella pagine di Sull’Ancinale come colui a cui idealmente doveva l’esperienza grafica e pittorica che era stata “per quasi quarant’anni” la sua grande passione. Quel Giuseppe Maria Pisani, “nostro amico dalla seconda infanzia”, secondo le testuali parole di Gambino, “Gius o Reppi o Giusmaria, come variamente lo abbiamo chiamato nel corso di questo mezzo secolo di vita in comune”, che, nel momento in cui Gambino scriveva, se ne era andato “a vivere sulle rive dello Jonio, nella calda Soverato, lasciando noi nelle amate brume invernali di Serra” e del quale ricordava le opere in bronzo, i delicati ritratti a pastello e le scene certosine in cui “i bianchi monaci di S. Bruno sono come immersi in una atmosfera surreale, di luce, di dolcezza e di malinconia”. E forse per suscitargli qualche moto di nostalgia dopo il trasferimento soveratese annotava: “Ma nostre – oltre alle brume invernali prima ricordate, n.d.A – anche le radiose giornate primaverili e le fresche sere d’estate e il rezzo dei castagni e l’odore resinoso degli abeti e il canto dell’Ancinale”. Che i due amici di una vita si siano ancora una volta ritrovati, oggi, dopo la scomparsa di entrambi, nella mostra su Gambino pittore ospitata a Serra San Bruno nelle sale della Gipsoteca “Giuseppe Maria Pisani” non è da ritenersi, ovviamente, per nulla casuale e di quell’amicizia questo incontro “ideale” costituisce un importante suggello postumo.

*Storico, antropologo e scrittore, cura per il Vizzarro la rubrica Nuvole

Leggi anche:

Un libro, un autore, una storia/2. Silvano Onda e la chiesa dell’Assunta di Spinetto

Quel gran bugiardo di Dumas. Gambino e la storia del brigantaggio a Serra

Un libro, un autore, una storia. Brunello De Stefano Manno e la fabbrica di cellulosa a Serra

Puorcu, latru e camburrista. Gambino e i poeti della protesta

La Pentecoste serrese. Tre resoconti ottocenteschi della guarigione degli spirdàti

Nel ricordo degli amici scrittori. Repaci e gli altri nelle pagine di Sharo Gambino

Cosa si mangiava nella Serra. Una “povertà agiata” nella scarsezza di risorse

Autobiografia (ironica) di una fanciullezza fascista nella periferia dell'impero

Serra in idea. Una storia troppe volte negata

Due leggende metropolitane serresi. La scomparsa di Majorana e il pilota di Hiroshima

Contro clericali e massoni. La mancata elezione di Michele Barillari nel collegio di Serra

Nella Spoon River di Sharo Gambino. L’Ancinale, Serra e la Certosa

Medaglie e monete per un pontefice. Alessandro VIII e San Bruno di Colonia

L’ultimo deputato del collegio di Serra

Sharo Gambino, cento anni dopo

Natali di Calabria. Tra folkloristi e scrittori

La Croce, il sangue, i corpi dei santi. Un reliquiario medievale a Serra

Quale Certosa è più importante in un Regno? Una lite tra la Certosa di Serra e San Martino di Napoli

Tre cose (di Serra) che non vedremo mai

Il "diario" di Rilliet nella Serra di 170 anni fa: «Un quadro alpino dei più pittoreschi»

I miracoli di San Bruno nei tempi tristi delle carestie

La (mancata) fuga dal mondo di Giorgio Boatti nella Certosa

Per favore, lasciamo in pace gli “ultimi carbonai”

Memorie e storia di un monastero

Uno “strano” Ferragosto tra l’Assunta e San Bruno

Prima della “Certosa perduta”. Istantanee dagli inizi del XVII secolo

Meglio dell’Austria e della Germania. Un agronomo trentino a Serra/2

Un agronomo trentino a Serra. La “maraviglia” dell’abete e il “prodigioso” faggio/1

Quando i serresi litigavano con la Certosa

Canti, ‘ndivinagghi e novelle di Serra San Bruno

Memorie di geografia umana. Se “la Serra” non è soltanto Serra

Quando il “partito” della Matrice distrusse la “terza chiesa” di Serra

Pigghiate, Affruntate, «barbare usanze» e uova «cosmiche» di Pasqua

Cinquecento anni dopo. L’anniversario di un libro e delle prime immagini serresi

Morte al mondo. Sandro Onofri a Serra e in Calabria

Il libro magico e il tesoro perduto. Un omicidio serrese del XIX secolo

Il paese più bigotto della Calabria. Serra nello sguardo di Norman Douglas

Dispersi, smarriti e “ritrovati”. I libri della Certosa dopo il terremoto del 1783

“Chi belli fiesti e chi belli Natali”. Filastrocche e canti per la nascita di Gesù

Il ciborio delle meraviglie. Storia di un capolavoro tra Serra e Vibo

Le acque, la seta, i campi. L’economia serrese dopo il terremoto del 1783

E venne l’ora dei Normanni. Tra errori storici e sfilate in costume

Un paese nei programmi di Geografia. Serra nel “ritratto” ottocentesco di Carmelo Tucci

L’anniversario dimenticato. I 160 anni della “Serra di San Bruno”

Regolare, sorvegliare, punire. La “disciplina” nella confraternita dell’Addolorata a Serra

Il paese in cui si vorrebbe sostare. Serra sul "Treno del sud" di Corrado Alvaro

Storie serresi di Ferragosto. L’Assunta, il suo doppio e una tragica morte

A tavola con Sharo Gambino. Venerdì e domenica del mangiare calabrese

Nella dimora incantata di Ferdinandea. Il sarcofago di Ruggero e l'erba magica di Campanella

Un luogo serrese della memoria. L’inaugurazione del monumento ai caduti nel 1925

Una nuova “materia sacra”. Reliquie da contatto dal busto di San Bruno

Il viaggio di De Martino nel «piccolo Gange» di Serra San Bruno

I fotografi e la Certosa. Immagini da una storia

Il martirio della scuola in Calabria

Il collezionista della “Certosa perduta”

Riti di flagellazione a Pasqua. I vattienti in Calabria

La Certosa e il manoscritto scomparso

I fuochi di San Nicola a Spadola e la chioccia di Nicastro. In Calabria con Domenico Zappone

Un «benefattore» della Certosa? Achille Fazzari e la sparizione delle opere d’arte

Il patrono spodestato (e la festa degli abbaculi)

Lunario dello scrittore a trent’anni. Corrado Alvaro tra le memorie della Calabria

“Un presepe nel cuore”. Natale tra le pagine di un libro

Il Vizzarro.it - quotidiano online
Direttore responsabile: Bruno Greco
Redazione: Salvatore Albanese, Alessandro De Padova

Reg. n. 4/2012 Tribunale VV

redazione@ilvizzarro.it

Seguici sui social

Associazione "Il Vizzarro”

via chiesa addolorata, n° 8

89822 - Serra San Bruno

© 2017 Il Vizzarro. All Rights Reserved.Design & Development Bruno Greco (Harry)