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Redazione: Salvatore Albanese, Alessandro De Padova
Reg. n. 4/2012 Tribunale VV
Traiettorie di sguardi, sono quelle che, per secoli, si sono incrociate su un luogo che è quello a cui, per quattro anni, abbiamo dedicato su questo sito, due volte al mese, noterelle, appunti, riflessioni, postille su questioni note e meno note. Traiettorie di sguardi a partire dal primo tra essi del quale sia rimasta una traccia scritta rimbalzata da un secolo all’altro, per giungere sino a noi con la freschezza di una pagina che sembra, per la sua vivezza, scritta ieri: “In territorio di Calabria […] abito in un eremo distante da ogni lato dalle abitazioni degli uomini”, per poi proseguire a celebrare di quel territorio il clima salubre, le praterie verdeggianti e i “pascoli floridi”, le valli ombrose, i fiumi e le sorgenti, gli alberi da frutto e gli orti irrigati. Una “contemplazione estetica” del paesaggio è stata definita questa di Bruno di Colonia, prodotta sul finire dell’XI secolo da uno degli intellettuali eminenti del suo tempo, poi fattosi monaco ed eremita e venuto qui per trascorrervi l’ultimo decennio della sua vita. Una contemplazione a cui non avrebbe avuto accesso, invece, quasi trecento anni dopo Giovanni Boccaccio, che pur avrebbe voluto goderne e ne scrisse da Napoli, lamentandosi per il torto subito, all’amico Nicolò da Montefalcone, “non so se monaco o abate di Santo Stefano”: “Dopo che mi avevi illustrato l’amena solitudine dei boschi che, dicevi, circondano il cenobio, l’abbondanza dei libri, le limpide fonti, la devozione e gli agi del luogo, e di esso la ricchezza delle cose e la benignità del cielo – avendo suscitato in me il desiderio non solamente di vederlo ma, volendo il cielo, anche trovarvi asilo, di nascosto poi, quasi temessi da me chissà che insidie e tradimenti, hai organizzato la partenza”. Nottetempo, “come un ladro e un traditore”, Nicolò da Montefalcone si era imbarcato per la Calabria, verso i boschi delle Serre, lasciando Boccaccio a Napoli, a rimpiangere di non poter assaporare “i beni della tua esaltazione, della tua felicità e della tua gioia, goderne, e da quanto mi sarebbe stato offerto trarre più solida speranza”.
Una città fortificata e tre bambini mostruosi
Di tanti altri sguardi, famosi e meno famosi, abbiamo riportato, altre volte, le loro “visioni”, da Horace Rilliet a Norman Douglas, da Corrado Alvaro a Leonardo Sciascia e a molti ancora, ma certo è, se si vogliono abbracciare in una prospettiva d’insieme, che in molti tra essi a far gioco è stata soprattutto la Certosa, da cui si sono lasciati attrarre e meno il paese che le è gravitato attorno, in taluni casi persino misconosciuto o sfumato, considerato quasi come un’appendice di un ben più ponderoso trattato o una nota al margine, che possono al più servire per arricchire e per riempire o al massimo per specificare un dettaglio. Così era stato quasi ab origine, si può dire, almeno da quando la letteratura di viaggio sulla Calabria aveva cominciato a farsi corposa, se già in quell’incunabolo secentesco di essa che prese forma nelle pagine di Giovanni Battista Pacichelli “della Serra” si dice soltanto che “è situata nelle Montagne, ove i Forastieri vi trasportan ciò che la Vita humana ricerca. Vi si alimentan persone civili, e industriosi Artisti di ogni specie. Col Castello di Spatula riconosce la Regal Corte per 221. Fuochi. De’ Legnami delle sue Selve, e de’ Marmi graniti medesimi del Panteone famoso di Roma qui cresciuti e scavati, scrive bene il Barrio”. E totalmente ignorata essa rimane nei primi successori di Pacichelli, quali il Riedesel e lo Swinburne, che si affacciano nel secolo seguente ma per annotare qualche rigo sulla “Certosa di Stilo” [sic!] e nient’altro. Certo dopo il terremoto del 1783 ci sarebbe stato Giuseppe Maria Galanti che, da economista, si sarebbe intrattenuto sul paese e addirittura su particolari dell’abbigliamento (“Le donne tutte portano in testa una pezza di grossa lana lavorata a strisce rosse e bianche. Questa le copre tutte dalla parte davanti. […] Sotto di questa portano una tovaglia nera, le novizie, cioè quelle che non vogliono maritarsi, la portano bianca”) e ci sarebbe stato Richard Keppel Craven che avrebbe segnalato le case in legno e le “finestre a ghigliottina” e i campanili pur essi di legno delle chiese messi dopo il terremoto che le deturpavano, ma, insomma, per buona parte degli osservatori, seppur con alcune significative eccezioni (tale è, per esempio, il resoconto del francese Elie Perrin che riportò costumi e riti di socialità osservati a Serra, vedi, qui, un precedente articolo del Vizzarro) a far da baricentro era il monastero. Leon Palustre de Montifaut, per esempio, vi giunse nel 1866 e subito lo paragonò a “una città fortificata, con i suoi baluardi, i suoi bastioni e le sue torri”, per soffermarsi, dopo un passaggio a Santa Maria, sul grande chiostro carente, per via della “durezza” del suo granito, di “eleganti modanature” e di “fini arabeschi”, ma in grado di concedere all’occhio l’opportunità di “ritrovare le grandi linee maestose, gli archi graziosi, le snelle colonne dai severi e nobili contorni”. Per poi osservare il “bel cortile circondato da portici [sic!, in realtà l’antico chiostro dei procuratori], al centro del quale si innalza una fontana monumentale, formata da due vasche diseguali di cui la prima si adagia su di un peduccio elevato, la seconda sulle braccia tese di tre bambini mostruosi”. E infine concludere, immediatamente dopo aver fissato la chiesa dalla “facciata grossolana, dovuta a qualche barbaro architetto romano”, con un brevissimo compendio di storia che ne riportava le vicende recenti.
Pettini, spazzole e bistecche alla Bismarck
Si apre e si chiude, invece, con due squarci su Serra il resoconto di Friedrich Werner van Oesteren (Povera Calabria, Rubbettino, 2013), che visitò la regione nel maggio del 1908 e che, giunto in paese, non dimenticò di lodare l’Albergo Belvedere del quale era ospite: “Nella casetta di legno regnava una pulizia addirittura alpina pure nella sua povertà e semplicità, il che, tenendo conto del posto non deve sorprendere: è anzi del tutto naturale”. E doveva avere una particolare predilezione per questo fatto della pulizia van Oesteren se, superate le difficoltà iniziali per entrare nel monastero, una volta dentro annota il suo compiacimento per la “pulizia del convento, un unicum nell’Italia meridionale”, osservazioni che rivelano entrambe quanto il corredo di idee ricevute pesasse sulla lettura della realtà dei paesi del Sud che proponevano i viaggiatori, un Sud evidentemente immaginato come “brutto, sporco e cattivo” il quale se poi non si rivelava tale diventava generatore di meraviglia e sorpresa. E fatta la tara al suo macroscopico errore di denominare Santa Maria come “Santo Stefano del Bosco”, van Oesteren si rivelava un diligente osservatore che osservava le due statue di San Bruno e Santo Stefano dentro le nicchie laterali della facciata della chiesa conventuale, si intratteneva sul fenomeno delle sue guglie spostate per effetto del sisma del 1783, non mancava di registrare la presenza delle reliquie di San Bruno dentro la “chiesa matrice” [sic!] della Certosa. Ma a produrre un autentico incanto era lo spettacolo della natura che aveva modo di ammirare a Santa Maria, con accenti di immedesimazione e stupore che sarebbero riapparsi, pochi anni dopo, anche nelle pagine di Norman Douglas (vedi, qui, l’articolo del Vizzarro): “Qui regnava la vita, la grande meravigliosa natura, dal mormorio dell’acqua sorgiva, dal gorgoglio del ruscelletto che veniva giù dal bosco, saltellante e scintillante, e dal profumo di abeti stupendi risuonava la parola di Dio […]. Piante rampicanti di un verde luccicante abbracciavano i tronchi ampi arrampicandosi sino al groviglio dei rami e fondendosi con il loro verde scuro. Bianchi convolvoli come calici di calle cercavano di attirare le farfalle promettendo loro del nettare, mentre le onde del ruscello, saltellanti, lambivano, baciandole con le labbra umide, le pietre grigie inanimate su cui scorrevano veloci […]”. Molto più prosaica è la descrizione del suo rientro in albergo, tra pettini e spazzole per vestiti e capelli messi a disposizione nella camera dal proprietario e bistecche “alla Bismarck”, “uno dei pochi piatti di carne che si poteva ordinare senza problemi”. E con l’impossibilità di mettersi a scrivere in mezzo ai festeggiamenti del mese mariano: “All’improvviso cominciarono a partire i razzi e a scoppiare i mortaretti; partirono i fuochi d’artificio producendo un chiasso assordante; prese a suonare l’organo; sul portone della chiesa si accese una corona di luci; dalle finestre delle case fecero la loro apparizione lampioni multicolori, e […] cominciò a suonare la banda del paese formata da dilettanti”. La “stonata performance di tutta l’orchestra” (“un’orgia di dissonanza e un’assoluta mancanza del senso del ritmo”) concludeva la giornata particolare che van Oesteren aveva trascorso tra la Certosa e Serra.
*Storico, antropologo e scrittore, cura per il Vizzarro la rubrica Nuvole
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