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Un libro, un autore, una storia. Brunello De Stefano Manno e la fabbrica di cellulosa a Serra

Scritto da Tonino Ceravolo*
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È scomparso quando ancora avrebbe potuto dare molto alla ricerca storica Brunello De Stefano Manno, che si era fatto conoscere con un lavoro pressoché pionieristico firmato assieme a Gennaro Matacena, quel Le reali ferriere ed officine di Mongiana. Una scoperta della archeologia industriale: storia, condizione operaia, trasformazione del territorio, architettura delle più antiche ed importanti fonderie del Regno delle Due Sicilie, pubblicato a Napoli nel 1979 (e poi ristampato da cittàcalabria nel 2008) uscito con la prestigiosa prefazione di Gaetano Cingari. Quello era diventato, anche in ragione della sua formazione universitaria, il campo di ricerca privilegiato di Brunello (ci sia consentito, una volta tanto, usare il solo nome di battesimo), l’archeologia industriale, gli insediamenti produttivi della Calabria e dell’Italia meridionale nel periodo prima e dopo l’Unità nazionale e in quel settore avrebbe anche dato alle stampe l’originale lavoro sulla fabbrica di cellulosa a Serra argomento di questo articolo. Quanti studiosi venuti dopo di lui dal suo lavoro sulle ferriere sarebbero dovuti per forza transitare per riannodare i fili dell’indagine storica su quella fabbrica, assurta, non sempre in maniera criticamente motivata, quasi a simbolo del Meridione tradito, della “nascita di una colonia” per usare l’espressione di Nicola Zitara. Il suo interesse per la storia della Calabria aveva anche intrecciato la storia ottocentesca della Certosa (qui il nostro precedente articolo sul Vizzarro), nel tentativo di sciogliere la matassa di un controverso caso giudiziario, l’inchiesta e il processo che avevano fatto seguito all’omicidio del frate certosino Arsenio Compain (Assassinio alla Certosa. 21 ottobre 1844. Morte di Fra Arsenio Compain, cittàcalabria, 2008), una ricerca che era diventata pure, per riflesso, uno spaccato sulla vita di un popoloso paese del Sud intorno alla metà dell’Ottocento e dei rapporti di forza che vigevano tra le diverse classi sociali. Sono stati questi i punti di coagulo della sua attività intellettuale.

La prima fabbrica di cellulosa in Italia: la cartiera dei Fabbricotti a Santa Maria 

E a precedere l’uscita del saggio sulla morte di Compain era stato, sempre per le edizioni di cittàcalabria e avendo come co-autrice per la seconda parte del volume Stefania Pisani, La fabbrica di cellulosa e la villa Fabbricotti di Serra San Bruno (1892-1928), che recava come lunghissimo sottotitolo Dal ferro alla carta. Lo sfruttamento industriale dei boschi delle Serre Calabre. Storia dei primati conseguiti alla fine dell’Ottocento in Calabria dal primo produttore nazionale di cellulosa ed energia da biomasse. Dunque, la fabbrica, la villa e una famiglia toscana di proprietari di cave e grandi commercianti del marmo, quella dei Fabbricotti, giunta a Serra proprio per lo stabilimento della cellulosa, la cartiera sorta per iniziativa di uno dei loro esponenti, il conte Giuseppe Fabbricotti. Una famiglia del gran mondo italiano ed europeo che lascerà inevitabili tracce nella memoria locale, tanto che “un’arzilla signora di Serra” rivelerà a Brunello De Stefano Manno “di non aver mai capito cosa avessero di speciale le Fabbricotti da essere riuscite a vivere a Serra lontane dal rutilante mondo di città fatto di teatri, ricevimenti, balli e diversivi”. Di speciale – commenta l’autore – “avevano il tradizionale modo di vivere britannico avendo acquisito la tipica usanza inglese del vivere all’aria aperta, in piena campagna, lontano, dalle asfissianti metropoli ed al riparo dai vincolanti obblighi sociali” e a Serra le Fabbricotti avrebbero trascorso il tempo “tra passeggiate nei boschi, suonando il pianoforte, dipingendo, leggendo e chiacchierando in casa circondate da una pletora di servitori per lo più di origine toscana”. Questo all’ombra di quella “Fabbrica Italiana Cellulosa e Carta” che sarebbe stata, come rileva Brunello De Stefano Manno, la prima in ordine cronologico e anche “il più avanzato in termini tecnologici degli stabilimenti italiani produttori di cellulosa”, diventando pure l’antesignana degli “odierni impianti di produzione d’energia da biomasse”. Sorta nel 1892, il 23 ottobre dello stesso anno la rivista tecnica “L’Industria” aveva annunciato la nascita della fabbrica serrese a Santa Maria, rilevando che in Calabria erano “state introdotte nuove tecnologie e che la fabbrica avesse stabilito un secondo primato nazionale grazie all’impiego del cosiddetto gas d’acqua, termine con cui a quei tempi era conosciuto il gas ‘povero’, cioè quello ottenuto dalla combustione delle sostanze organiche e non derivato da giacimenti geologici”. Due anni dopo, gli Annali di Statistica del Ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio evidenziavano che lo stabilimento sorto a Santa Maria era “il più grande dell’intera Calabria, per numero di addetti, macchinario installato, consistenza del patrimonio immobiliare e solidità finanziaria dei suoi azionisti”. E certamente a dare un indispensabile contributo naturale alle strutture e agli impianti della fabbrica che trasformava il legno in carta – ricordata anche da Norman Douglas nel suo Old Calabria – era stata la notevole disponibilità di acque che andavano ad alimentare “la fitta rete di canali, di prese, cunicoli, vasche di raccolta e condotte forzate” ancora esistente, “compresa una vasca di decantazione, nota a Serra come lu guttazzu, vale a dire grossa botte”. Non seguiremo, ovviamente, la minuziosa analisi che il libro propone soffermandosi pure sui dettagli tecnici, ma alcuni dati, opportunamente riportati nel volume, possono far chiaramente intravedere, nella loro eloquenza quantitativa, l’importanza dell’insediamento produttivo serrese: “Tra l’anno dell’inaugurazione e il 1895, lo stabilimento di Serra aveva assorbito 80 lavoratori interni, progressivamente aumentati negli anni fino a raggiungere intorno ai primi del Novecento le 160 unità. A essi si univano circa 200 unità esterne, adibite ai lavori complementari di taglio, preparazione, trasporto e piantumazione. Ai trasporti in foresta erano adibiti una trentina di bovari ed una cinquantina di bestie da tiro. Ai collegamenti con le stazioni ferroviarie e marittime erano destinati circa venti carri da trasporto, sostituiti poi da camion. […] Ogni anno erano messe a dimora circa 700.000 piantine […]. Alla cura del vivaio ed al trapianto delle piantine erano delegate cinquanta donne […]”. Tutto questo, alla fine del 1927, trentacinque anni dopo il suo inizio, si concluse: lo stabilimento “chiuse i battenti”, l’azienda fu liquidata e la fabbrica convertita in segheria dal milanese Borasio che il 28 gennaio del 1928 aveva acquistato la parte immobiliare della foresta di Santa Maria. Il 25 novembre del 1947 la società “La Foresta”, così già denominata da Borasio, sarebbe ulteriormente passata ai fratelli Feltrinelli di Milano e da loro, nel 1949, ai fratelli Poletto. 

I Fabbricotti e lo chalet “Il Bufalaro” a Serra (ridotto in cenere da un incendio)

Tre anni prima della chiusura della fabbrica di cellulosa si era intanto dissolta in un incendio, la notte del 4 gennaio 1924, la villa Fabbricotti, la dimora serrese della famiglia a cui “era stato attribuito nome ‘Il Bufalaro’ perché sorgeva in località Bufalara di fronte alla fabbrica, giusto al centro tra la Certosa e il Santuario di Santa Maria che la proprietà circondava da ogni lato”. Progettata dall’architetto Vincenzo Micheli, lo stesso progettista delle ville toscane della famiglia Fabbricotti, era uno “chalet di tipo tirolese” formato da pianterreno, primo piano e mansarda, con un salotto panoramico al primo piano, “dotato di bovindo e detto La Galleria” e fornito di sale da bagno che – osserva Brunello De Stefano Manno – “suscitavano viva curiosità e non poche chiacchiere”: “A Serra, come dovunque in Italia, la funzione di vasca da bagno era demandata a tinozze alloggiate in angusti sgabuzzini; i lavandini erano alloggiati nelle camere da letto, erano del tipo mobile, catringolanti trespoli di ferro dotati di brocca e bacinella con deflusso in un secchio che a sua volta doveva essere scaricato a mano nel buco alla turca. Il bidet, per chi ne faceva uso, era costituito da un semplice bacile a forma di otto. Era così poco diffuso da indurre un ufficiale giudiziario del luogo a scrivere in un rapporto di sequestro: strano arnese a forma di chitarra di cui ignorasi l’uso”. Una villa che era oggetto di “continue fantasticherie” non solo per via dei suoi nobili abitanti, i conti Arturo e Carlo Andrea, la moglie di quest’ultimo Helen Bianca e la figlia Emma, ma anche per le sue soluzioni architettoniche insolite che rappresentavano una novità: il bovindo e il gazebo, le “pluviali e i quattro gocciolatoi angolari”. Ma i Fabbricotti non si precipitarono a venire a Serra non appena appresa, la mattina dopo il fatto, la notizia dell’incendio: Carlo Andrea rinunciò al viaggio, mentre Arturo chiese conto solo di “alcuni documenti e di certe reliquie care alla cugina Helen. Tutto il resto non aveva valore, le dimore toscane erano stracolme di tesori al cui confronto la robetta di Serra faceva la stessa figura degli oggetti riciclati che noi oggi abbandoniamo nelle case di vacanza, roba utile se ci si abita, altrimenti da dimenticare”. Considerati come scarti, gli oggetti conservati nella villa formavano, tuttavia, un catalogo non immeritevole di figurare in qualche collezione ed erano stati posti in buona parte in salvo da Filippo Pizzuti, prozio dell’autore del libro, che con i Fabbricotti aveva consuetudine: “Prelevò per primi i fucili inglesi che sapeva essere i preferiti dei Fabbricotti, poi le pistole, statue, statuine, lampade, lampadari, quadri, quadretti, specchi, disegni, fotografie, servizi di porcellana, brocche antiche, vasi orientali, cachepot, bicchieri di cristallo, posate d’argento, binocoli e cannocchiali. Salvò ninnoli e carabattole le più strane. Insomma, il bendiddio”. Cartucce e polvere da sparo, su indicazione di Arturo Fabbricotti, dovevano essere regalate da Pizzuti ai soccorritori che erano accorsi quella notte “a patto che le sparassero sul posto per celebrare l’incendio”.

*Storico, antropologo e scrittore, cura per il Vizzarro la rubrica Nuvole

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