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Ci sono almeno una parola, due libri, una dedica e un mistero a unire Leonardo Sciascia e Sharo Gambino. E dei due libri (e del mistero) abbiamo detto un’altra volta sul Vizzarro (leggi qui l'articolo Due leggende metropolitane serresi), perché è di uno dei grandi gialli del ‘900 italiano che lì si tratta, della scomparsa del geniale fisico Ettore Majorana che Sciascia aveva immaginato rifugiato dentro la Certosa di Serra e che Gambino, smontando la costruzione dello scrittore siciliano, disse invece, e con qualche ragione in più, non essere mai arrivato nel monastero. Diciamo, naturalmente, di quell’inchiesta giornalistica di Leonardo Sciascia che ben presto sarebbe confluita in un volume Einaudi del 1975, intitolato, appunto, La scomparsa di Majorana, nonché della “risposta” dello scrittore serrese consegnata alle pagine di tanti articoli e poi al libro L’atomica e il chiostro (Qualecultura, 2008). Ma vorremmo dire anche, perché in tale contesto di “fili” che passano tra i due pure questo è un legame, di una grande figura di monaco che accomunò Sciascia e Gambino, l’olandese dom Basilio M. Caminada, per Gambino uno dei “referenti” dentro la Certosa (e da cui pure non gli mancò qualche dispiacere per qualche recensione non del tutto “amichevole”) e che Sciascia incontrò a Serra, come documenta pure una foto scattata lungo il viale del monastero, descrivendolo nel suo libro in questo modo, con un ritratto al tempo stesso fisico e psicologico: “Ha la nostra stessa età. Alto, magro. Appoggiandosi a un lungo e rozzo bastone, di quelli dei pastori e degli eremiti, cammina trascinandosi dolorosamente un piede grosso di bendature. Parla meccanicamente della storia dell’ordine, della storia del convento: ma di tanto in tanto si volta e, indugiando su una frase, su una parola, ci guarda fissamente di uno sguardo chiaro in cui trascorre però una luce di diffidenza, di ironia. È come se indovinasse le domande che vorremmo fare. E le previene: disarmato, disarmante”. Ed è su dom Caminada che il Majorana di Sciascia si chiude, con il monaco olandese che lo interroga per sapere se ha risposto a tutti i suoi “quesiti” e con lo scrittore che rimarca questa parola (pronunciata “nell’incertezza del suo italiano o nella certezza del suo latino”?), prima di concludere che tanti di quei quesiti il monaco aveva eluso.
Western di cose nostre
E poi c’è una parola ad accomunare i due, che si situa lungo quel binario parallelo su cui Sciascia è stato esperto di cose di mafia, di quel “western di cose nostre” che insanguinava le strade della sua Sicilia e anche Gambino ugualmente esperto di mafia, ma di quella continentale che iniziava dalla punta estrema dello stivale per macchiare col sangue la sua Calabria. Tanto da guadagnarsi entrambi negli stessi anni, secondo una diffusa vulgata, quella qualifica di mafiologo che li avrebbe accompagnati e cioè di esperto di “mafiologia”, la scienza delle cose di mafia che alla sociologia e alla criminologia si rivolge, come chiarisce il dizionario Treccani, anche se nel caso dei due scrittori ci sarebbe da capire quanto potesse entrarci il “punto di vista” della sociologia. Una “mafiologia” da non mafiologi si potrebbe, tuttavia, dire per entrambi, per il netto rifiuto di quel termine se applicato a loro stessi, tanto che per Sciascia si può far valere un’osservazione di Francesco Virga su Dialoghi mediterranei: “Non ha mai amato essere considerato un mafiologo; eppure non conosco scrittori che hanno scritto quanto lui sulla mafia e sulla cultura mafiosa. A lui dobbiamo soprattutto l’idea originale secondo cui il vero spirito mafioso si annida in ogni forma di potere assoluto. Per questo non conosce confini geografici e ha avuto nella storia molteplici incarnazioni, dagli antichi Tribunali della Santa Inquisizione ai più recenti campi di concentramento e gulag”. Mentre per Gambino è la quarta di copertina di Vi racconto la mafia (Mapograf, 1993), verosimilmente ispirata da lui, a indicare il “vero”, allorquando come “studioso” di mafia si descrive e però dice di respingere quella definizione, quel suo presunto essere un mafiologo, perché “assai impegnativa”. Eppure anche per lui quanti libri e quanti articoli e quante inchieste sulla mafia, a cominciare da quel La mafia in Calabria, uscito in prima edizione nel 1975 per Parallelo 38, che gli fece vincere il prestigioso Premio “Sila” e che spalancò la finestra su un fenomeno all’epoca a dir poco sottovalutato, per molti quasi inesistente. E ne colse i caratteri nuovi e le trasformazioni, l’abbandono della vecchia pelle di serpente della mafia rurale calabrese, per indossarne una nuova, che le faceva lasciare per strada il vecchio “mito del rispetto” (e occorre sottolineare la parola mito) per passare “all’estorsione razionalizzata, anzi […] al racket vero e proprio”, facendosi mafia urbana che imponeva “la propria tassa a bar, alberghi, locali notturni, ristoranti, imprese industriali d’ogni tipo”. E ancora trasformandosi da agricola in edilizia con i lavori dell’Autostrada del Sole, tanto che sarebbe stato buon profeta Gambino a prevedere che “con il completamento dell’importante arteria essa non si ritirerà in pensione, ma, così bene avviata e sperimentata, continuerà un’impresa su più vasta scala e tempi non chiari si preparano con l’Ente Regione calabrese, così come è accaduto con quello a statuto straordinario della vicina Sicilia”. Per cogliere, infine, un fenomeno che in quegli anni aveva raggiunto un’acme significativa: 29 sequestri di persona tra il 1970 e il 1975, su un totale sino ad allora di trentatré, a tal punto da far pensare a “un’industria sui generis definitivamente installata nella regione […]. Un’industria che, non prevedendo impiego di capitali, ma solo la violenza fisica e morale, conosce, del suo bilancio, solo la pagina degli incassi, dell’attivo […]”. E ce ne fossero di non mafiologi come Gambino pronti a svelare il volto pietrificatore della Medusa, ce ne fossero di non mafiologi come Sciascia che era sul volto del potere, insieme con la mafia, che sollevava il sipario.
Con “amicizia dalla quale ho appreso molto”
E, infine, ecco l’emergere di un filo che non li lega soltanto per le vie di un argomento spinoso su cui si confrontano scrivendo (tale è il caso Majorana) o di uno spazio comune di interessi, scelte intellettuali, temi che ugualmente li attraggono (e, a volerlo, ci sarebbe da dire di tante altre cose, del comune “illuminismo”, di quel Voltaire che affiora nelle pagine dell’uno e in quelle dell’altro, dell’identica passione per le cose storte da dipanare alla luce della ragione). Un filo che è un autografo di Leonardo Sciascia, una dedica a Gambino (la cui conoscenza dobbiamo al figlio Sergio) sul foglio di guardia della prima edizione (Einaudi, 1966) di A ciascuno il suo, l’epopea, si fa per dire, dell’idealista professor Laurana che finisce travolto e ucciso nella Sicilia degli inganni. La dedica è di un anno dopo e dice: “A Sharo con profonda stima e amicizia dalla quale ho appreso molto. Leonardo Sciascia”. E si vorrebbe far notare l’uso del solo nome di battesimo nella dedica di Sciascia, senza il cognome, il segno di una vicinanza, di una prossimità, così come quel richiamare l’amicizia di Gambino dalla quale molto ha “appreso”. Per chi ha amato e ama i due scrittori la certificazione, se si può far passare il termine, di una comune aria di famiglia in questo modo riconosciuta e quasi enunciata, di quella medesima aura che si coglie in cento e mille pagine. Anche a partire dalla copertina del romanzo nei Coralli di Einaudi nel ‘66, quei tetti di tegole incombenti sulla strada, il parroco con il bastone da passeggio e la sua ombra proiettata nella piazza, il cane un po’ in disparte, la donna colta di spalle mentre osserva il mondo circostante. Una piccola piazza di paese, che è Sicilia, ma potrebbe essere anche Calabria, in bianco e nero come certi disegni di Enotrio.

*Storico, antropologo e scrittore, cura per il Vizzarro la rubrica Nuvole
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