Giovedì, 20 Novembre 2025 13:01

Il grande inganno. Lettera aperta a Milena Gabanelli sulle rinnovabili e la legalità costituzionale

Scritto da Controvento Calabria*
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Il *Coordinamento regionale Controvento – per il territorio e il paesaggio calabrese ha ritenuto di non poter fare passare in cavalleria l’ennesimo contributo banalizzante e fuorviante al dibattito pubblico sulle modalità di realizzazione degli impianti per la produzione di energia rinnovabile.

L’informazione industrialmente organizzata sostiene la necessità dell’attuale avanzata dell’energia cosiddetta pulita a scapito di ecosistemi, biodiversità, suoli naturali, boschi, crinali, colline, terreni agricoli, storia, cultura, paesaggi, buon senso e in spregio della Costituzione repubblicana e delle esigenze delle popolazioni. Queste ultime difendono i loro ambienti vitali e le loro attività economiche, e in tutto il paese si stanno creando focolai di protesta e tensioni sociali.

Abbiamo scritto una lettera aperta (di seguito il testo integrale) alla giornalista Milena Gabanelli, che in tanti anni di lavoro si è dimostrata valida e coraggiosa, perché purtroppo anche da lei (vedi il suo data room del 12 novembre per il Corriere della sera) è stato confezionato un servizio fondato sulla riduzione della complessità di questo delicato scenario, servizio che propone ai destinatari un quadro di riferimento della questione distorto e schiacciato sulla fonte confindustriale. La stima di cui giustamente gode la Gabanelli ci ha imposto di sottolineare all’opinione pubblica che nella circostanza non ha prodotto informazione investigativa e urticante al servizio del corpo sociale ma si è posta nel solco del discorso egemone, contrario di fatto alla legalità costituzionale e a una reale strategia di superamento della crisi ecologica.

La posta in gioco è troppo alta, e le interpretazioni riduttive e distorte di quanto sta succedendo si infiltrano nelle pieghe del comune sentire. Con la lettera abbiamo invitato la Gabanelli ad allargare lo sguardo, a non fare apparire normale lo stravolgimento della Costituzione Repubblicana e a mettere in discussione l’opportunità di affidare la soluzione della crisi ecologica alla stessa distruttiva economia di mercato e alle stesse logiche che l’hanno provocata.

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Gentile Milena Gabanelli, 

l'autorevolezza da lei conquistata in tanti anni di lavoro ci costringe a criticare pubblicamente i suoi interventi in materia di fonti energetiche rinnovabili: la stimano milioni di persone e ogni suo servizio, è inevitabile, influenza un’opinione pubblica riflessiva e consapevole che lei stessa ha contribuito a formare.

Ma negli ultimi tempi,  purtroppo,  attraverso comunicazioni a nostro avviso non soddisfacenti sul piano della qualità dell’informazione, culminate nel Dataroom del 12 novembre 2025 (Attacco a eolico e fotovoltaico..) confezionato insieme ad Andrea Priante, il suo meritato prestigio è stato speso non a beneficio di un giornalismo degno di questo nome ma a tutto vantaggio dell’esposizione di una tesi - o meglio di una fede - abbracciata per vie aprioristiche e dogmatiche e non sottoposta al vaglio né dei dati reali né del pensiero critico e della coscienza etica da lei dimostrata in tante altre occasioni.

La complessa, multidimensionale crisi ecologica planetaria – che si manifesta  e si alimenta nel degrado degli ecosistemi, nell’avvelenamento dell’ambiente, nella perdita di biodiversità,  nella rottura dei cicli biochimici e, di conseguenza, nel riscaldamento climatico le cui cause sono tutte da ricondurre alle scomposte attività antropiche e ai flussi incessanti di materia ed energia connessi a un'economia in rotta di collisione con i limiti biofisici della Terra – reclama la rapidità del famoso cambio di paradigma: non è più differibile la costruzione di una società votata all’armonia,  vale a dire – come scrive Roberto Mancini – alla giustizia nei rapporti interumani e alla interdipendenza equilibrata tra umani, non umani e i loro habitat. 

Perdiamo il bandolo della matassa se tutti i soggetti desiderosi di cambiamento e di pace (la competizione globale e la ricerca parossistica dell'utile immediato a tutti i costi sono già guerra) - i soggetti come lei e come noi - non si trovano fianco a fianco impegnati a gettare le basi di una civiltà più avanzata di quella attuale: come scrive Paolo Cacciari una reale transizione ecologica presuppone l’eliminazione della crescita economica dalle priorità che l’umanità deve perseguire, mentre il suo attuale posto privilegiato va assegnato alla guarigione dell’ecosistema terrestre. Per essere ancora più chiari: considerando che la rottura dei cicli vitali è avvenuta a causa della crescita delle attività antropiche, in particolare quelle industriali di massa (vedi la fondamentale rappresentazione dei principali cicli naturali elaborata da Johan Rockströme e Will Steffen, “Planetary Boundaries”), si rende necessario e urgente diminuire la pressione assoluta della specie umana sulla biosfera.  L’umanità deve arretrare, ridurre lo spazio antropizzato che occupa nel mondo. Se vuole salvarsi ... deve lasciare alla libera rigenerazione dei sistemi naturali almeno il 50% delle terre emerse e una percentuale dei mari ancora maggiore. 

Questa direzione si può imboccare in Italia nel migliore dei modi applicando e non continuando a dismettere la legalità costituzionale, riconoscendoci pienamente nei valori, tutti di bruciante vitalità, che sono alla base del Patto fondativo della Repubblica. Le fedi sono incondizionate e l’amore tende a essere cieco, ma lei, pur avendo sposato un approccio riduzionistico alla crisi ecologica simile a quello di Legambiente, declinato quasi esclusivamente come cambiamento climatico e problema energetico, può ancora divorziare, aprire gli occhi e posarli senza pregiudizi su quei 120 comitati di cui ha parlato un po' a sproposito.  Si renderà conto così di un  grave difetto di istruttoria della sua indagine: i comitati non hanno a volte torto e a volte ragione, come sostiene lei con il suo collaboratore, ma sono invece sempre dalla parte dell’ordine economico costituzionale,  che negli ultimi  decenni i governi della Repubblica hanno violato impunemente favorendo il settore energetico privato, al quale in questo momento fa capo, in un contesto di liberalizzazione spinta,  quello che in base all' articolo 43 della Carta fondamentale dovrebbe essere un servizio pubblico essenziale,  gestito da istituzioni esponenziali di collettività territoriali o da comunità di lavoratori e utenti. La produzione energetica da fonti rinnovabili come bene comune piuttosto che come affare privato garantito da soldi pubblici: è questa la ragionevole e legale richiesta dei comitati

I quali sanno bene che in Italia la giusta istanza di incrementare la cosiddetta energia pulita per contribuire alla decarbonizzazione,  invece di tradursi in un beneficio per gli ecosistemi e i cittadini, ha partorito, nel generale sonno della ragione, un gigantesco mostro: un fenomeno sconvolgente e paradossale (fondato su un enorme sacrificio finanziario a carico di tutti gli italiani e a danno dell’economia nazionale oltre che dei paesaggi e dell'ambiente,  e su comportamenti irresponsabili e immorali nell’amministrazione della cosa pubblica), con il quale è giunto il momento di fare una volta per tutte i conti.

Se fino ad ora la transizione energetica ha fatto a pugni con i più elementari principi di sostenibilità finanziaria, ecologico-ambientale, paesaggistica e territoriale, ci dicono fonti autorevoli come l’ISPRA (alle quali anche lei fa riferimento pur ridimensionando i dati messi a disposizione e trascurando la volontà del settore energetico privato di farsene un baffo della salvezza di quel regolatore climatico  chiamato suolo e dei suoi servizi ecosistemici) che si può realizzare invece un rapporto virtuoso tra la medesima transizione e la tutela del territorio,  imposta in ogni caso agli organi di governo della Repubblica dall' articolo 9 della Carta costituzionale. E come si fa? Utilizzando per gli impianti fotovoltaici - ovviamente tutti di piccola scala, integrati e diffusi capillarmente nelle realtà locali - soltanto superfici già artificializzate.

Una persona intelligente come lei non dovrebbe mai essere sfiorata dal pensiero che si possano sacrificare all’avanzata delle rinnovabili in versione stragista storia, cultura, crinali, suolo naturale, boschi, colline, terreni agricoli, buon senso, turismo, esigenze e vocazioni degli abitanti di ogni territorio. Dobbiamo evitare che si affermino in via definitiva le linee di tendenza rilevate e descritte dalla Soprintendenza Speciale per il PNRR che, in seguito ad approfondite valutazioni, ha affermato senza mezzi termini: È in atto una complessiva azione per la realizzazione di nuovi impianti da fonte rinnovabile [...] tanto da prefigurare la sostanziale sostituzione del patrimonio culturale e del paesaggio con impianti di taglia industriale per la produzione di energia elettrica oltre il fabbisogno […] previsto a livello nazionale, ove le richieste di connessione alla RTN per nuovi impianti da fonte rinnovabile hanno raggiunto il complessivo valore di circa 328 GW rispetto all'obiettivo al 2030 di 70 GW (nota Sopr. PNRR, prot. n. 51551 del 18 marzo 2024). In un anno il valore di queste fameliche richieste ha fatto un balzo in avanti fino ai 354 GW, mentre l’obiettivo, per ridurre la sproporzione, veniva fissato sui 131 GW.

A questo proposito le chiediamo, dottoressa, se la sua percezione di una attenuazione degli incentivi (uno dei tre ostacoli alle rinnovabili indicati dalla fonte confindustriale a cui lei dà credito) non le sembra contraddetta dal dato sopra riportato: un eccesso di domanda può nascere soltanto quando sussista una consistente occasione speculativa.  Gli operatori del settore energetico non rischiano con gli investimenti di tasca propria come dice lei, ma fondano il loro guadagno sul prelievo forzoso ai danni dei cittadini (il furto dalle tasche degli italiani di cui aveva parlato il ministro Corrado Passera nel 2012). Basti pensare che la debolezza e l’incostanza alle nostre latitudini della materia prima vento renderebbe non remunerativo un eventuale reale investimento sulla costruzione di un impianto eolico.

Cara Milena Gabanelli lei forse non ricorda che il rapporto OCSE 2011 conteneva una agghiacciante constatazione e due facili profezie. Con la prima aveva rilevato che i costi legati al sistema delle rinnovabili sono molto maggiori delle esternalità evitate con la mancata produzione da fonte fossile. Con le seconde anticipò agli italiani il destino che poi si sarebbe abbattuto inesorabile sulle loro tasche: l’implementazione del sistema ETS e lo sviluppo dell’energia rinnovabile, pagati dai consumatori, innalzeranno ulteriormente i prezzi dell'elettricità che in Italia sono tra i più alti in Europa (profezia 1); l'Italia, che ha un sistema economico particolarmente efficiente dal punto di vista del consumo energetico, perderà questo primato. Facili le profezie perché si erano da gran tempo aperte le cataratte degli incentivi senza fine all'eolico e al fotovoltaico creando un sistema impazzito,  retto - si fa per dire - da logiche eterodosse, che , fin da quando, alla fine del secolo scorso, il ministro Bersani aveva cominciato a favorire con i cosiddetti certificati verdi lo sviluppo delle rinnovabili, avevano determinato distorsioni e copiose emorragie di pubbliche risorse a vantaggio esclusivo di un ambito economico - finanziario capace di condizionare le scelte della politica.

Quest'ultimo aspetto, da lei e dalla Confindustria travisato e ribaltato, è certificato da un istruttivo documento ufficiale: all’epoca del governo Monti la bozza ministeriale della SEN (Strategia energetica nazionale) ammise esplicitamente che spesso le associazioni di settore italiane svolgono azioni di lobby nei confronti dei soggetti comunitari, creando situazioni di promozione degli interessi di settore a scapito dell'interesse generale del paese. E proprio in quel periodo il già nominato Corrado Passera non ebbe remore a dichiarare quanto segue: “Il giorno più brutto della mia esperienza di ministro è stato quando ho avuto la quantificazione dei 170 miliardi di euro degli italiani che sono andati impegnati direttamente su questo. Con 170 miliardi uno cambia il mondo”.  I 170 miliardi del brutto giorno di Passera sono ancora aumentati e supereranno nel 2030 l’ astronomica cifra di 400 miliardi, nei quali non sono compresi gli ulteriori benefici del cosiddetto dispacciamento, il processo strategico fondamentale svolto da Terna S.p.a. per mantenere in equilibrio costante la quantità di energia prodotta e quella consumata in Italia: quando necessità comanda Terna invia specifici ordini alle unità di produzione per ridurre o aumentare l’energia rinnovabile immessa in rete.

Anche l’energia prodotta ma non utilizzata, che dunque per nulla contribuisce alla decarbonizzazione, viene remunerata agli arraffa-incentivi, e naturalmente i costi del dispacciamento sono caricati sulle bollette degli italiani. Si riferiva al dispacciamento Carlo Stagnaro (un integrato professore, direttore di un istituto di ricerche, che diversi incarichi ha ricoperto presso il ministero dello Sviluppo economico durante i governi Renzi e Gentiloni) quando ha sviluppato alcune riflessioni ad aprile di quest’anno nel corso di un’interessante intervista rilasciata a Cesare Treccarichi per Today e significativamente intitolata “Paghiamo 10 miliardi l’anno in bolletta per buttare energia: il paradosso delle rinnovabili”. Stagnaro si sofferma sulla complessiva irrazionalità del modello produttivo e gestionale dell’italica energia rinnovabile, e implicitamente lamenta la sostanziale disapplicazione del pacchetto Fit for 55 e della direttiva europea 2018/2001, che promuovono la produzione di energia rinnovabile vicino al luogo di consumo.

Ma se la razionalità avesse attecchito alle nostre latitudini il tormentato campo di battaglia in cui siamo precipitati non avrebbe ragione di esistere; invece le reazioni al furore energetico speculativo stanno crescendo e creando tensioni sociali un po’ in tutto il Paese. 

È  vero, come afferma la sua fonte confindustriale, che in merito alle energie rinnovabili e al contrasto al riscaldamento climatico  il quadro normativo europeo e nazionale vigente è  diventato caotico e persino schizofrenico, ma per ragioni opposte a quelle lamentate: il problema, infatti, sono le recenti disposizioni finalizzate all’apoteosi delle dinamiche speculative da noi in precedenza prese in considerazione nel loro spessore diacronico, messe a punto da maestri consumati della pseudo-ecologia, quella scienza che studia il camuffamento dello sfruttamento della natura a fine di profitto.

Leggi mirate a deregolamentare, accelerare e facilitare le procedure per la realizzazione degli impianti di energia rinnovabile non calibrati sulle specificità e i metabolismi territoriali, come il d. lgs. 199/ 2021, il cosiddetto “decreto Draghi”, creano caos perché sono eversive rispetto alla Costituzione e alle norme congegnate per supportarla, come il Codice dei beni culturali e del paesaggio. 
Il decreto eversivo, con l’altro cosiddetto Decreto Aiuti dell'anno successivo, è un elefante nella cristalliera, un esempio di disprezzo degli articoli 9, 41 e 43 della Costituzione ma anche di ignoranza delle funzioni ecosistemiche del suolo (come giustamente ha osservato Paolo Pileri, professore di Pianificazione Ambientale al Politecnico di Milano, l’ideazione del solar belt, cioè il conferimento dell’idoneità ad ospitare impianti alle aree agricole situate entro 500 metri da stabilimenti produttivi, impianti industriali e stabilimenti commerciali, previsto dall’ articolo 20, comma 1, lettera c], è una sorta di scappatoia per non adottare criteri tecnici e scientifici rigorosi a difesa del suolo, che anche in tali “cinture” è spesso in buone condizioni, così da obbligare gli sviluppatori a usare in via prioritaria o esclusiva quelle parti di territorio già reso impermeabile da manufatti umani).

La nostra lungimirante Costituzione, ricordiamolo, non può essere reinterpretata alla luce di fonti di rango inferiore, e i suoi opportunamente novellati articoli 9 e 41 trovano un completamento nell’importantissima legge europea Nature Restoration Law. Quest'ultima, avendo natura di regolamento, è vincolante in tutti i suoi elementi, da applicare direttamente negli stati membri dell’Unione e impone non solo la salvaguardia ma anche il restauro degli habitat degradati. Nell'ambito di queste norme, funzionali alla gestazione di una società ecologica in armonia con le dinamiche della vita, si deve muovere un mondo industriale ossequioso delle regole comuni e amante del Pianeta.

È necessario darsi una calmata per raggiungere gli obiettivi climatici che, non dubitiamo, anche a lei stanno a cuore, e lo dimostra anche l'esempio della Norvegia da lei citato.

L’esperienza della nordica nazione porta acqua al mulino dei nostri comitati per la vita e mostra quanto sia fallace l'idea che basti sostituire le fonti fossili con le rinnovabili per rimettere tutto a posto. La Norvegia, importante per tutti i consumatori di stoccafisso e baccalà delle nostre contrade, è al contempo tra i principali produttori di energia fossile al mondo (petrolio e gas, di cui continuano a fare ampio uso i paesi membri dell'Unione europea), ma utilizza nei suoi confini soprattutto energia da fonte idroelettrica (90%) e da fonte eolica (7,49%).

In questo paese verde ma non troppo (come lo definisce il titolo di un articolo dei suoi colleghi teutonici Thomas Fischermann e Ricarda Richter apparso in traduzione italiana su Internazionale del 30 agosto 2024, numero 1578), a lei evidentemente il particolare è sfuggito, si sono registrati recenti rialzi dei prezzi dell'elettricità e, in vista della competizione elettorale dello scorso settembre, è insorta una tempesta politica intorno al caro/bollette. Ma le bollette in passato erano state effettivamente abbordabili non per la quota di energia rinnovabile prodotta e consumata ma perché,  anche se non vige da quelle parti un servizio energetico pubblico (il solo che mette al riparo l'utenza dai profitti inseguiti  con ogni mezzo dai gestori energetici privati), il  bilancio pubblico si fa carico del 90% del costo dell'elettricità superiore a 0,92 corone, anche se la misura vale per le famiglie e non per le imprese (vedi Alessandro Lubello,  La Norvegia stacca la luce all'Europa,  Internazionale del 21 dicembre 2024).

Dagli articoli citati, e da tanti altri che non richiamiamo per brevità, si apprende che la Norvegia, pur avendo dal 1965 ridotto di molto la quantità di co2 emessa per ogni unità di produzione energetica, non ha assistito, contrariamente a quanto ci si aspettava, a un’impressionante riduzione totale delle emissioni di co2 nell'arco dei medesimi sessant'anni. 

La Norvegia, purtroppo, non diventerà neutrale dal punto di vista delle emissioni di carbonio al 2030. Il piano al 2030 prevede una riduzione delle emissioni di carbonio del 55% rispetto ai livelli del 1990. Il "Norway energy transizione report" di DNV ha previsto che la Norvegia può gestire solo una riduzione del 24% al massimo entro il 2030 e del 79% entro il 2050. 

Nel prossimo decennio infatti la domanda di elettricità, già da tempo in crescita esponenziale, supererà l'elettricità prodotta, il che lascerà un segno negativo sulla riduzione di co2, anche perché la domanda spingerà il consumo di combustibili fossili. Non di transizione ma di espansione energetica  a braccetto con l'espansionismo economico dobbiamo parlare, cara dottoressa, e del resto, se allarghiamo lo sguardo dalla Norvegia al mondo con l'ausilio di dati della stessa Agenzia Internazionale dell'energia da lei citata nel Dataroom verifichiamo che dal 1971 al 2021 le fonti fossili hanno registrato un leggero declino nella matrice energetica globale, passando dall' 86,6 all' 80, 3, ma capiamo pure che l'arretramento è più dovuto all'ascesa del nucleare che a quella delle rinnovabili. Le quali, pur avendo triplicato la propria potenza installata, non hanno aumentato molto il tasso di energia del loro contributo (dal 12,9 al 14,7 dell'energia totale nello stesso periodo).

Insomma a noi sembra che il fenomeno della proliferazione indiscriminata degli impianti per la produzione di energia rinnovabile, della trasformazione di vasti territori in zone di sacrificio, di supporto alla monocultura energetica, meriti da parte sua più attenzione e pensiamo pure che sia stato descritto in maniera fulminea e illuminante in un documento redatto dal popolo zapoteco espulso nel 2012 in Messico dalla foresta di mangrovie da cui ricavava la sua sopravvivenza.

L'installazione di 132 aerogeneratori era l'obiettivo delle compagnie energetiche della morte che espiantavano vegetali e scacciavano uomini e animali dalle loro terre ancestrali, e gli abitanti del luogo cercarono di contrastare la barbarie tecnologica della presunta economia verde. La vicenda, emblematica nella sua crudezza, ci svela la posta in gioco, forse un po' in ombra per gli occidentali urbanizzati. L'infausto ex presidente del Brasile Bolsonaro diceva che ottocentomila indios dell'Amazzonia non possono condizionare l'economia di una nazione. Ma gli indigeni di tutto il mondo, pur rappresentando solo il 5% della popolazione totale, custodiscono, con i loro stili di vita negli habitat in cui sono insediati, circa l'ottanta per cento della biodiversità planetaria. Se vogliamo mostrarci all'altezza dei problemi che abbiamo creato dobbiamo necessariamente militare dalla parte degli indigeni, dalla parte della giustizia e della vita, perché dalle parti di Bolsonaro ci sono energie fossili e rinnovabili che insieme illuminano le imprese distruttive dell'agricoltura e l'allevamento industriali, della produzione di cemento, asfalto, acciaio primario e altri campioni delle produzioni energivore e inquinanti dall'obsolescenza programmata. La salutiamo cordialmente e speriamo di averle sollecitato imminenti approfondimenti.

Coordinamento Controvento Calabria

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