Venerdì, 22 Maggio 2020 21:01

Coronavirus, oss serrese in servizio a Milano guarisce dopo oltre due mesi di malattia: «Oggi mi sento rinata»

Scritto da Bruno Greco
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Sarà la giornata del 21 febbraio, con il caso del 38enne ricoverato a Codogno, a decretare che il contagio da nuovo Coronavirus non è più un fenomeno ascrivibile solo alla Cina ma anche all’Italia. Il 24 febbraio, l’operatrice socio sanitaria, Rossana Vavalà (27 anni) lascia la sua Serra San Bruno, dopo qualche giorno trascorso con la famiglia, per fare rientro a Paullo, nel Milanese, e riprendere il suo lavoro presso la Rsa “Cascina Cortenuova”. Rientra al lavoro con i dubbi che si alternano però a una buona dose di coraggio e passione per una professione che aveva cominciato appena nel mese di novembre 2019, fresca di esame abilitante. Comincia così la sua personale battaglia contro il Covid-19, un’odissea durata oltre 60 giorni e che non le ha dato pace fino ad oggi, quando finalmente è arrivata la notizia del secondo tampone negativo che ne ha avallato completamente la guarigione.

«Ero rientrata da qualche giorno a Serra – ha raccontato Rossana Vavalà – quando tutti abbiamo appreso della notizia del paziente di Codogno. A distanza di 3 giorni avrei ripreso a lavorare e, nonostante la paura per quanto stava accadendo in Lombardia, sono rientrata. Tra il 3 e il 4 marzo ho cominciato ad accusare i sintomi e solo oggi, da allora, ho avuto la notizia di una completa guarigione».

Malessere incessante a livello osseo e muscolare, dolore alla testa e alle cavità oculari e un lieve seppur costante stato febbrile con temperatura a 37 gradi. Data l’estrema emergenza sanitaria dei primi giorni di marzo, con le terapie intensive piene e la difficoltà di poter fare il tampone, i consigli della Guardia medica sono stati quelli che si danno ai pazienti Covid: isolamento domiciliare con possibilità di sorveglianza ma senza tampone, perché la febbre non era mai stata superiore a 37,5 gradi. Praticamente tutte le raccomandazioni che si fanno a un affetto da nuovo Coronavirus, il quale però ha la possibilità di poter continuare a lavorare normalmente. «Sul posto di lavoro siamo stati sempre protetti con dispositivi a norma, infatti il personale della Rsa, con grande impegno ha contenuto il contagio. Non essendo per me previsto il tampone, dato che la mia temperatura corporea non è mai stata oltre i 37 gradi, ho continuato a lavorare fino al 31 marzo quando poi, stremata dal mio malessere fisico, ho comunicato all’azienda che sentivo il bisogno di fermarmi».

In isolamento domiciliare sorvegliato, e come prescrizione la sola tachipirina, l’operatrice serrese ha continuato a convivere con i sintomi sempre più forti fino a metà aprile, quando fortunatamente la malattia ha cominciato pian piano a diminuire. «Ricordo benissimo il giorno di Pasquetta – ha raccontato ancora Rossana Vavalà – cominciavo a sentirmi meglio, fortunatamente non avevo più problemi respiratori, sebbene non siano mai stati forti, ma avevo perso completamente il gusto e l’olfatto, sintomi che poi ho appreso si manifestano quando si è allo stadio finale della malattia».

Arriva così il periodo di ripresa a livello fisico, ma non avendo contezza della guarigione o meno – riscontrabile solo col tampone al quale l’operatrice non era stata ancora sottoposta – continua il periodo di isolamento domiciliare senza poter capire se presto avesse, quanto meno, potuto riprendere a lavorare. «Sono stata costretta all’isolamento domiciliare senza riuscire a comprendere lo stato della malattia e col rischio di essere pericolosa nei confronti del mio compagno. A fine aprile i sintomi erano quasi completamente spariti, ma senza il tampone non sarei mai stata certa della guarigione. Ad ogni modo avrei voluto, quanto meno, capire se ci fosse stata la possibilità di rientrare al lavoro. Nelle mie condizioni la Guardia medica, né tanto meno l’Asp, hanno ritenuto opportuno che mi sottoponessi a tampone. Constatando che i test a noi sanitari non venivano fatti, all’interno della Rsa dove lavoro sono stati acquistati i tamponi da fare al personale e ai pazienti. Io ho ottenuto il mio solo lo scorso 9 maggio. Il giorno seguente la triste notizia: seppur con scarsa carica virale continuavo ad essere positiva al Covid-19. Fino al 13 maggio quando ho avuto riscontro del mio primo esito negativo. Confermato ancora una volta dal risultato ricevuto in data odierna. Insomma, dopo oltre due mesi di inferno, durante i quali con me hanno sofferto il mio compagno e la mia famiglia, oggi posso veramente dire di sentirmi rinata più che guarita».

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