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Sabato, 20 Aprile 2013 15:07

Infiltrazioni mafiose nei Comuni, un 'vizietto' lungo trent'anni

Scritto da Angelo De Luca
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mini municipio_serraEra il novembre 1983 quando Francesco Mancuso, storico "capobastone" dell'omonima famiglia morto nel 1997, risultava essere, direttamente dal covo dorato della sua latitanza in quel paese roccaforte di una delle famiglie ‘ndranghetiste più organizzate e sanguinarie di sempre, il primo degli eletti in quella famosa tornata elettorale. Negli anni ’80 non esisteva ancora la legge sullo scioglimento dei Comuni per infiltrazioni mafiose. Limbadi fece scuola con la firma “storica” di Sandro Pertini che ne decretò lo scioglimento, dando il via alla costruzione di una legge ad hoc varata poi 8 anni più tardi, a seguito della strage di Taurianova quando, nel bel mezzo di una faida, quattro persone affiliate alla ‘ndrangheta vennero ammazzate in pieno centro con a seguito il macabro gesto del tiro al piattello con la testa di uno dei quattro.
Oggi, a distanza di oltre trent’anni da quell'incredibile episodio e grazie al decreto 161 del 31 maggio 1991, il carrozzone ad hinterim degli eletti dal popolo sovrano non ha ancora perso il vizietto di farsi insidiare nelle attività pubbliche dalla criminalità organizzata. Della serie, "La 'ndrangheta qui non esce".
Qualche anno fa era toccato a Nardodipace, piccola realtà delle serre vibonesi raggiunta dal pesante provvedimento per vie di quei legami sospetti tra il vice-sindaco Romolo Tassone e il suo entourage esterno composto da stretti familiari coinvolti nella maxi-operazione “Crimine”. Poi a Briatico, per la seconda volta in un poco più di un decennio (record calabrese insieme a Rosarno e Nicotera) e a Mongiana. Ultimamente, nonostante le battaglie per la “reconquista” del disonorato ex-sindaco Enzo Varone, il Comune di Mileto; fino ad arrivare ai giorni nostri con la caduta di San Calogero e la disposizione di una nuova commissione di accesso per l’amministrazione di Limbadi.  
Ora, salvo miracoli dell’ultima ora, toccherà a Serra San Bruno. Le motivazioni, alla fine, saranno sempre le stesse. Perché negli ultimi anni il ministero degli Interni non ha fatto più sconti a nessuno. Basta, per modo di dire, poco per cadere nella rete degli scioglimenti per infiltrazioni mafiose e, per dovere di cronaca, il provvedimento non deve per forza di cose attestare eventuali ingerenze della criminalità organizzata all’interno della “cosa pubblica”, in quanto è una formula cosiddetta “preventiva”. Ovvero, citando una delle tante relazioni ministeriali, si presenteranno anche nella città della “Certosa” forme di “ingerenza da parte della criminalità organizzata che compromettono la libera determinazione e l'imparzialità dell'amministrazione, il buon andamento del funzionamento dei servizi, con grave pregiudizio per lo stato dell'ordine e della sicurezza pubblica”.
Così, anche per Serra San Bruno è arrivato il tempo della resa. Con buona pace del suo sindaco Bruno Rosi, così simpatico e umile all’ombra del suo mentore Nazzareno Salerno, e degli eventuali ricorsi che ne seguiranno. Il papello delle motivazioni che presto arriverà su tutti i tavoli dirà come dove e quando l’amministrazione Pidiellina avrà prestato il fianco a condotte - direttamente o indirettamente - riconducibili alla ‘ndrangheta. Il caso Zaffino, infatti, per chi pensasse fosse l’unica pecca di una gestione senza macchie, non è che la ciliegina sulla torta. Ovviamente, chi pagherà salato il prezzo della caduta forzata, con tanto di aggravante mafiosa, sarà il solito cittadino, costretto – volente o nolente – a subire la punizione dello Stato per colpa dei suoi irresponsabili amministratori.

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