Venerdì, 14 Febbraio 2020 14:44

La Cgil denuncia il caso di un'insegnante del Vibonese «discriminata dall’Ufficio scolastico provinciale»

Scritto da Redazione
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«In tempi già così difficili ed in una provincia depressa come quella di Vibo Valentia, nel cuore di una regione che combatte per sopravvivere, è davvero triste se non sconvolgente assistere al caso di un’insegnante, la signora Veronica Serratore, costretta ad una lunga tribolazione. La sua colpa? Pretendere la semplice applicazione della normativa relativa alla cosiddetta “cattedra orario esterna”». Lo scrive in una nota Pasquale Mancuso, responsabile provinciale Flc-Cgil di Vibo Valentia.

«La docente - prosegue il sindacalista - per l’anno scolastico 2018/2019 ebbe assegnato l’incarico di 18 ore concernente, per una parte (10 ore) l’insegnamento all’Istituto I.C. Amerigo Vespucci di Vibo Marina, mentre per le rimanenti 8 ore, venne dato il completamento presso l’Istituto scolastico di Piscopio. Sul tema, le norme in materia statuiscono due principi inderogabili: la continuità didattica, che è un elemento costituito anche in favore degli studenti; l’ottimale formazione delle cattedre mediante l’abbinamento, al massimo, di tre scuole, con la condizione che queste risultino ubicate in non più di due comuni. Dunque, dovrebbe essere chiara presso l’Ufficio scolastico provinciale la posizione della nostra combattiva insegnante: la riconferma dell’incarico già assegnato in nome della continuità didattica, fatta salva l’eventuale “rimodulazione”      delle ore nell’ambito delle sedi in questione di Vibo Marina e di Piscopio».

Secondo Mancuso, però, «accade che, per una motivazione rimasta ancora oscura e comunque difficilmente decifrabile dalle poche repliche formali, l’Ufficio scolastico provinciale di Vibo decida di riformulare l’assegnazione dell’incarico sovvertendo tutte le previsioni cogenti di legge: così, la signora Serratore oltre che a Vibo viene sballottata tra San Gregorio d’Ippona, Francica e Filandari, in spregio, appunto, della continuità didattica, della regola afferente i due comuni e della facile raggiungibilità delle sedi assegnate, condizione, questa, che è sostenuta da una “ratio” facilmente comprensibile: garantire al docente la possibilità di spostarsi, nella stessa giornata, da una sede di servizio ad un’altra. Ma c’è di più: l’insegnante in questione avrebbe dovuto ricevere i benefici derivanti dalle norme che tutelano l’assistenza ai disabili. Quindi, c’è anche l’aspetto che afferisce la civile sensibilità. Nulla di tutto questo». 

A giudizio del rappresentante sindacale, si tratta di un «caso emblematico di totale disapplicazione delle norme, senza che si possa giustificare un simile comportamento in capo a un organo dello Stato. S’impone almeno una lettera di diffida. Infatti, l’insegnante la inoltra al suddetto ufficio scolastico. Nessuna risposta. Così, l’insegnante ricorre, tramite l’assistenza di un legale, l’avvocato Fabio Brandi, alla Sezione Lavoro del Tribunale di Vibo Valentia per ottenere un provvedimento d’urgenza ad anno scolastico ormai avviato. Solo dopo la presentazione del ricorso - fa sapere Mancuso - l’Ufficio scolastico decide, finalmente di inoltrare il riscontro alla diffida, accampando spiegazioni che non appaiono confacenti alle esigenze di legge. La conferma su quanto si possa presumibilmente trattare di giustificazioni pretestuose giunge poco dopo dal Tribunale, il quale riconosce in pieno la contestazione dell’insegnante e con un primo provvedimento impone il ripristino del quadro normativo violato. Tuttavia, anche in questo caso, l’Ufficio scolastico declina dal rispondere continuando a mantenere una condotta omissiva costringendo la sfortunata docente ad inoltrare un nuovo ricorso. A questo segue un ulteriore provvedimento del Tribunale per l’esecuzione della decisione iniziale. L’Ufficio scolastico provinciale alla fine prova a replicare, ma lo fa per appigliarsi a un cavillo di forma, continuando a mantenere inalterata la situazione illegittima alla quale l’insegnante è costretta. Cosa si può fare, ancora, per ottenere che l’amministrazione pubblica ottemperi a un’ordinanza del Tribunale? Ebbene, occorre richiedere che quest’ultimo si pronunci di nuovo su questa situazione paradossale. Infatti, così avviene. Ci si aspetterebbe, a questo punto, che la dirigenza di un ente pubblico prenda atto della situazione ed agisca di buon grado, celermente e magari con una nota di scuse come ristoro minimo per una simile “odissea” fatta patire a un’insegnante che chiede solo l’applicazione di norme molto chiare. Ebbene, non è così». Secondo Mancuso, infatti, l’ «incarico alla sfortunata signora Serratore viene nuovamente modificato, introducendo un altro comune oltre ai due previsti per legge, lasciando per questa via inalterata la situazione che aveva indotto alla contestazione originaria. Lo si potrebbe definire una sorta di “gioco delle tre carte”? Al punto in cui ci si trova, mi si permetta almeno questa facile ironia. Dal mese di settembre dello scorso anno la signora Veronica Serratore, insegnante calabrese di Filadelfia, vive quest’incubo kafkiano, un teatro dell’assurdo che ha avuto origine nella sede di un organo dello Stato, tra dirigenti e funzionari pubblici che prima o poi dovranno rispondere di quella che sembrerebbe configurarsi come un’insostenibile assurdità. Quando fra poco più di un mese il Tribunale dovrà pronunciarsi nel merito, stabilire le colpe e definire la ripartizione delle spese di giudizio oltre ad eventuali risarcimenti, non sarà il caso di rendere nota questa strana vicenda anche alla Corte dei Conti? Per quale ragione, sennò, i cittadini dovrebbero pagare per un presunto errore che, così protratto, non sembrerebbe più un errore ma, probabilmente, un arrogante capriccio? L’amministrazione pubblica dovrebbe sempre rendersi parte diligente rispetto all’applicazione delle norme: se nell’ambito delle imprese private i conflitti sono dettati da interessi distinti tra lavoratori e manager, nel campo pubblico questa condizione dovrebbe invece essere esclusa perché guidata da una rigorosa quanto efficace interpretazione di legge. Tanto più se si è in Calabria, quasi in una sorta di “periferia dell’impero”, lo Stato, nelle sue articolazioni locali, dovrebbe mostrare il volto dell’imparzialità e dell’attenzione verso i singoli e verso le categorie più deboli e svantaggiate. Eppure, la vicenda di un’insegnante di Filadelfia che ho appena raccontato, vicenda ancora inspiegabilmente in corso, dimostra che non solo sembrerebbe mancare un’idea corretta del ruolo della funzione pubblica, ma anche la sensibilità e l’attenzione verso cittadini costretti ad un lungo peregrinare per ottenere il riconoscimento di diritti ben chiari e ben evidenti. Con buona pace – conclude Mancuso - anche dell’efficienza dello Stato e della sua credibilità».

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