Martedì, 31 Agosto 2021 10:20

Da Mondovì alla Calabria. La storia di Giovanna Bertòla, una femminista di 100 anni fa

Scritto da Vito Teti
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Il 31 agosto del 1920 moriva a Bobbio (Piacenza) Giovanna Maria Cunegonda Bertòla, una delle figure femminili più rappresentative e impegnate del Risorgimento italiano. Era nata a Mondovì nel 1843, da Giuseppe e di Francesca Bardissone, in una famiglia agiata e illuminata. Tra le sue letture infantili troviamo volumi di attualità politica e di ispirazione risorgimentale (autori come Vincenzo Gioberti e Cesare Balbo), ma anche Rousseau e Mantegazza, Fourier e Saint Simon, altri sostenitori dell’uguaglianza fra i sessi. Il 6 agosto 1860 consegue la patente d’idoneità di maestra elementare di grado inferiore e il 20 maggio 1861 il direttore della Scuola Normale dichiara che la Bertòla è stata sempre fra «le prime per costante diligenza e fervido zelo nello studio» e che, pertanto, lascia «fondata speranza di riuscire ottima istitutrice e madre di famiglia». Non sarebbe stato questo il suo destino. L’incontro con un protagonista del Risorgimento meridionale, Antonio Garcèa di S. Nicola di Vallelonga (oggi S. Nicola da Crissa), arrivato a Mondovì alla guida della divisione Avezzana, nel maggio 1861, avrebbe cambiato la sua vita. L’11 agosto Antonio e Giovanna si univano in matrimonio. Quasi sempre (e per lungo tempo) Giovanna Bertòla viene indicata soprattutto come la moglie di un esponente del Risorgimento meridionale, che aveva avuto come compagni di battaglie, prigionia, fughe, avventure, speranze e delusioni Carlo Poerio (amico intino a cui lascia un pezzo di aorta), Nisco, Castromediano, Pironti, Settembrini e tanti altri. Forse, però, bisogna sottolineare che probabilmente la vita ribelle di Garcèa, l’uomo rude, coraggioso, leale e tenace delle Calabrie, sarebbe rimasta poco nota se la giovane moglie non avesse pubblicato a suo nome nel 1862 nella Tipografia Letterari di Piazza S. Carlo 10 a Torino la “memoria storica” Antonio Garcea sotto i Borboni di Napoli. Rivoluzione d’Italia dal 1837 al 1862 (1862), dove raccoglie i racconti del marito, narrando, con linguaggio risorgimentale, l’eroismo dei patrioti, martiri napoletani e calabresi. 

Mi sono soffermato in altri miei lavori su questa storia di “amore e ribellione”, metafora di un incontro tra Nord e Sud, e la studiosa Angela Melandri ha ricostruito, in una bellissima tesi di laurea, le vicende familiari culturali, intellettuali di una donna attiva e determinata e sugli spostamenti con il marito in varie parti d’Italia (Empoli, Vasto, Parma). Difficile darne conto, ma una iniziativa di grande rilievo editoriale, culturale, pedagogico è l’uscita il primo gennaio 1865 (stampato nella tipografia di Pietro Grazioli di Parma) del numero saggio de «La Voce delle donne». La rivista con il programma di «educare, istruire, consigliare, parlare di diritti e di doveri» delle donne è una novità assoluta nel paesaggio editoriale del nuovo Stato e sicuramente un passo in avanti importante nella storia dei movimenti femminili. Interessanti sono i tanti articoli dal carattere sociale e in cui si denuncia l’abitudine di sottopagare il lavoro femminile o quelli in cui si invitano le donne a un impegno nella vita sociale e politica del Paese. La Bertòla e le collaboratrici si dedicano, in maniera puntuale, come ricordano anche Angela Malandri e Giulio Reggiani, su argomenti di carattere generale, «affrontando con sempre maggiore decisione il tema dell’uguaglianza dei diritti, oppure riprendendo la questione privilegiata su tutte fin dall’inizio, quella femminile dell’istruzione. Anna Maria Mazzoni, che sarebbe diventata protagonista del movimento femminile e femminista, che collabora con la rivista, prendeva di mira la prudenza e la moderazione del nascente movimento femminile italiano nell’Italia unita e difende la rivista dagli innumerevoli attacchi che riceve da ambienti clericali e conservatori. La rivista chiude dopo due anni non senza avere lasciato un segno presso i circa diecimila abbonati che aveva in tutta Italia.

Giovanna, al seguito del marito e sempre con il suo sostegno, comincia una nuova fase in cui fonda e promuove l’istituzione di collegi femminili in varie parti d’Italia. E così, dopo vari spostamenti, la ritroviamo nel 1868 a Reggio Calabria, invitata dai rappresentanti più in vista della città, a fondare il Collegio Convitto delle «nobili donzelle», divenuto in seguito il Collegio «Vittoria Colonna». Nello Statuto di fondazione di questo collegio, Bertòla espone le proprie concezioni educative e, immaginandone un’applicazione pratica, descrive dettagliatamente come intende organizzare la scuola. L’educazione fisica è citata tra gli scopi fondamentali del «Vittoria Colonna»: una visione pioneristica per le posizioni dell’epoca. Bertòla istituisce una Commissione di Vigilanza, composta da tre uomini e da tre donne, incaricata di invigilare sulla istruzione intellettuale, sullo avviamento morale, sulla perizia nei lavori femminili, ed in generale sullo andamento della educazione impartita alle alunne del Colleggio; invigilerà egualmente sulla vittitazione, sul vestire, sulla nettezza della persona ed in generale su tutto ciò che riguarda l’igiene quotidiana delle alunne. Puntuale l’elenco degli oggetti di corredo che ogni alunna deve portare con sé per ridurre le spese del collegio: vestiario, letto in ferro modello uniforme, catinelle di rame, posate e bicchiere d’argento, cassettone modello con fornitura di attrezzo da toeletta e da lavoro. In occasione della festa nazionale del 7 giugno 1868, organizzata dall’Istituto Comunale Femminile di Reggio Calabria, Giovanna Bertòla legge, in presenza del provveditore agli studi della città, un testo dove ancora una volta torna su temi a lei cari: il grave errore compiuto dai regimi che «tiranneggiavano l’Italia, il proibire l’ingresso al Santuario della Scienza al popolo in generale, ed alla donna in particolare», la grande aspirazione al sapere e all’istruzione che si va affermando nella nuova Italia, e di cui testimonia il Convitto Comunale di Reggio, dove è stata avviata «l’opera della rigenerazione intellettuale della donna». Permane la distinzione tra le discipline più adatte agli uomini e quelle più convenienti alle donne e così il motivo della donna educatrice «destinata ad infondere nella mente e nel cuore de’ suoi figli i semi d’affetto e d’intelligenza, ad educarli e ad istruirli; formandoli utili a loro stessi, alla famiglia ed alla patria». La donna (madre, figlia, sposa) deve saper lavorare di uncinetto, occuparsi di giardinaggio, saper tener in regola i libri di amministrazione, conoscere le principali regole igieniche e di medicina, sapere di grammatica, geografia, storia naturale, e avere «infine profonda conoscenza della Storia sì civile che politica, e della lingua della sua nazione».

Fondamentale lo studio della lingua: «vincolo che unizza tutta una razza, e ne fa come una sola famiglia, un solo individuo; in essa luminosamente traspare l’immagine, il carattere, il volto stesso d’una nazione». Deve dedicarsi allo studio del bello, della musica, del disegno, della pittura e indispensabile per la sua missione è lo studio della storia, la conoscenza della storia patria, il suo glorioso passato. Rivolgendosi alle donne italiane e alle carissime alunne, Bertòla esclama: «Educhiamoci, istruiamoci, rendiamoci degne dei nuovi destini, che ci attendono, della missione stataci affidata; acciò poter a nostra volta educare a forti e patriottici affetti le presenti generazioni, sicché mercè nostra, la nostra bella patria, che in passato lo straniero con vile insulto chiamava – Terra dei morti d’or innanzi sia costretto a nomarla: – Terra dei Forti!». Certo, restiamo all’interno di una retorica risorgimentale e di una distinzione tra sessi, che, peraltro, veniva esaltata da Garibaldi, con cui la Bertòla aveva scambi e frequentazioni, e tuttavia, pensando ai tempi in cui vigeva il più cupo dominio del sesso maschile, in una società fortemente patriarcale, Bertòla fa affermazioni dirompenti, come quando scrive che «ogni femmina individualmente; avvegnacché ciascuna di esse, fuori de’ legami di famiglia, vive per sé stessa»; o afferma che ha «l’obbligo di perfezionarsi, la responsabilità delle sue azioni e il merito delle sue virtù». E notevoli, quasi dei punti di un nuovo manifesto delle donne, sono affermazioni come: «L’istruzione perciò da compartirsi alle femmine non è un’elemosina, che acconsentono di far loro gli uomini; ma al contrario è cosa che interessa più davvicino questi che quelle».

Gli statuti e gli ordinamenti del Collegio “Vittoria Colonna” – come quelli, che seguiranno, della scuola di Siderno o dell’Istituto “Poerio” e di altre scuole – riflettono un pensiero pedagogico aperto, che avrebbe avuto sviluppi in senso più innovativo e democratico.  Il 18 dicembre 1871, la direzione della Scuola Normale femminile di Catanzaro le comunica la decisione della Deputazione provinciale di nominarla direttrice del convitto annesso alla Scuola Normale, fondata nel 1863, con lo stipendio annuo di L. 2000. «L’educazione della donna non racchiude soltanto l’idea della educazione della metà del genere umano, ma dell’umanità intera», scrive Giovanna Garcèa Bertòla nella Relazione del 1874 sullo Istituto Normale femminile di Catanzaro, e questa è la convinzione profonda che l’accompagna nel viaggio al Sud, dove scopre un’altra parte della nuova nazione. Giovanna vede nella scolarizzazione di uomini e donne la via per uscire dalla condizione di marginalità in cui il nuovo Stato aveva confinato vaste zone del Paese che un tempo avevano avuto una loro centralità e notevole dignità culturale.

Nel 1873, Giovanna Bertòla è nominata dal Ministero della Pubblica Istruzione anche maestra assistente presso la Scuola Normale di Catanzaro. In quell’anno, il 19 novembre, riceve l’incarico dal Consiglio Municipale di Catanzaro come Ispettrice delle scuole elementari della città. I riconoscimenti che riceve in Calabria non attenuano il suo disagio per le gravi pecche dell’organizzazione dell’istruzione pubblica, che denuncia in una relazione a stampa del 21 agosto 1874 inviata al Prefetto della città. Nella relazione, Bertòla compie considerazioni critiche sullo stato dell’«educazione morale ed intellettuale in Italia», prendendo in esame il periodo che va dal ’48 ai suoi giorni, e ripercorre i vari periodi della Scuola Normale di Catanzaro, evidenziando i problemi che via via la scuola e il convitto hanno attraversato. Ricorda la situazione in cui versava il convitto al suo arrivo: locale di due soli cameroni in rovina, mancanza di arredi e di utensili fondamentali, un unico catino con cui tutte le allieve devono provvedere alla cura del corpo, modi frettolosi e poco igienici di trattare il cibo, scarse porzioni, mancanza di utensili per cui il cuoco serve da un’unica caldaia gli alimenti con le mani. Lamenta, inoltre, la ristrettezza dei locali della Stella che accoglieva, oltre alla Scuola, il Convitto, 268 bambini dell’asilo d’infanzia, 64  orfane e l’alloggio dell’intero corpo insegnante; segnala la «soverchia indulgenza» con cui vengono ammesse allieve viziate e impreparate e con cui vengono svolti gli esami. E difatti fra le mille arti d’inganno era sinanco invalsa quella di carpire i compiti di esami in iscritto, di correggerli e di riporli quindi al loro posto, come malauguratamente, e causa appunto di codeste vecchie tradizioni, si tentò, ma invano, di praticare negli ultimi esami di promozione di quest’anno scolastico». Molto forti sono le prese di posizioni contro l’uso di favoritismo e di “raccomandazioni”. 

Capitava anche che le allieve si presentassero agli esami senza aver conseguito la promozione di classe, «ridendosi per così dire de’ Professori e della Legge», con la complicità di potenti personaggi del luogo, «ai quali instancabilmente ricorrevano gli amici ed i parenti delle Allieve maestre»). Bertòla discute di quella che è, non lo si dimentichi, una scuola di classe ed elitaria, ma pone delle questioni serie, che si trasformano in una vigorosa denuncia della situazione scolastica e dell’«esistenza in ultimo di un occulto partito che cerca di screditare Scuola e Convitto, e lavora, senza aborrire da modi i più inverecondi, per rovesciare ogni cosa dalle sue fondamenta». I rimedi che propone al Prefetto sono drastici: locali adeguati al convitto; stanze sufficienti per le allieve; cambiamento del personale addetto alla direzione e all’insegnamento, «cominciando da me stessa»; osservanza dei regolamenti; somme adeguate all’arredamento; nomina di una direttrice che, con rigore, faccia osservare il contratto d’appalto ed eserciti la sorveglianza sulla vita quotidiana del Convitto; attenzione a eventuali reclami con proposte tese al miglioramento e al buon andamento dell’istituzione; trasparenza e corretta informazione al fine di scoprire, «per poscia prendere energiche misure, gli spacciatori di false asserzioni, dirette a discreditare l’Istituzione per mire private, e per princìpi, in relazione perfettamente opposti a’ princìpi di vero progresso e di vera civiltà». È un richiamo alle regole e al rispetto delle istituzioni, che mai come oggi suona attuale. Le dimissioni vengono date da Bertòla con vigore e dignità insolita ancora ai nostri tempi. Sa bene che la sua relazione «adombrerà gl’interessati e schiuderà la via alle recriminazioni; io però sento di aver detto il vero e di riposare tranquilla sotto l’usbergo del sentirmi pura». Conclude affermando che, nonostante la stima goduta nel triennio in cui ha ricoperto l’incarico, «non potendo più durare in uno stato tanto anormale di cose, né permettendolo più d’avvantaggio la mia dignità, sono venuta nella ferma determinazione di rassegnare, siccome le mie dimissioni, nella coscienza di aver scrupolosamente adempiuto alla santità de’ miei doveri».

Come in precedenti situazioni, Giovanna non le manda a dire, non si piega, è intransigente, e così afferma la dignità e il ruolo delle donne. La denuncia di Bertòla anticipa posizioni di taglio “meridionalistico” che individuano una sorta di «martirio della scuola in Calabria», sembra l’avvio delle amare analisi e delle innovative proposte che più tardi avanzeranno, con ben altra attenzione ai ceti popolari della regione, Zanotti Bianco e Isnardi. Il 2 settembre 1874 il Prefetto, probabilmente per farla desistere dall’intento dimissionario, le accorda 200 lire e si congratula con lei per il servizio prestato ma è troppo tardi perché nel frattempo è stata chiamata a un nuovo incarico a Velletri. Un lungo articolo del giornale di Messina «Fede e avvenire», dell’8 giugno 1873 propone una sottoscrizione «per una medaglia alla illustre pubblicista ed educatrice Giovannina Garcea Bertola», la quale dell’ancor giovane età di 22 anni, dopo elaborati studi, iniziò la pubblicazione del giornale «La Voce della Donne» ove con delicatezza di concetti e robustezza di parole si videro svolte le più vitali quistioni socievoli, ad onta delle persecuzioni che, nel mistero e nelle tenebre, le vennero tese da un’accozzaglia di gente, dedicata al mal fare, e per principii, nemica del progresso. Il giornale sottolinea che Bertòla sostenne «molti sacrifizi per fondare un Istituto nella marina di Siderno, ma i suoi sforzi, per mancanza di concorso riuscirono vani, quantunque quel Municipio non abbia mancato di incoraggiamenti» e, segnalando la sua presenza a Catanzaro, la definisce «donna che l’Italia e l’intera Europa onorano, annoverandola fra le Donne illustri del sec. XIX»: la prima a inaugurare e a istituire nel Meridione una scuola laica che avesse come fine principale l’educazione intellettuale delle donne.

Dal 4 settembre 1874, con incarico dal Consiglio comunale di Velletri, fonda e dirige la Scuola Normale femminile e la nomina di maestra nella quarta elementare della stessa. Antonio Garcèa si ammala di broncopolmonite: ricoverato all’Ospedale di Santo Spirito a Roma muore il 28 aprile: si fa seppellire con la divisa di galeotto e lascia agli eredi la divisa garibaldina. Giovanna Bertòla sposa il figlio di una sorella del marito, il nipote Giuseppe Sgrò, anche lui garibaldino (il matrimonio non fu ben visto dai familiari di Garcèa e nemmeno da altri suoi familiari), continuerà (anche presa da vicende familiari difficili) la sua attività di direttrice delle scuole normali Avezzano. Nel 1881 la primogenita dei Garcea, Clorinda, sposa Bartolomeo Corbi. Nell’ottobre 1883, Giovanna Bertola era trasferita a Bobbio (Piacenza) come direttrice e insegnante della suola normale inferiore. A Bobbio Giovanna Bertòla resta ben 15 anni. Nel 1884 è abilitata all’insegnamento delle lettere italiane nel 1895 diventa reggente per la pedagogia nelle scuole normali superiori e nel 1896 si abilita definitivamente all’insegnamento della pedagogia nelle superiori. La Scuola Normale di Bobbio diventa una scuola moderna, con tante discipline nuove, come ha ricostruito la Malandri che ha consultato i registri.

In un libretto del 1897 c’è un suo scritto intitolato “Educazione della donna” in cui si domanda se le sue idee giovanili così all’avanguardia erano maturate e si erano realizzate nel tempo. Continua con le sue proposte innovative quando scrive che sarebbe «invero un grave errore se alla donna, come nei tempi difficili del dispotismo, si proibisse l’ingresso al santuario della scienza». Auspica, inoltre la possibilità per le donne di accedere all’Università perché altrimenti «non sarebbe mai raggiunto quel grado di civiltà, alla quale tutti aspiriamo, quando non fosse tenuta alla dovuta altezza la dignità della donna, quando non si coltivassero le sue attività intellettuali, quando il suo cuore non venisse informato al sentimento de’ suoi doveri verso la famiglia e la patria». Giovanna Bertòla il 3 agosto 1898 è trasferita ad Avezzano, come direttore della Scuola Normale, successivamente, il 30 ottobre 1901, a Lagonegro, mentre il 16 marzo fino al 30 settembre 1902 è comandata a prestare servizio nella Biblioteca Centrale Vittorio Emanuele di Roma; dal 1 novembre 1902 è trasferita alla Scuola Normale dell’Aquila. Intensa la vita intellettuale, fatta di frequentazioni con Bixio, Garibaldi, Anna Maria Mazzoni, Adelaide Folliero De Luna, parlamentari Gioacchino e Achille Rosponi, Francesco De Sanctis, principessa Louise Murat.  Nel 1914 è destinata alla direzione della Scuola normale di Macerata, dove rimane due anni. Si stabilisce, dopo la pensione presso la figlia Cesarina a Cellino Attanasio a Teramo e poi, sempre in compagnia della unica e inseparabile sorella Barberina, ritorna a Bobbio presso la figlia Luisa, rimasta vedova nel 1911. Come la Mozzoni diventa interventista allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, incoraggia il figlio Roberto ad entrare nell’esercito, e vive la sua scelta in coerenza con il patriottismo, gli ideali risorgimentali, le lotte per la liberazione delle donne che avevano ispirato e orientato la sua vita. 

Muore a Bobbio il 31 agosto 1920, dove è sepolta nella tomba di famiglia Olmi-Giorgi. Era anche conosciuta come "Mamma Grande" per la sua capacità di accogliere ed educare allieve, di tenere rapporti e legami intellettuali con le nuove classi dirigenti nazionali, democratiche, di tradizione risorgimentale. Aveva sistemato meticolosamente tutte le sue carte, che consentono di scrivere pagine importanti della storia politica, sociale, civile, culturale dell’Italia, delle donne e degli uomini, che faticosamente diventavano italiani. Come Antonio, non ha ancora avuto la notorietà che meritava. Conosciuta a Parma, dove fondò la rivista, grazie anche a iniziative e studi come quelle di Angela Malandri, Giulio Reggiani, anche di chi scrive, nota a Bobbio dove visse molti anni e ebbe la sua famiglia, è del tutto sconosciuta in Calabria, dove operò in maniera innovativa, di cui amò la storia, i luoghi e le persone, e, ancora, speriamo per poco, è quasi del tutto sconosciuta a Mondovì, dove nacque, studio, si formò e conobbe l’uomo con cui avrebbe dato vita a uno degli incontri più proficui dell’Italia della seconda metà dell’Ottocento.

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