Sabato, 23 Gennaio 2021 11:38

L’epidemia del 1944 e la guerra (tra diserzione, malattia e colpa) di Bucky Cantor

Scritto da Redazione
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“Detto tra noi”, condotto da Daniela Maiolo e Sergio Pelaia con la regia di Bruno Iozzo, torna a parlare di libri e lo fa affidando la consueta rubrica a un ospite oramai di casa, lo scrittore e storico serrese Tonino Ceravolo. Questa volta il consiglio di lettura è ricaduto sull’ultimo romanzo dato alle stampe da Philip Roth, Nemesi. Come spiegato da Ceravolo ai microfoni di Radio Serra, uno dei principali motivi di interesse sta proprio nel fatto che si tratta di un romanzo del compianto scrittore definito da Harold Bloom «il più grande autore americano del 900 dopo Faulkner». «Anche un grande critico italiano – ha aggiunto Ceravolo – Alberto Asor Rosa, quando il libro venne pubblicato nel nostro paese, disse che si trattava del più grande scrittore vivente».

Un testo inteso nuovamente come espediente per riflettere sull’attualità e anche su un argomento primario che da un po’ di tempo occupa le nostre vite: la pandemia. «È un romanzo – ha continuato lo scrittore – che parla dell’epidemia di polio scoppiata nel 1944 nel quartiere ebraico di Newark, nei pressi di New York. Il protagonista è Bucky Cantor, un giovane istruttore sportivo che si trova a fare i conti con una sorta di diserzione dalla Seconda guerra mondiale, dalla quale era stato scartato per la bassa statura e la cecità». Una cecità attraverso la quale il protagonista sembra non accorgersi di quanto l’epidemia coinvolga i ragazzi e i bambini di Newark. «L’epidemia – ha continuato Ceravolo – qui si rivela una sorta di antiteodicea, in un contesto in cui Roth si misura con la vita, la morte e con due grandi temi dostoevskiani: quello della possibilità, in questo caso dell’impossibilità, e della colpa». Impossibilità della conciliazione tra la sofferenza dei bambini e l’esistenza di Dio (uno degli argomenti dei Fratelli Karamazov) e della conciliazione tra la morte dei bambini e il Dio buono (tema dell’Idiota). Roth, al contrario di Dostoevskij, risponde da non credente.

Rimanendo sempre nella dimensione dostoevskiana, si arriva dunque al tema della colpa. «Roth a un certo punto scrive che – ha detto Ceravolo – delle due l’una: la colpa per quello che sta accadendo a Newark o è di Dio o è di Bucky Cantor, il protagonista del romanzo, il quale scoprirà a sue spese che la colpa è proprio sua». Infatti, da istruttore del campo giochi si trasformerà alla fine nell’untore dei suoi ragazzi. Gli abitanti di Newark vanno alla ricerca di quello che oggi definiremmo il “paziente 1”, per alcuni rintracciabile tra gli italiani o gli ebrei, questi ultimi considerati tante volte degli untori nel corso della Storia. Ma, di fronte a diverse possibilità, alla fine l’untore reale si rivelerà Bucky Cantor. «Dopo essere fuggito da Newark – ha spiegato Ceravolo – si rifugia a Indian Hill per raggiungere la propria ragazza e lì scoppia una nuova epidemia. Portatore del contagio è proprio quell’istruttore che tanto bene aveva voluto ai suoi ragazzi. Il suo affetto si tramuta così nell’incredibile colpa che lo accompagnerà per tutta la vita».

Un romanzo commovente in cui l’“Io narrante” alla fine regala anche un’immagine di rinascita, fantasticando su un Bucky Cantor invincibile intento nel lancio del giavellotto. Immagine con la quale Ceravolo ha voluto salutare i radioascoltatori, nella speranza che la rinascita apra presto una breccia nella società colpita dal Coronavirus.

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