Domenica, 31 Gennaio 2021 11:01

Procida tra realismo e fiaba, dalla penna di Elsa Morante al riconoscimento di “Capitale della cultura”

Scritto da Redazione
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Il timone della consueta rubrica dei libri all’interno del programma “Detto tra noi”, su Rs98, è stato affidato, ancora una volta, alla scrittrice e archeologa Eliana Iorfida. L’obiettivo di associare i temi della grande letteratura all’attualità emerge anche questa volta, con l’invito alla lettura de “L’isola di Arturo” di Elsa Morante. Iorfida ci porta così a Procida, “Capitale italiana della cultura - 2022”, titolo che per la scrittrice è giunto anche grazie al contributo dell’«inarrivabile» Elsa Morante, che proprio a Procida ha ambientato «uno dei romanzi più belli della letteratura del Novecento», “Premio Strega” nel 1957. «“L’isola di Arturo” – sono le parole di Iorfida – esprime l’unicità della penna di Elsa Morante, una scrittura che nasce da sé, non ascrivibile a nessuna corrente letteraria, caleidoscopica, che riesce a scomporre la realtà attraverso il punto di vista dei suoi protagonisti». In questo caso il punto di vista è quello del piccolo Arturo, orfano di madre, ragazzo guerresco che si auto-educa data l’intermittente presenza del padre che comunque egli ammira fino a idealizzarlo.

Entrando nel profondo della scrittura della Morante, Iorfida ricorda una definizione della critica a lei cara: «Nodo cruciale del romanzo – ha spiegato – è l’interpretazione di un’Odissea alla rovescia, dove Procida rappresenta un’Itaca al contrario perché il viaggio di questo ragazzino, legato all’isola da un cordone ombelicale potente, e che rappresenta anche la tomba materna, si svolge tutto dentro di sé. Un viaggio uterino alla ricerca di questa figura femminile perduta». Una Procida tra realismo e fiaba, Itaca al contrario con Arturo eroe insoluto, che vive il viaggio nel suo inconscio.

Nella seconda parte del romanzo subentra l’elemento di rottura: il padre tanto ammirato torna sull’isola con quella che si potrebbe definire una sposa bambina, poco più grande dello stesso Arturo. «Viene introdotto – ha chiosato la scrittrice serrese – questo elemento femminile, momento di rottura per il protagonista. Sull’isola adesso vengono meno tutti i veli che Arturo aveva davanti. Solo ora è in grado di vedere la realtà, suo padre, l’isola e le verità che gli erano state taciute. Una piccola personale battaglia che contiene intrinsecamente dei tratti edipici e più in generale la sfida stessa dell’uomo». La conclusione è caratterizzata così da un divorzio terribile, una fuga dolorosa.

«Invito alla lettura di questo libro – ha detto infine Iorfida – anche per conoscere i luoghi di Arturo quando andremo a visitare Procida in veste di “Capitale italiana della cultura”». Luoghi calpestati anche dal Postino di Troisi per le riprese del celebre film.

Su come si diventa “Capitale italiana della cultura”, pensando alle aspirazioni delle città calabresi e alla candidatura di Tropea non rientrata tra i finalisti, Iorfida ha detto infine: «L’unica regola è ispirarsi alla cultura in senso stretto, fuggendo le immagini stereotipate. In Calabria mi viene in mente l’Aspromonte e l’eredità di Alvaro».

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