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Lunedì, 04 Marzo 2013 15:10

Thyssenkrupp, graziati i dirigenti. Giuseppe Demasi, tra le vittime, nel cuore dei fabriziesi

Scritto da Maria Cirillo
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mini Giuseppe_Demasi_morto_nel_rogo_della_ThyssenkruppIl nome di Giuseppe Demasi, di origine fabriziese, il 30 dicembre 2007 è stato definitivamente aggiunto alla lista delle vittime letali causate dal lavoro. La falce impietosa, in questo caso, è stata la fabbrica torinese Thyssenkrupp, dove Giuseppe svolgeva con impegno un lavoro che, a sua insaputa, presto lo avrebbe brutalmente strappato dalla vita e all'affetto dei suoi cari.  Solo per pochi giorni Giuseppe è riuscito a sopravvivere alla tragedia del 6 dicembre: da lì a poco era destinato a chiudere il cerchio della strage umana perpetrata da un errato modello di capitalismo egoista e noncurante, lasciando nella disperazione più nera le persone che lo amavano e spezzando il cuore di una madre che ancora non sa e non riesce a farsi una ragione per quell’ingiusta fine.

Nessuno dei 7 operai di turno quella maledetta notte si è salvato. La giustizia di primo grado ha asperso su quel dolore un piccolo barlume di sensatezza; grazie ad essa le famiglie avevano potuto, almeno in parte, lenire la giusta rabbia nei confronti dei responsabili.  Quella giustizia bistrattata e che spesso viene considerata goffa, quella giustizia lenta e a volte esageratamente garantista, in questo caso aveva coraggiosamente avviato un corso alquanto nuovo e deciso, un corso giusto ed umanamente attento al supremo valore del diritto alla vita. Con pienezza di cognizione è riuscita a legittimare, fin da subito, un processo per omicidio nei confronti dei dirigenti inadempienti, che non avevano rispettato i cogenti obblighi di legge nell’adozione delle misure di sicurezza nei luoghi di lavoro, rendendosi così responsabili della morte dei propri operai.

La sentenza di primo grado, considerata per certi versi innovativa, aveva consolidato nelle famiglie delle vittime e nei lavoratori in generale, la speranza che da questo precedente poteva nascere una nuova mentalità che, finalmente, tutelasse la vita e la dignità dell’uomo prima e più che l’utile d’impresa. In effetti, il primo grado del giudizio diede una spallata al sistema dell’indifferenza nei confronti della vita: i dirigenti vennero condannati per omicidio volontario.

Com’è norma, la giustizia italiana non si ferma al primo giudizio ma conferisce la possibilità di riesame nei gradi successivi. Nell’appena conclusa fase d’appello, i dirigenti condannati in primo grado per omicidio volontario, hanno beneficiato di una più clemente qualificazione del delitto che ha sminuito ampiamente i confini dell’intensità volitiva del reato. Entrando nel merito, nel primo grado vi è stato l’accertamento oggettivo del fatto che i responsabili hanno coscientemente deciso di accettare, con la loro condotta, il rischio del verificarsi dell'evento morte (non direttamente voluto ma comunque altamente probabile). La sentenza d’appello, invece, ha graziato i dirigenti dando la qualificazione di omicidio colposo, sia pur con “colpa cosciente”.

Pur rimanendo alta la gravità del delitto, la valutazione sulla pericolosità sociale del reato è stata posta ad un livello parecchio inferiore a quello individuato dalla prima sentenza (la quale, giustamente, aveva deciso di non accordare discolpe per l'assurdità di ciò che era successo).

In pratica, un delitto di omicidio scaturito dalla volontaria indifferenza nei confronti del grave rischio per la vita umana (che, come era prevedibile, alla fine si è verificato) non è stato perseguito dalla giustizia come in questo caso ci si aspettava.

Perché si, in questo caso siamo tanti dalla parte degli increduli: prima di tutto e, purtroppo, prima di tutti i parenti e gli amici che hanno dovuto subire personalmente gli effetti dell’insensibilità nei confronti della vita dei propri cari. In secondo luogo, tutte le persone che quotidianamente sentono il peso di quell'indifferenza e sperimentano la paura di quell' insensibilità che da un momento all'altro potrebbe costargli la vita. Infine, tutti coloro che ancora si ostinano a credere in una, ormai lontana, equità della giustizia terrena.

Il lavoro, pur essendo stato messo come fondamento principale delle costituzioni e delle società cosiddette democratiche, anziché essere uno strumento di elevazione e promozione dell’uomo, rischia in questo modo di diventare una tomba ingiusta e prematura; come fosse divenuto soltanto un altare su cui poter immolare vite umane per il bene di quel libero, selvaggio e crudele mercato che deve assicurare l’utile di pochi anche se a spese di, ormai, troppe vittime.

Hanno ragione le mamme, le mogli, le fidanzate, le sorelle e tutti coloro che hanno sentito forte la spinta della contestazione, a criticare gli effetti di un'applicazione normativa in questo caso troppo garantista, specie quando questa si attesta in favore di una classe dominante rimasta, ormai, con in mano solo un potere autoreferenziale ma che non ha più idee, non ha più rispetto del “pane quotidiano”, non ha più un briciolo di umanità.

L’accettazione delle condizioni lavorative è, in fin dei conti, la norma. La contestazione e la difesa della dignità umana, in questi tempi di crisi, rischia di diventare un pericolo sociale che la morente e miope classe dirigente vorrebbe debellare ad ogni costo.

La festa torinese di fine anno 2007, rimandata quando alle 13,30 di quel fatidico 30 dicembre terminarono le atroci sofferenze dello sfortunato operaio Giuseppe Demasi, è da ricordare per tenere viva la fiaccola della vita e per scongiurare la possibilità che si possa ancora morire per spregevoli e futili motivi. Non si può definire diversamente tutto ciò se non spregevole e futile: davvero uno stato democratico che mette al centro la sovranità e la dignità dell'uomo può tollerare il fatto che per incrementare l'eccessivo ed ingiusto profitto di pochi sia legittimo anche mettere a rischio e sacrificare la vita di molti?

Ieri sera, 28 febbraio 2013, si è un po’ affievolita la nascente illusione di una società eticamente ed umanamente giusta. Non è soltanto la giustizia scritta nelle leggi che le persone vorrebbero che fosse perseguita, ma anche la punizione dei colpevoli che riescono a compiere le crudeltà più disumane.

L’addio a Giuseppe Demasi, giovane dagli eterni 26 anni, radici divelte da Fabrizia, giunge forte ed affettuoso anche dal paese d’origine della sua cara mamma Rosina Platì. Il dolore si è sparso anche tra la gente che non lo conosceva di persona. Non solo il capoluogo piemontese che amorevolmente lo accolse insieme alla sfortunata madre: anche la terra delle sue origini non smetterà mai di piangere quella prematura sorte che rubò a Giuseppe la giovinezza e la vita durante quella maledetta notte alla Thyssenkrupp.

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