Venerdì, 10 Giugno 2022 10:48

FIMMINA DI RUGA | Il forno della zia e il sacro fuoco

Scritto da Giuseppina Vellone*
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Foto di Vitantonio Tassone Foto di Vitantonio Tassone

A proposito di corredo. Ho con me due canovacci a tramatura grossa con le iniziali: NB. Li tengo come oggetti preziosi, come se fossero di pizzo Cantù o tombolo. Sono solo due canovacci, con piccolissime frange, di tela grezza. Li uso per coprire la ciotola in cui faccio lievitare l’impasto per il pane. “NB” sta per Nazarena Barillari.

Zia Nazarena era la zia di mio nonno Gerardo. Apparteneva alla famiglia dei Barillari: sorella di zio Peppino, di zia Assunta, di zio Cosimo, della bisnonna Anna Maria. Chissà se la zia avrebbe potuto immaginare che sarebbero finite a Verona, dove quelle iniziali suonano strane, e, dove, anche ai miei figli è difficile capire perché in essi io mi riconosca.

Zia Nazarena si era sposata in tarda età con un uomo mite, da lei soprannominato lo zio Ciambrone, un aggettivo di cui non so il significato ma che, verosimilmente, veicolava una sorta di distanza con timore e riverenza. Non avevano avuto figli e la zia, di fatto, viveva per tutti i nipoti, soprattutto i figli della zia Teresina. Io ero fra gli eletti. Entravo e uscivo da casa sua e dal forno come l’aria entra in una stanza con porte e finestre spalancate. Senza limiti.

La zia abitava in una casa costituita da due grandi camere. Sopra c’era un letto matrimoniale altissimo, a più strati. I materassi erano impilati gli uni sugli altri: quelli più in alto erano di lana, quelli sottostanti erano sacchi grezzi a righe, con una fenditura centrale che serviva per riassettare le cariossidi essiccate del granturco.

Quando la zia rifaceva il letto, io l’aiutavo. Quando impastava il pane, oppure quando si impastava la carne delle salsicce, io amavo affondare le braccia quasi fino al gomito. Diventavo, penso, parte delle cose, parte della terra, parte della vita. Le cariossidi facevano rumore: un suono familiare. Dalla zia mi appagavo con le mani, con la vista, con gli odori. Tutti i sensi erano all’erta a cogliere la vita.

La zia era piccola. Aveva la pancetta o forse erano le sue gonne a pieghe sovrapposte (“rutute”) che ammorbidivano le sue forme. Portava sempre un grembiule con la tasca destra e lo scialle, nero. Aveva un po’ di baffi e un po’ di barba che, secondo me, tagliava con il rasoio: quando ti baciava a volte pungeva.

Lei era fiera che io andassi a dormire con lei. Il letto era così alto che la zia usava uno sgabello per salirvi e poi vi si tuffava. Le lenzuola erano grosse. Le coperte pesanti. Spesso per scaldare il letto la zia metteva un pezzo di tegola scaldata avvolta in stracci di lana.

Mi chiedeva: “Ani mia, ti fa freddo?”. Io rispondevo di no, anche se il mio alito faceva il fumetto. Sapevo che, sotto le coperte, sarei stata bene e il giorno dopo avrei continuato a star bene: mi aspettava il forno.

La zia si manteneva affittando il suo forno o facendo il pane per chi non sapeva farlo; poteva panificare due o tre volte in un giorno. Il forno era una piccola casetta dove, accanto alla bocca coperta dal coperchio scuro, c’era un camino, un piccolo lavandino, la madia, le assi dove si riponeva il pane.

Come per molti lavori, le mie zie e la nonna mi facevano svolgere mansioni a seconda della mia età, rispettando una rigida gerarchia. Prima ho potuto portare le fascine, poi pulire la madia con la spatola (detta angiolina), poi potevo impastare. Non sono mai arrivata a infornare. La zia pretendeva pazienza e attenzione. Il forno è come il mare: improvvisamente può esserti nemico.

Ricordo il contrasto che d’inverno si creava tra il freddo e il buio della strada e il calore e il bagliore delle braci rosse: piccoli vulcani benigni. Il rastrello con cui la zia le spostava per scaldare in modo uniforme il forno nelle sue mani sembrava un bastone, quasi uno scettro impugnato da un nobile. Erano gesti precisi, sobri, quasi eleganti. Poi arrivavano le pale con i pani, con sopra incisa la croce.

Ancora adesso non posso lasciar lievitare la pasta della pizza senza incidere la croce. Si allarga la pasta, che lievita meglio, e, nel contempo, si benedice. La benedizione era fondamentale nel forno. Chi entrava mentre si panificava doveva dire “Dio mu vi lu criscia”, che Iddio lo faccia crescere). La zia, senza fermarsi, rispondeva “bona vinuta”, siate i benvenuti.

Poi il miracolo: i pani uscivano come tanti soldati. Venivano allineati sopra le assi e poi riposti nelle sporte. Vecchie tovaglie li coprivano alla vista, ma il profumo, indimenticabile, si diffondeva fino alla piazzetta.

La prima volta che mi fu concesso di impastare rappresenta uno dei ricordi più teneri e comici della mia vita. La nonna Brunina e la zia avevano preparato la farina nella madia, avevano appena aggiunto “lu livato”, il lievito madre, ed io, animata da sacro fuoco, quasi prendendo una rincorsa e trattenendo il respiro, imitai la forza dei loro gesti e molto di più. Presi a pugni la farina, una, due, tre volte; una nuvola bianca si alzò ricoprendo tutto: i capelli della zia, della nonna, i miei, i loro scialli, ogni mensola. Una nevicata soffice.

Avevo aggredito l’impasto prima dell’arrivo dell’acqua, prima della fase in cui farina e acqua s’incontrano. Prima. Non avevo rispettato i tempi e la sequenza. La forza bruta della mia prima volta era stata inutile. La forza era richiesta dopo, quando il garbo e l’esperienza avevano già creato la base. La forza viene dopo che le mani hanno messo insieme con gesti di raccolta, gesti larghi, cerchi immaginari in cui l’acqua si incanala nella pasta nascente e diventa un tutt’uno.

Ma io avevo fretta. Avevo fretta di aiutare, di essere considerata capace, utile, adulta. Il bianco della farina coprì il rosso della mia vergogna. E rimasi in attesa.

*Psicoterapeuta, fondatrice della Onlus Famiglieperlafamiglia e responsabile di Casa di Deborah, nel 2021 ha pubblicato Fimmini di ruga, il libro da cui è tratto questo brano e da cui prende il nome la rubrica che cura per il Vizzarro.

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