Venerdì, 27 Aprile 2012 10:34

Randagismo, interpellanza di Mirko Tassone

mini consiglio comunale serraDi seguito il testo dell'interpellanza a risposta scritta presentata ieri mattina da Mirko Tassone, consigliere comunale del gruppo "Al lavoro per il cambiamento":

Al sig. Presidente del Consiglio del Comune di Serra San Bruno

Al Sig. Sindaco del Comune di Serra San Bruno

Serra San Bruno, 26 aprile 2012

 

INTERPELLANZA A RISPOSTA SCRITTA

OGGETTO: Presenza cani randagi

Il sottoscritto consigliere

Premesso che

  • in diversi punti della cittadina è stata segnalata la presenza di numerosi branchi di cani randagi;
  • nei giorni scorsi diversi cani randagi e non sarebbero stati vittime di avvelenamento;

Considerato che

  • la presenza di cani randagi può rappresentare fonte di grave pregiudizio per l’incolumità dei cittadini, in particolari di donne e bambini;
  • la presenza di numerosi cani randagi costituisce un problema, anche, di carattere sanitario a causa dei cumuli di spazzatura che i cani, alla ricerca di cibo, disseminano continuamente per le strade cittadine.

Interpella il Sindaco per sapere

  • Se se siano stati adottati adeguati ed opportuni provvedimenti finalizzati al contrasto del randagismo;
  • Quali siano gli eventuali provvedimenti adottati o in corso di adozione.

Il Consigliere

Mirko Tassone

Pubblicato in POLITICA

mini AperturaNell'importante saggio del 1961 La terra del rimorso, recentemente ripubblicato da Feltrinelli, Ernesto De Martino individua nel gesuita tedesco Athanasius Kircher (1602-1680) uno dei primi autori ad affrontare in maniera sistematica il tema del tarantismo nella cultura meridionale e in particolare salentina. Egli, scrive De Martino, «per esser spesso ingenuamente partecipe rispetto alle tradizioni locali, ha finito per conservarci sul fenomeno culturale del tarantismo molto di più di quanto non abbiano fatto medici e naturalisti».

Singolare figura di poligrafo dedito agli studi più vari e disparati -dalla geologia alla matematica, dall'architettura alla crittologia, dalla botanica alle lingue asiatiche e ai geroglifici- Kircher nutre un profondo interesse nei confronti della musica. Come diversi intellettuali suoi contemporanei (Johannes Kepler, Robert Fludd e Marin Mersenne, solo per citarne alcuni), anche Kircher è convinto che l'ordine del mondo abbia carattere sostanzialmente musicale; nella sua opera principale dedicata all'argomento, la Musurgia Universalis (1650), egli rappresenta infatti Dio come un "musico supremo" che, accordando e suonando un organo a canne, crea il cosmo e determina la disposizione armonica dei suoi elementi.

 

Non è nella Musurgia Universalis, tuttavia, che Kircher tratta estesamente del tarantismo (sebbene vi sia una sezione ad esso dedicata nel libro IX), né nella Phonurgia nova (1673, dove pure vi sono diversi cenni), bensì nel Magnes sive de arte magnetica, pubblicato nel 1641, nove anni prima della Musurgia, e dedicato al magnetismo inteso nella sua accezione più generale. Le proprietà magnetiche di alcuni minerali erano ben note già agli antichi, e nel Medioevo e Rinascimento avevano attirato l'attenzione di quei filosofi più inclini ad interpretare le dinamiche naturali in termini di simpatia/antipatia tra gli enti (ad esempio Pietro Peregrino, Girolamo Fracastoro e Giambattista Della Porta), ma fu solo con la pubblicazione del De magnete di William Gilbert, nel 1600, che le conoscenze intorno ai fenomeni magnetici furono organizzate in un corpus organico e sperimentalmente corroborato. Nella sua opera Gilbert non solo dimostrava che la Terra stessa era un enorme magnete, ma suggeriva anche l'idea che il magnetismo potesse fornire un modello dinamico adeguato per la rappresentazione dei moti celesti, idea che fu poi ripresa e approfondita da Kepler nell'Astronomia Nova (1609). Nel Magnes, Kircher si spinge ancora oltre, riconoscendo nel magnetismo un principio universale che lega intimamente tutte le cose create preservando così l'armonia del mondo, come si può evincere dal frontespizio dell'opera, dove intorno all'occhio divino sono disposti il mondo sublunare, quello celeste e l'uomo (il "microcosmo") reciprocamente connessi da "catene magnetiche" che a loro volta li legano alle diverse scienze ad essi inerenti: omnia nodis arcanis connexa quiescunt. Il magnetismo "elementale" preso in considerazione da Gilbert è dunque, secondo Kircher, solo una delle possibili manifestazioni di questo principio universale. Oltre ad esso (come spiegato nel III libro del Magnes, "Mundus sive catena magnetica") vi sono infatti le forme del magnetismo vegetale, animale, medicinale, musicale e  dell'amore.

 Il caso del tarantismo e della relativa cura per mezzo della musica rientra, per Kircher, all'interno del magnetismo musicale, e riveste particolare importanza perché collega quest'ultimo al magnetismo medicinale e a quello animale. Secondo Kircher, il morso della tarantola trasmette all'essere umano un veleno che si va ad annidare nelle profondità delle fibre muscolari. Tale veleno è dotato del medesimo magnetismo della tarantola, la cui principale caratteristica è quella d'esser sensibile al magnetismo musicale: come la tarantola, il veleno è perciò attratto da particolari tipi di musica e repulso da altri. Una musica appropriata causa dei movimenti armonici dell'aria che, penetrando nel corpo umano attraverso l'orecchio, affligono lo spirito –il mezzo grazie al quale l'anima tiene in vita il corpo e ne amministra le funzioni. Il movimento armonico è successivamente trasmesso ai muscoli, dove il veleno, stimolato magneticamente, comincia esso stesso a muoversi e a dirigersi verso la fonte musicale, suscitando nell'ospite una serie di movimenti irrefrenabili che a loro volta, distendendo e riscaldando il corpo, aprono i pori e permettono al veleno di evaporare. Perché tutto ciò avvenga è tuttavia necessario suonare la musica appropriata, ed è necessario, in primo luogo, che essa sia adatta a suscitare il calore necessario per dilatare i pori e far evaporare il veleno. 

Sin dall'antica tradizione greca, ad ogni specifico modo musicale era stato associato un particolare ethos, un carattere proprio capace di modificare l'intelletto e la volontà. Per Kircher, è proprio nei diversi ethoi dei modi musicali si realizzano le forme di magnetismo che suscitano un naturale moto di simpatia/antipatia nell'animo umano e, in ultima analisi, determinano i diversi stili. Questa dottrina degli affetti, risalente al periodo greco, era stata in gran parte preservata attraverso le successive modificazioni della teoria armonica, la quale, dopo le formulazioni di Tolomeo e Boezio, era stata codificata, intorno al IX secolo, nella teoria degli otto modi ecclesiastici: i quattro autentici (dorico, frigio, lidio, missolidio) e i quattro plagali (ipodorico, ipofrigio, ipolidio, ipomissolidio), ottenuti trasponendo gli autentici alla quarta inferiore. «L’autentico –scrive Giovanni Maria Bononcini nel Musico prattico (1673)– ha proprietà di fugar verso l’acuto, & il plagale verso il grave; l’autentico (secondo alcuni) è di natura vivace, & il plagale è di natura mesta».   Caratteristiche generali della musica da suonare per guarire il morso della tarantola o tarantella sono, secondo Kircher, il modo frigio (scala da mi a mi, con repercussio in do) -tradizionalmente associato ai culti dionisiaci, ai cortei bacchici e alla sfrenatezza- e il modo ipodorico, ad esso affine (da la a la, con repercussio in fa e finalis in re, essendo questo un modo plagale), di carattere più austero, grandioso e statico. La posizione dei due rispettivi semitoni in queste scale (tra 1° e 2° grado e 5° e 6° nel frigio, tra 2° e 3° e 5° e 6° nell’ipodorico) sarebbe all’origine, per Kircher, della loro particolare capacità di muovere gli affetti e suscitare il movimento nei tarantolati.  Aldilà di queste indicazioni generali, per i taranti (suonatori di tarantella) è comunque fondamentale saper realizzare d'improvviso le necessarie armonizzazioni (in analogia alla pratica corrente del continuo) a partire da un repertorio più o meno fisso di strutture melodiche semplici, e basandosi sull'osservazione caso per caso dei sintomi presenti nel tarantolato, ricavarne lo specifico temperamento.

Dal punto di vista di Kircher, le proprietà magnetiche (e terapeutiche) della musica hanno una precisa base fisiologica. La scienza medica del tempo è, infatti, ancora largamente fondata sulla dottrina galenica dei 4 umori fondamentali, in base alla quale dalla combinazione (temperamento) di quattro fluidi corporei (sangue, flemma, atrabile o bile gialla, bile nera) dipenderebbe in ultima istanza lo stato di salute del corpo. Quando i fluidi sono ben temperati (eucrasia), il corpo gode di buona salute; quando invece uno di essi prevale sugli altri si verifica una situazione di anormalità (discrasia), che può condurre a uno stato patologico; il morso della tarantola altera la giusta proporzione degli umori turbando così il normale temperamento. L'eccesso di sangue, flemma, atrabile o bile nera determina rispettivamente i temperamenti sanguigno, flemmatico, collerico o melancolico, cui sono a loro volta associate le qualità naturali di caldo-umido (sanguigno), freddo-umido (flemmatico), caldo-secco (collerico) e freddo-secco (melancolico). I taranti devono essere in grado di riconoscere la specifica discrasia umorale del tarantolato e predisporre la strumentazione adatta alla guarigione. Infatti, spiega Kircher, gli umori freddi (bile nera e flemma), essendo più lenti e pesanti, rendono necessario tutto il clangore e la forza degli strumenti a percussione; sangue e atrabile, al contrario leggeri e caldi, vengono più facilmente influenzati dagli strumenti a corde e dai fiati. La possibilità di diverse combinazioni di tali strumenti (oltre, naturalmente, al canto) garantisce così un’ampia versatilità di formazioni per affrontare le più svariate forme di tarantismo.

Come nel caso dei modi, anche le indicazioni riguardanti la scelta degli strumenti hanno carattere generale e valore puramente orientativo. Diversi tipi di tarantole determinano sintomi differenti in ogni singola persona, così che l’efficacia della cura dipende in ultima analisi dalla capacità degli esecutori di interpretare i segni e le reazioni del tarantolato contemporaneamente all’esecuzione. Sul piano musicale, ciò si traduce in una certa fluidità, se non occasionalità, della forma musicale della tarantella: i taranti devono infatti essere in grado di realizzare continue variazioni melodiche, ritmiche e metriche in funzione della risposta osservata nel tarantolato. Lo scopo è quello di individuare il modulo musicale «proporzionato» al veleno, in un processo che può eventualmente condurre allo sviluppo, nella medesima esecuzione, di variazioni di tempo, spostamenti d’accento e modificazioni, anche ad effetto poliritmico, su disegni armonici ostinati in 4/4. 

Seguendo il link indicato di seguito, la realizzazione dell’Antidotum tarantulae da parte di Marina Bonetti (arpa doppia) e Diego Cantalupi (chitarrone).

 

Antidotum Tarantulae (Marina Bonetti, Diego Cantalupi)

 

 

 

Pubblicato in CULTURA
Lunedì, 19 Marzo 2012 19:55

Chi è il mafioso?

mini mafioso--lupara“La giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie”, in programma per mercoledì nella cittadina della Certosa, rappresenta un appuntamento importante, per continuare a celebrare il ricordo di uomini e donne che non hanno abbassato la testa, che non hanno voluto girarsi dall’altra parte. Rappresenta, soprattutto, l’occasione per perpetuare la memoria di quanti hanno deposto la longanesiana bandiera del “tengo famiglia”, per combattere, anche, per chi quella bandiera ha voluto tenerla ben stretta. Tuttavia, le manifestazioni come quella di mercoledì, non possono essere appannaggio di quelli che Sciascia definiva i “professionisti dell’antimafia”. Per tale motivo, è necessario avviare una serie di constatazioni e di considerazioni destinate ad andare al di là di una riflessione di carattere ordinario. La virulenza e l’ampiezza dell’attacco, sferrato dalla criminalità, non di rado, ha indotto gli esponenti politici ad aprire tavoli di confronto, a svolgere consigli comunali aperti, ad organizzare manifestazioni e fiaccolate. Il tutto, nell’ottica di sensibilizzare un’opinione pubblica, spesso, restia a spendersi in prima persona. Non v’è dubbio, che tali iniziative possano svolgere un’importante funzione pedagogica. Tuttavia, per contrastare un fenomeno è necessario comprenderlo in tutte le sue sfumature ed accezioni. Prima di procedere ad un’accurata disanima del fenomeno sarebbe, quindi, opportuno individuare la tipologia umana che lo anima e lo produce. In altri termini, sarebbe necessario porre un interrogativo: “chi è il mafioso?”. Nell’oleografia popolare, il malavitoso può assumere le vesti del bandito o del brigante che, quasi con fare romantico, armato di coppola e doppietta, assiepato dietro qualche albero di alto fusto, lava col sangue le sue vendette. Un tale stereotipo, però, per quanto suggestivo non aiuta a tratteggiare correttamente i contorni di un fenomeno, le cui manifestazioni assumono un carattere tutt’altro che individuale. Ricorrendo all’ausilio di un noto dizionario della lingua italiana, potremmo “scoprire” che, dietro al temine mafioso si cela in realtà: “il componente di un’associazione segreta di persone che si dà aiuto reciproco e che per il proprio interesse é pronto a disprezzare ed a calpestare la legge e la morale”. A questo punto, i contorni, per quanto meglio definiti, possono indurre in errore, poiché, se il mafioso è un individuo che mette in atto azioni illegali per raggiungere il proprio fine, non si può non rilevare come tali atteggiamenti, spesso, permeino settori che dovrebbero esserne del tutto immuni, a partire dal mondo politico. Quante volte, infatti, la classe politica, in questa nostra regione, approfittando della posizione e della funzione che occupa, disprezza e calpesta quella legge e quella morale che dovrebbe essere alla base del vivere civile? Se quindi, per mafioso, intendiamo, non solo gli atti che presuppongono violenza fisica, ma anche quelli caratterizzati dalla sopraffazione, dalla discriminazione, dal sopruso, il quadro diviene molto più complesso ed affollato. Se è vero come è vero, che, incendiare un automobile, devastare un pubblico esercizio, esplodere colpi d’arma da fuoco contro chiunque può essere considerato l’inequivocabile indizio di un comportamento mafioso, è altrettanto vero che, più subdoli e non meno criminali mezzi di pressione possono essere esercitati in maniera differente. Non è forse un atteggiamento “mafioso”, in quanto prevaricatore, stravolgere una graduatoria, falsare un concorso, indirizzare un appalto, ai danni della stragrande maggioranza dei cittadini? Non è forse un atteggiamento “mafioso”, in quanto immorale, distribuire incarichi, prebende e regalie ai danni della collettività? Non è forse un atteggiamento “mafioso”, in quanto vessatorio, esercitare pressioni e ricatti per estorcere consensi durante le competizioni elettorali? Non è forse un atteggiamento “mafioso”, in quanto illegale, chiedere voti in cambio di false promesse o favori personali che poi è la comunità a dover pagare? Purtroppo, si potrebbe continuare a iosa, visto che ciò che manca non sono gli esempi negativi, bensì le pubbliche virtù. Tali “vizi” o, forse come li avrebbe definiti un frenologo, tare antropologiche coincidono con una forma mentis che non può, purtroppo, mutare con una fiaccolata o con un convegno più o meno pomposo. Quale allora la strategia, la strada da intraprendere e seguire per debellare quello che, altrimenti, rischia di configurarsi come un fenomeno sociale? Partendo dalla banale considerazione che in tali campi non vi sono ricette miracolose o salvifiche si potrebbe, ad esempio, cercare di sensibilizzare o educare l’opinione pubblica con l’esempio. La classe politica, quale espressione della parte più elevata della società, dovrebbe avere il compito e la funzione di restituire dignità anziché toglierla, dovrebbe tutelare i diritti anziché calpestarli, dovrebbe svolgere le mansioni istituzionali in nome e per conto dell’intera comunità e non in funzione degli interessi del “clan” di riferimento. Certo, educare con l’esempio è difficile, poiché comporta sacrifici e scelte coraggiose, ma soprattutto, in molti casi, non aiuta a far comprendere la reale dimensione del potere che, come amava ripetere Talleyrand, “si misura con l’abuso che se ne fa”.

Pubblicato in LO STORTO
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