Giovedì, 10 Gennaio 2019 15:14

I verbali di Emanuele Mancuso: «Usato dai miei parenti, volevano uccidere Soriano»

Scritto da Redazione
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  • Emergono le prime dichiarazioni del rampollo (pentito) del casato criminale di Limbadi: «Nessuno mi ha detto che avevano progettato l’eliminazione di Leone, però l’ho capito dall’aria che tirava e perché mi invitavano a non andare da lui. L'arresto gli ha salvato la vita»

Sono destinate a suscitare non poco clamore e ad aprire nuovi filoni d’inchiesta le dichiarazioni che il pentito Emanuele Mancuso, rampollo 30enne del casato criminale di Limbadi e figlio di Pantaleone alias “L’Ingegnere”, ha rilasciato ai magistrati della Dda di Catanzaro e che sono state depositate nei giorni scorsi nell’ambito del processo “Ragno” contro il clan Soriano di Filandari.

A riportare le parole del neo pentito è il Quotidiano del Sud.

Siamo al 27 giugno ed Emanuele Mancuso ha da poco deciso di iniziare a collaborare con la giustizia. Parlando con il pm Annamaria Frustaci e col maggiore dei carabinieri Valerio Palmieri, il pentito espone le sue preoccupazioni: «Temo per l’incolumità di mio padre – ha detto il pentito – e dei componenti della mia famiglia, poiché nel momento in cui si diffonderà la circostanza della mia collaborazione con l’autorità giudiziaria, le diverse famiglie che operano sul territorio vibonese – e, in particolare, gli esponenti della mia stessa famiglia, nonché gli Accorinti di Zungri, gli Accorinti di Briatico, Gregorio Niglia detto “Lollo” (affiliato alla famiglia Accorinti di Zungri, nonché vicino alle famiglie Mancuso e Pesce di Rosarno), nonché Saverio Razionale, legato alla famiglia Fiarè di San Gregorio d’Ippona e i Navarra ma, soprattutto, Leone Soriano (non tanto la sua famiglia) – attese le dichiarazioni che sto per fare potrebbero avere delle rappresaglie nei loro confronti. A meno che – prosegue Emanuele Mancuso – i miei familiari non facciano ciò che hanno fatto i familiari di Figliuzzi (l’ex killer dei Patania, oggi collaboratore), dissociandosi pubblicamente sui giornali. Comunque credo che proveranno ad esprimere solidarietà mafiosa nei confronti dei miei genitori e cercheranno di dissuadermi dal mio proposito di collaborare».

Fatte queste premesse, il neo collaboratore parla poi di Leone Soriano, che il clan di Limbadi secondo lui avrebbe voluto uccidere. Non aveva conferme, Emanuele, ma solo percezioni a suo parere fondate: «Lui si determina da solo a fare i danneggiamenti, mentre la lettera per i soldi l’ha mandata prima. Per la vicenda, prima dei danneggiamenti, ho parlato con zio Luigi (Luigi Mancuso, uno dei capi indiscussi del clan, ndr), perché Leone Soriano mi ha invitato a farlo dandomi un fascicolo che documentava il fatto che Castagna (omissis) qualcosa, inducendo questi a denunciare Soriano (omissis). Quando ho portato il fascicolo a mio zio Luigi, lui mi disse che Soriano gli aveva mandato delle lettere a Castagna. Inizialmente c’è stato un accordo tra Leone e Luigi che consisteva nel dargli 4-5000 euro affinché Castagna non si toccasse. Tale somma doveva sborsarla la famiglia Mancuso, poi l’accordo non è stato rispettato e Leone ha iniziato a fare i danneggiamenti».

Il collaboratore si è poi assunto la responsabilità della bomba all’imprenditore Castagna: «È stata una mia iniziativa perché ce l’avevo con i miei parenti, in quanto mi “sono sentito usato”: ho capito che avevano fatto quell’accordo tramite me perché volevano prendere tempo per organizzare l’eliminazione di Leone Soriano. Con questo arresto – dice ancora Emanuele Mancuso parlando di Soriano e rivolgendosi ai carabinieri – gli avete salvato la vita. Nessuno mi ha detto che avevano progettato la sua eliminazione, però l’ho capito dall’aria che tirava e anche in considerazione del fatto che i miei parenti mi invitavano a non andare da lui. Penso che ritenevano potessi rimanere coinvolto in qualche agguato». Mancuso, però, continuò lo stesso a recarsi a Pizzini di Filandari, seppur con qualche precauzione, ma non immaginava «fosse stato lanciato un trojan (applicazione per smartphone)» sui dispositivi di alcuni indagati, fondamentale per le intercettazioni.

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