Venerdì, 28 Dicembre 2012 16:28

‘Ndrangheta. Una piaga d'importazione

Scritto da Sharo Gambino
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mini sharo_-_la_stampaA ben leggere nelle vicende storiche della 'ndrangheta, il suo dapprima lento e poi via via sempre più accelerato accrescimento è anche frutto di grossolani errori di valutazione. L'onorata società calabrese è stata in ogni tempo sottovalutata e ritenuta pericolo minore rispetto a quella siciliana. La riprova è nell'intervento delle forze dello Stato nella Locride e sull'Aspromonte, prima quasi inesistente ed ora massiccio in seguito alla frustata inferta moralmente da una madre scesa da Pavia in Calabria por cercare di recuperare il figlio prigioniero dell’anonima.

Il primo errore fu commesso all'alba dell'unità nazionale, allorché si provocò l'innesto sul suolo continentale della mafia siciliana. Avvenne sotto il governo Minghetti. Il ministro Tantelli, per rompere collusioni tra l'associazione criminosa e la pubblica sicurezza nelle province di Palermo, Trapani, Girgenti e Caltanissetta, adottò energiche misure di prevenzione. A partire dal 1874 per tre anni centinaia di mafiosi furono arrestati e condannati al domicilio coatto nelle isole di fronte alla Sicilia. Un contingente ebbe a destinazione la dirimpettaia Calabria

, nella zona grecanica attorno a Bova, sul versante ionico meridionale dell'Aspromonte, a breve distanza da Polsi. E nella lingua parlata dagli abitanti del sito, il greco classico, cercò la propria denominazione la prima consorteria nata dall'incontro dei coatti con la delinquenza e la miseria locale. Si chiamò 'ndrangheta, che trova origine nel V secolo a.C. nel sostantivo greco (lo usò pure Plutarco) “andragadìa” a cui le fonti danno il significato di valore individuale, capacità personale.

Un tragico errore, quel domicilio coatto, che infettò la Calabria del germe mafioso e che sarà ripetuto, con estrema leggerezza e sconsideratamente, nel secondo dopoguerra, quando si crederà dì poter estirpare la gramigna scegliendo per capi bastone siciliani e calabresi il Centro ed il Nord Italia come soggiorno obbligato, con le conseguenze a tutti note.

Pur diffondendosi nel cronico sottosviluppo della provincia reggina, la ‘ndrangheta non fu mai all'altezza della mafia siciliana fino agli Anni Sessanta, quando si cominciarono ad avvertire i segni di un rinnovamento dovuto ad un intreccio di rapporti stretti al confino tra siciliani e calabresi. Il punto di contatto fu il contrabbando di sigarette estere e forse di stupefacenti, che si sviluppò sulla costa ionica meridionale, dove imperava Antonio Macri. Fu questi la vittima illustre del sanguinoso eccidio che sconvolse il Reggino negli Anni Settanta e forse, vedendosi sotto il tiro delle rivoltelle il boss pensò ad Angelo La Barbera che, inascoltato, aveva tentato dì convincerlo ad abbandonare la tradizione per i nuovi sistemi di illecito e più rapido e sostanzioso arricchimento col quale partecipare su scala mondiale alla holding mafiosa.

Lo Stato si trovò impreparato quando la nuova criminalità calabrese decise di prendere il sopravvento, anzi ne facilitò involontariamente il piano traendo in arresto 130 vecchi mafiosi, sorpresi dalle forze dell'ordine in summit sull'Aspromonte per studiare come opporsi ai giovani leoni del nuovo corso, spiegazione che gli inquirenti non seppero a causa dei superficiali interrogatori cui sottoposero gli arrestati. In conseguenza di che lo Stato non ebbe modo di approntare i mezzi di prevenzione. Col campo sgombro, gli uomini del rinnovamento entrarono violentemente in attività sterminando gli oppositori e sperimentando proficuamente i nuovi sistemi di rapido arricchimento, preparando la 'ndrangheta al gran salto di qualità.

Sharo Gambino

(articolo pubblicato sul quotidiano La Stampa il 29 agosto 1989, segnalatoci dall'amico Armido Cario che ringraziamo)

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