Domenica, 24 Gennaio 2021 10:26

Pandemia e crisi, le storie di chi ha investito sul territorio e ora regge il fardello più pesante

Scritto da Redazione
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Pandemia e crisi economica continuano a scandire le vite di tantissime persone e l’impressione è che la via d'uscita sia ancora lontana. Nonostante le restrizioni della seconda ondata siano apparse più soft del lockdown di inizio pandemia, di fatto ci sono settori, come quello della ristorazione, che da oltre 10 mesi sono costretti a portare sulle proprie spalle il fardello più grande di questa crisi. “Detto tra noi”, in onda ogni giovedì su Radio Serra, ha dato voce a una serie di piccoli imprenditori operanti nella cittadina della Certosa.

Ai microfoni di Daniela Maiolo e Sergio Pelaia, con la regia di Bruno Iozzo, la prima a prendere la parola è stata Maria Catena Tassone del bar-pasticceria Monterosso. «Dopo quasi un anno di sacrifici la nostra forza resta la famiglia. Ma adesso, anche a livello psicologico, si fa strada la stanchezza. Solo con l’asporto lavoriamo poco e molto male, noi che siamo stati sempre abituati a coccolare i nostri clienti. Questo rapporto quotidiano con le persone è la cosa che ci manca di più». Sebbene la situazione sia difficile, Maria Catena Tassone, assieme ai suoi familiari, ha organizzato delle iniziative di solidarietà a favore dei meno abbienti, mettendo loro a disposizione dei "pezzi di colazione" della propria pasticceria (qui l’articolo). «L’idea – ha spiegato – è venuta a mia figlia in uno di quei giorni in cui la preparazione stessa dei prodotti era un’incognita. Avendo abbondato ha pensato di preparare dei sacchettini da lasciare nei pressi del locale durante le ore di chiusura. Da quel giorno, era la fine di novembre, abbiamo continuato a farlo fino alle festività natalizie e puntualmente, nelle ore più discrete, c’era chi veniva a prendere il suo sacchettino. Sapevamo che non si trattasse di beni di prima necessità ma noi lo abbiamo fatto anche per i ragazzi che non sempre si ritrovano dei soldi in tasca, affinché con quel sacchetto potessero creare il loro momento di convivialità». 

Al venir meno dei rapporti umani si affiancano anche le evidenti difficoltà economiche che hanno costretto i titolari a mettere in cassa integrazione due dipendenti. «I ristori sono pochi e mal distribuiti. Così è difficile programmare le scadenze ma soprattutto il futuro. I nostri dipendenti ancora devono ricevere la cassa integrazione di maggio. Spero solo che questo periodo ci insegni almeno il valore della condivisione». Una situazione critica quella introdotta da Maria Catena Tassone, avallata anche da sodalizi di settore come Coldiretti che ha parlato di 10 milioni di euro di perdite per bar e ristoranti nel periodo delle festività, con consumi crollati negli ultimi mesi del 90%.

Successivamente, a prendere la parola è stato Francesco Federico, proprietario della pizzeria “Ciccio il Kom”. Rientrato qualche anno fa da Roma ha realizzato il suo sogno aprendo un locale nel suo paese. «Stiamo vivendo un periodo non bello – ha dichiarato – sia dal punto di vista lavorativo che psicologico. Non ci sentiamo tutelati. Ci hanno obbligato a fare i lavori di messa in sicurezza, a seguire le linee guida per poi farci chiudere. Io così non ci sto e voglio riprendere a lavorare». Nei giorni scorsi, unendosi alla campagna di protesta #ioapro, promossa da tanti colleghi a livello nazionale, Francesco Federico aveva espresso pubblicamente la propria intenzione di riaprire il locale anche con le restrizioni (qui l’articolo). «Il mio – ha precisato – è stato un grido di allarme e sarei intenzionato a riaprire. Ho fatto investimenti e ridotto i posti per adeguarmi alle regole e non capisco perché se il mio locale è a posto io non debba poter lavorare». Come precisato dal pizzaiolo serrese, i suoi 4 dipendenti ora sono a casa perché l’asporto funziona poco e solo il fine settimana, mentre la consegna a domicilio è quasi nulla. La speranza è che altri suoi colleghi si uniscano alla protesta da lui lanciata per fare gruppo e riaprire. Nel frattempo non resta che aggrapparsi a quei pochi aspetti positivi: «Abbiamo dato più valore alle cose che ci sembravano scontate, oggi un semplice abbraccio rappresenta tanto».

A chiudere la serie di interventi è stato lo chef serrese Bruno De Francesco, che alla stregua dei suoi colleghi ha investito tutto nel suo territorio con l’apertura di due locali, Zenzero e Ottoallitro. «Aprire un nuovo ristorante con enoteca – ha esordito De Francesco – e ritrovarsi in questa situazione, a distanza di pochi mesi, è devastante». Rispetto ai ritardi della cassa integrazione quanto dei ristori ha raccontato la propria esperienza definendola “tragicomica”. «L’anno scorso, nei primi mesi dell’anno, ho deciso di rinnovare Zenzero facendo dei lavori di ristrutturazione. Quando sono arrivati i decreti ristori non ho potuto accedervi perché in quel periodo ero chiuso. Un’assurdità non entrare nei parametri di ristoro perché non puoi dimostrare una perdita, nonostante stessi facendo un nuovo investimento per interventi di ristrutturazione».  Rispetto alle modalità di apertura previste in questi ultimi mesi, per lo chef serrese la scelta di rimanere chiusi è stata dettata sia dalla sua visione lavorativa che dal rispetto nei confronti degli altri colleghi. «L’asporto qui funziona solo con le pizzerie e noi, che non siamo solo pizzeria, non abbiamo voluto intaccare un mercato già saturo. Poi, la nostra cucina gourmet da asporto non è concepibile. Per noi si tratta di regalare un’esperienza ai clienti e non di mettere i cibi in un contenitore in plastica». Plastica che tra l’altro lo chef serrese combatte da sempre, incentrando il proprio lavoro in maniera sostenibile, nel rispetto dell’ambiente e delle regole. Insegnamenti che, a suo dire, tutti dovremmo trarre da questo periodo di pandemia.

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