Mercoledì, 04 Agosto 2021 11:52

Crissa, l'Atlantide dell'Angitola e il legame tra San Nicola e la Grecia

Scritto da Vito Teti
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Perché all’indomani dell’unificazione nazionale, quando i paesi, per evitare confusione, dovevano cambiare nome, da San Nicola di Vallelonga diventa San Nicola da Crissa, per scelta delle sue élite e dei suoi abitanti? Perché una piccola, ma laboriosa e colta, comunità delle Serre, tra Tirreno e Ionio, prendeva il nome di Crissa di Delfi, l’ombelico e il centro del mondo nell’antichità?

Questa che potrebbe sembrare una minuta e irrilevante vicenda locale racconta in realtà storie di lunga durata di fondazioni e distruzioni di città, di guerre e migrazioni, di spostamenti di luoghi, popoli, culture, nomi, di ricostruzioni e fondazione di città doppie, di costruzioni e invenzioni di identità di neocomunità? Perché questa storia del passato resta attuale e ha molto da dire nel presente incerto, sospeso, inquieto che viviamo? Perché mai come oggi il paese e il Cosmo, il locale e il globale, hanno un comune destino?

Di questo e di altro parleremo nella serata del 6 agosto a San Nicola da Crissa (qui la locandina dell'iniziativa), dove storici, antropologi, archeologi italiani e stranieri rifletteranno anche sul perché un “gemellaggio” tra un paese della Calabria e il grande centro della Focide abbia non solo un valore di memoria, ma un auspicio di quella fratellanza e di quegli incontri tra diversi e vicini, senza di quali l’Homo Sapiens rischia di avviarsi a scomparsa certa.

All’indomani dell’unificazione nazionale, pure in una situazione di grande confusione e di aspre tensioni, molti interventi dall’alto modificavano l’organizzazione amministrativa dei paesi e la loro stessa denominazione. Molte comunità cambiano fisiononomia, nome e fanno i conti con la loro storia precedente e la loro percezione o costruzione identitaria.

Santo Nicola di Vallelonga e Francavilla mutano nome. S. Nicola di Calabria Ultra seconda, con decreto (n. 1426) del Ministero dell’Interno, firmato da Vittorio Emanuele, in data 28 giugno 1863, cambiava il nome in S. Nicola di Crissa (non da Crissa, come poi sarebbe divenuto anche nei documenti ufficiali). Il Ministero autorizzava quanto stabilito, con delibera consiliare, dal comune in data 22 ottobre 1862. Al nome in onore dello «speciale Protettore del luogo» si aggiungeva quello di una mitica città magnogreca.

Si realizzava così una invenzione identitaria di studiosi come Barrio, Marafioti, Fiore, Martini, Molé, Tranquillo secondo cui Rocca Angitola era la stessa Crissa fondata dai Focesi, che i diciotto casali di Rocca Angitola erano stati alla dipendenza di Crissa, poi «rovinata» dai Saraceni, ma non fu interamente distrutta da essi. Alcuni studiosi hanno segnalato negli ultimi tempi come l’esistenza della città magnogreca non sia altro che una inventio, il frutto di un’errata lettura delle fonti classiche e in particolare dell’Alessandra (1067-1074) di Licofrone.

A Temesa giungeranno i marinai
dei discendenti di Naubulo, là dove l’aspro
corno del monte d’Ipponio si protende sul mare
di Lampetia, e invece della terra di Crisa
areranno col vomero trascinato dai buoi
la campagna di Crotone sull’istmo
rimpiangendo la nativa Lilea, la pianura
di Anemorea, Anfissa e l’illustre Abe.
[…](Licofrone, Alessandra, vv. 1067-1074)

Il richiamo alla tradizione, al passato, alla città scomparsa e sepolta rientrano in un mito di nuova fondazione. Il richiamo a Crissa, a una magnifica città, ad origini mitiche e lontane, o semplicemente a La Rocca, ha alimentato la fantasia e le curiosità delle persone della mia generazione. Ricordo come da giovani, passando in prossimità dell’Angitola (il fiume, ancora il lago non c’era), dai grandi ci venivano indicati, con una sorta di devozione, i ruderi della Rocca da dove sarebbero arrivati i nostri antenati.

Negli anni, sentivo di emigrati che tornavano e che, incuriositi da qualche libro di storia locale, pervenuto nelle loro case di oltreoceano, anch’esse bisognose di rifondazione con riferimento alle origini, e chiedevano notizie dell’antico paese, dell’antica Rocca. Crissa passa dalle pagine delle élite nei discorsi dei giovani studenti, nelle camminate degli emigrati che ritornano, nelle esplorazioni culturali di quel periodo. Crissa (o Crissense) diventa il nome di associazioni culturali, di squadre di calcio, di società di autotrasporti, imprese di costruzioni. I Crissi è stato il nome di un gruppo di musica folk e leggera che ha operato soprattutto negli anni Settanta. In Canada, a Toronto, dove a partire dai primi anni Cinquanta si afferma un doppio del paese, il nome Crissa appare su manifesti pubblicitari, calendari, opuscoli, insegne. Ed è molto attivo, in campo calcistico e sportivo, la “ASD San Nicola Da Crissa (Toronto, Canada)”.

La città scomparsa, cancellata, sognata, inventata nasce altrove. Il mito delle origini accompagna fondazioni e costruzioni identitarie. Nello stesso tempo la leggenda e gli scritti su Crissa, le tante denominazioni che la evocano, alimentano e incoraggiano ricerche storiche, d’archivio, archeologiche tra i tanti studiosi del luogo. Negli ultimi decenni l’attenzione per l’antica città si afferma soprattutto tra gli studiosi locali di Maierato, un tempo villaggio di Rocca, oggi comune al centro di una zona archeologica di eccezionale rilevanza, nella quale sono impaginati secoli e secoli di storia.

Il mito della classicità come fuga nel passato, presa di distanza dai problemi del presente e della quotidianità. Ma Alvaro ci consegna un’indicazione puntuale che merita di essere approfondita e sviluppata. Il riferimento all’antichità classica e la tendenza a magnificare un passato glorioso che non esiste più, molto spesso a inventare un passato mai esistito, è un atteggiamento ricorrente, con motivazioni e finalità diverse, nelle élite intellettuali della regione. Tale atteggiamento non può essere ridotto a chiusura e ad angustia di tali ceti. Bisogna, forse, scorgervi qualcosa di più complesso, di meno localistico. Salvatore Settis ha segnalato come ogni epoca, per trovare identità e forza, ha elaborato un’idea diversa di “classico”. E così il «classico non riguarda soltanto il passato, ma l’atteggiamento nei confronti del presente e l’idea che si ha del futuro».

Il futuro del “classico” per gli studiosi calabresi, a partire dal Cinquecento, è apparso sempre legato alla necessità di conferire un diverso senso ai luoghi in cui vivevano. È vero che le fonti letterarie (come nel caso in oggetto) venivano lette e interpretate in maniera errata, ma è anche vero che toponimi, leggende, ruderi, miti, anche forme della cultura popolare portavano all’antichità classica. Il “classico” cui facevano riferimento non era riferibile ad un altrove lontano: parlava proprio dei loro luoghi. La stessa mitologia, che leggevano sui libri, aveva spesso un’ambientazione nei luoghi in cui vivevano. I ruderi e i resti del passato erano dietro l’angolo e spesso non sfuggivano al loro sguardo. Tutte le fonti, pure lette e interpretate male, riconducevano ai luoghi a cui volevano conferire una diversa dignità.

L’invenzione del passato e della tradizione, il riferimento ad origini nobili e gloriose appaiono il portato di una sorta di costruzione di identità ad opera dei ceti economici ed intellettuali dominanti della regione. Come tentativo di legittimare e affermare una soggettività, una presenza, sociale da segnalare e fare riconoscere anche all’esterno. Il riferimento costante a un passato glorioso ha chiari intenti di ridefinizione dell’identità. Il passato si configura come un tempo storico e leggendario cui rapportarsi per affermare «sentimenti civici più virtuosi, più concordi, più inclini al progresso, cui si avvia la nuova vita sociale». Il mito delle origini sembra ormai piegato non tanto all’affermazione di riconoscimento familiare quanto a un bisogno di scongiurare la dissoluzione della comunità in un periodo di grande trasformazione.

L’errore, l’inventio, le costruzioni narrative degli studiosi locali finiscono con il rilevare (col fondare?) la “verità” di un innegabile storicità e centralità di questi luoghi. Potremmo concludere che Crissa mitizzata e inventata ha avuto una sua esistenza nella mentalità, nelle ricerche di definizione sociale e culturale delle diverse classi sociali, nei nomi, nelle costruzioni di questi luoghi. Il sogno dell’antica città Crissa, in questo senso, non è ancora scomparso. In molti luoghi, in Italia e all’estero, si parla di una città scomparsa, di una sorta di Atlantide di questa parte di mondo. In maniera diversa il nostos (dai Focesi e dei Greci, delle élite erudite della Calabria in epoca moderna, dei giovani e degli emigrati dei nostri giorni) appare, nella lunga durata, decisivo per l’affermazione della presenza e per la costruzione dell’identità in questa area del Mediterraneo. La città inesistente, inventata, oggetto di rimpianto e di nostalgia, rivela un bisogno di altrove, l’utopia, il rifiuto delle miserie del presente, l’affermazione di soggettività delle popolazioni. Guardando all’indietro e mitizzando talora il passato le popolazioni hanno fondato altri mondi.

In questo senso, niente è più vero e reale del mito, pochi luoghi sono più veri, più antichi e più reali di Crissa. Questo affascinante e carico di implicazioni simboliche e pratiche legame che si sta stabilendo, negli ultimi tempi, tra Crisso e Delfi e San Nicola da Crissa è la prova più convincente della potenza del mito, del nome, e di come quello che si pensa e si inventa crea una nuova realtà.

Sono “tornato” a Chrissò. Quella Crissa non edificata da Crhissò e dai Focesi viene nel tempo inventata dagli eruditi e dagli studiosi calabresi, che hanno anche loro bisogno di una patria perduta, di origini illustre di riferimento. E così il nostos delle élite invera quella dei coloni greci. E anche la Crissa magnogreca verrà distrutta, ma da lei nasceranno i villaggi che ad essa erano legati. E ancora oggi Maierato, Francavilla, Monterosso, S. Nicola da Crissa (con documentazioni e mitologie diverse) continuano a pensare che siano i discendenti di una Crissa costruita dagli abitanti della Focide che fuggivano alla distruzione della loro patria. Mediterraneo, Grecia, Calabria: storie di profezie e di fondazioni, di distruzioni e di rinascite.

Quel mito di autoctonia che non preveda un viaggio dell’eroe fondatore di una città verso terre ignote, inabitate, abbandonate. Verso i miei luoghi. Guardo dal balcone del ristorante di Delfi il tramonto dietro le colline e verso il mare di Itea (dal nome di una città omonoma). Che strano. È quasi uguale a quello che vedo dal balcone del mio paese. Le nuvole, il rosso, i colori, l’orizzonte sono quelli. Parto con la certezza che tornerò e con la speranza che tra le due Crissa, le tre Crissa, vere, distrutte, rifondate, abbandonate, inventate, potrebbe nascere una nuova patria di tutti.

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