Domenica, 10 Settembre 2023 12:58

La Madonna “vestita” di Torre. Tra storia, devozione e tabù

Scritto da Il Vizzarro*
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Fotogramma tratto dal video "Santuario di Torre di Ruggiero" (amazing kalabria) Fotogramma tratto dal video "Santuario di Torre di Ruggiero" (amazing kalabria)

«Pare non avesse corpo ma è così bella, gli occhi così pieni di santa tenerezza, la bocca schiusa al sorriso con sì triste dolcezza, il gesto così nobile e commovente che la sola vista di questa immagine mette voglia di credere, di pregare, di diventar santi!». Sono le parole riportate dal sacerdote Bruno Sodaro ne “Il santuario della Madonna delle Grazie di Torre di Ruggiero” e si riferiscono all’ingresso trionfale in paese della nuova statua (a sostituzione dell’antica, smarrita dopo il terremoto del 1783) il 30 giugno 1861. Parole che al di là di qualsiasi espressione retorica riportano alla perfezione le emozioni che trasmette la bella statua della Madonna delle Grazie di Torre, della quale si concludono oggi i festeggiamenti.
A colpire particolarmente è proprio l'espressione «Pare non avesse corpo», parole che creano mistero attorno al simulacro della Vergine e riflettono un tabù antico che riguarda soprattutto le statue processionali, prime su tutte le madonne da vestire, delle quali fa parte proprio la Madonna delle Grazie in questione.

Quelle statue indigeste per i vescovi

A occuparsi di questi singolari manufatti religiosi è stata prima su tutti la studiosa “Lidia Bortolotti” (“Vestire il sacro. Percorsi di conoscenza, restauro e tutela di madonne, bambini e santi abbigliati”, Compositori, 2011). L'esperta definisce "Madonna da vestire" l’opera d’arte per la quale l’artista, nella fase preliminare del lavoro, prevede, su una semplice struttura di sostegno, l’utilizzo di componenti materiche accessorie e di rivestimento quali capelli in crine (o molto spesso veri), corone, gioielli ma soprattutto abiti in tessuto (tutti elementi peculiari e necessari alla stessa opera). Le ragioni che sono alla base di questa esigenza sono legate al fatto che nella maggior parte dei casi il simulacro non è altro che un vero e proprio manichino, scolpito solamente nelle parti visibili (testa, mani e piedi) e solo abbozzato nelle parti non visibili, interamente celate dal vestito. Probabilmente, in molti casi, si scolpivano solo le parti visibili per questioni di economia o per rendere la statua leggera data la sua funzione processionale. Ragioni a parte, da questa struttura abbozzata nascono delle curiosità legate all'aspetto devozionale. I fedeli non parlano mai esplicitamente della struttura e in un certo senso ne nascondono le fattezze per paura di sminuirne il valore. Quello che c'è sotto è poco importante e nessuno si azzarderebbe mai a verificare come la statua sia fatta proprio per non rischiare scivolare nel profano, violando in un certo senso il simulacro col solo atto di guardare sotto al vestito.

Come riporta la studiosa Paola Refice in un suo articolo molte di queste statue dal molteplice aspetto furono recuperate in intercapedini di chiese o in conventi di ordini femminili, conservate per preservarle dall’interdizione vescovile. Il basso valore artistico che in passato s’è attribuito alle "madonne da vestire", piuttosto che nascere da una vera stima dell’opera, può essere identificabile nell’azione di sabotaggio portata avanti dai vescovi per tutto l’800 e gran parte del ’900, i quali si ponevano in atteggiamento denigratorio nei confronti di questi manufatti. Era considerato sacrilego il rapporto tra fedeli e simulacro nell’atto della vestizione e svestizione, in considerazione del fatto che la manipolazione delle vesti e biancheria intima aveva più del profano che del sacro. Questa sorta di intimità tra fedeli e simulacro mariano, provocava un senso di insofferenza alle autorità ecclesiastiche.
Da qui si evince come le parole “pare non avesse corpo” assumano l'intenzione di dire e non dire, forse per non sminuire la bellezza di quella statua o perché veramente non si comprende se il corpo della Vergine sia scolpito o meno. Nella maggior parte dei casi il segreto dell'esistenza o meno del corpo della madonna è un segreto che in pochi conoscono, in quanto la “vestizione”, in molti territori del Sud Italia, è prerogativa di pochi.

Donazione e vestizione

Nonostante oggi il rapporto con la vestizione del simulacro sia vissuto diversamente, ad assumersi questo compito rimane comunque una parte ristretta di fedeli, che lo assolve discretamente e a porte chiuse. La madonna viene trattata alla stregua delle regine, con un vero e proprio corredo che può essere donato o fatto appositamente. Chi richiedeva protezione per la propria famiglia spesso donava e adattava per la statua vestiti già usati che al solo contatto con il simulacro della Vergine trasmettevano protezione ai propri cari. I vestiti, assieme a tutte le componenti materiali delle "madonne da vestire", spesso possono essere identificativi di un certo territorio. I manichini da vestire censiti nel territorio dell’antica diocesi di Squillace sono spesso abbigliati (quelli di più nobile manifattura) con abiti in seta, filato molto lavorato in passato in tutta la provincia di Catanzaro, dove sorgevano nondimeno gli allevamenti del prezioso baco.
Il vestito è un incontestabile detentore di informazioni. Un avvenimento molto comune che si verifica quando ci si rende conto che un abito versa in cattive condizioni è lo smembramento dello stesso: i ricami, che sono quasi sempre dei lavori pregevoli, vengono levati dal vecchio vestito e riadattati al nuovo, creando così un legame tra antico e moderno. La "dote" del simulacro della Vergine è caratterizzata da almeno due abiti: uno, da utilizzare per tutti i giorni, e l’altro, quasi sempre quello nuovo, ha la funzione di abbigliare il simulacro solo durante il periodo della festa. Il contatto diretto che i fedeli vogliono instaurare col loro santo protettore si manifesta in ogni modo possibile. Scrutando a fondo il vestito ci si può imbattere spesso in dediche e firme lasciate dai donatori nell’atto di votarsi al santo e per questo ricevere da lui protezione.
Grazie agli studi recenti è possibile oggi comprendere in modo più chiaro quanto questa particolare tipologia di opere sia importante, non solo e non tanto dal punto di vista artistico ma anche da quello antropologico, della storia della religiosità popolare. Il simulacro da vestire diventa il protagonista, l’immagine fisica ed insostituibile su cui si riversa la speranza di varie generazioni. Quella Madonna che tutti hanno visto portare in processione non è solo una mera rappresentazione della Vergine, ma è in assoluto la detentrice della memoria popolare, insostituibile e non interscambiabile, madre e monito nella quale tutti si riconoscono. Il racconto di Caterina Sestito (fedele intervistata nel 2010), residente a Spadola ma originaria di Torre di Ruggiero, bene sottolinea la volontà di richiamare alla nostra attenzione la sua appartenenza alla comunità di origine. Infatti, parlando della Madonna del Rosario di Spadola, Caterina la descrive come un simulacro rappresentante la santa Vergine. Accade invece che, riferendosi alla Madonna delle Grazie di Torre parli di questa dicendo "La mia Madonna", la Vergine alla quale rivolge il proprio pensiero e le proprie preghiere. Caterina ci ricorda inoltre come da bambina, frequentando la sede locale di Azione Cattolica, abbia partecipato alla vestizione della Madonna delle Grazie. Infatti, volendo stupire i propri interlocutori la stessa sostiene: «Sapiti, ’a Madonna d’i Grazzi è nu troncu d’alivara, però è sempa a Madonna mia/La Madonna delle Grazie è abbozzata con un tronco d'ulivo, ma ad ogni modo è sempre la mia Madonna».

Note storico-antropologiche

Dalle notizie trasmesse dal Sacerdote Bruno Sodaro ne “Il Santuario della Madonna delle Grazie di Torre di Ruggiero”, si sa che il manichino venne commissionato a seguito della distruzione dell’antica effige dopo il terremoto del 1783. Si tratta di un fatto storico importante, in quanto tante volte si pensa che queste statue siano di lavorazione industriale mentre spesso e volentieri si tratta di opere sette-ottocentesche che hanno un notevole valore artistico. Il sindaco, rendendosi diligente interprete del desiderio popolare, si impegnò di richiederla al Re di Napoli Ferdinando II, il quale, nell’ordinario Consiglio di Stato del 25 aprile 1859, rispondendo positivamente, ha dichiarato di «incaricarsi di far l’acquisto della nuova statua». Ma il Re Ferdinando moriva nel frattempo, e sul trono gli succedeva il figlio Francesco II, il quale incaricava la Real Casa a richiedere la perizia della statua promessa dal suo genitore defunto al Comune di Torre (nota 19 luglio 1859, n. 15225 dell’Intendente di Catanzaro al sindaco). Il sindaco affida l’incarico all’architetto Ciro Candela di Catanzaro, il quale provvede subito ad inviare il progetto (23 luglio 1859). Nel dicembre del 1860, la statua, opera in legno della scuola napoletana, che era già in fase di allestimento, non poté essere ultimata per la sopravvenuta caduta del regno Borbonico. Si può facilmente immaginare il rammarico della deputazione, del clero, del sindaco e del popolo specialmente, che ormai era ansioso e quasi impaziente dello sviluppo degli eventi. Al primo cittadino Ferdinando Arone non rimaneva altra via che rivolgersi al governo di Vittorio Emanuele II. Accolta l’aspirazione, Arone si reca a Napoli, dove, dopo tre lunghi mesi di sua permanenza, e dopo intenso interessamento ed ansiose richieste, riesce alfine ad ottenere dal Governo del Re d’Italia 290 ducati per il completamento della statua e per il relativo piedistallo. Il 30 giugno 1861 la nuova Statua faceva il suo trionfale ingresso in Torre di Ruggiero.
Ancora secondo la testimonianza della fedele Caterina Sestito, intervistata nell’agosto 2010, il 4 settembre (2 giorni prima dei festeggiamenti in suo onore), al manichino viene cambiato l’abito e la corona (sostituita con un’altra dorata). La Madonna delle Grazie, anche di seguito alla fine della festa in suo onore, indossa l’abito cerimoniale, più o meno fino alla fine di settembre quando le viene rimesso quello di tutti i giorni. Nel 2012, dopo gli interventi di restauro in Squillace (maggio 2012), l’effige della Madonna delle Grazie, prima di rientrare in Torre di Ruggiero, si è fermata nelle chiese dei paesi limitrofi (un giorno per ogni comune), affinché tutti potessero ammirarne la bellezza. L’ultimo comune ad ospitarla fu Cardinale, da dove venne poi portata a spalla (2 luglio 2012) fino al santuario di Torre.

Quel tabù che persiste

Anche se si tratta di fonti orali è molto interessante riportare quanto successo nel 1988 tra la comunità di emigrati in Canada. Una delegazione del “Comitato festa” si recò a Torre in quell’anno per commissionare una statua che fosse in tutto e per tutto uguale a quella del Santuario. Quando la statua gli fu consegnata, i componenti del Comitato rimasero alquanto delusi dal fatto che la Madonna al di sotto fosse solo abbozzata (come l’originale d’altronde). Non contenti, ne commissionarono una nuova, che fosse sì simile a quella di Torre, però interamente scolpita. Nessuno di loro sembrava essere al corrente del fatto che la statua della Madonna delle Grazie fosse del tipo "manichino da vestire". Così, dopo aver ricevuto la statua, l’8 agosto del 1988 vi fu la benedizione in Torre prima che gli emigrati ripartissero per il Canada con la loro Madonna delle Grazie interamente scolpita.

*Articolo tratto dalla tesi di laurea “Le Madonne da vestire nel territorio dell'antica diocesi di Squillace. Aspetti storico-antropologici e problematiche conservative. Catalogo delle opere” di Antonella Leandro

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