Domenica, 01 Gennaio 2023 08:20

Tesori perduti. Il mistero dei "leoncini" e dell'antica fontana di Santa Maria del Bosco

Scritto da Sergio Pelaia
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Incisione di Teodoro Kruger (1620) Incisione di Teodoro Kruger (1620)

Molte cose che hanno a che fare con l’area di Santa Maria del Bosco, il luogo in cui sorse l’eremo della Torre e dove dunque affondano le vere origini di Serra San Bruno, rimandano a una storia incompiuta. A partire dalla loro conformazione, evidentemente mutata nel corso di oltre un millennio, questi luoghi hanno una storia intrisa di dubbi, misteri irrisolti, ipotesi non verificate e vuoti documentali. Qualche anno fa si era parlato di una campagna di scavi (finora mai partita) che avrebbe potuto dissolvere alcuni degli interrogativi che riguardano, per esempio, eventi non certo secondari come il ritrovamento delle reliquie di San Bruno e del Beato Lanuino. C’è però anche un filone – per così dire – che riguarda alcune opere che adornavano i luoghi simbolo della solitudine bruniana e che nel tempo sono letteralmente sparite.

Senza la pretesa di essere esaustivi neanche rispetto a una piccola parte dei “tesori” perduti di Serra – su cui diversi studiosi hanno indagato e di cui a breve scriverà con molta più cognizione di causa Tonino Ceravolo nella sua rubrica per il Vizzarro – diamo qui conto di una piccola traccia che abbiamo scovato nell’archivio comunale recentemente recuperato e custodito nei locali del museo-biblioteca “Enzo Vellone”. Si tratta di due lettere manoscritte che menzionano i «leoncini» – secondo la tradizione orale pare si trattasse di due cani che però, per il loro aspetto, venivano appellati come “ligunedha” – che facevano da “guardia” al laghetto di San Bruno, forse per rimandare alla leggenda dei cani del conte Ruggero il Normanno che durante una battuta di caccia si fermarono d'improvviso quando si trovarono davanti il santo in preghiera nei boschi.

Le due lettere sono datate 1906, partono dalla Ferdinandea e sono destinate al sindaco di Serra San Bruno. A firmarle è Moltke Fazzari, figlio del più noto Achille (stretto collaboratore di Garibaldi, poi deputato, che aveva acquisito, a prezzi a dir poco vantaggiosi, le vaste tenute di Ferdinandea e Mongiana prima appartenute ai Borbone). La prima missiva, stringatissima, è del 6 ottobre e Fazzari (figlio) scrive al sindaco: «Occorrendomi per farne copia uno dei leoni della vasca di San Bruno, interesso la sua cortesia per ottenere il permesso di prenderlo. Ringraziandola, con osservanza».

La seconda lettera segue a stretto giro il 17 ottobre. Vi si evince che per «uno dei leoncini» c’è stato già il via libera perché si apre con i ringraziamenti per la «concessione». Poi si avanza un’altra «preghiera»: Fazzari chiede di avere «nello stesso modo quella vecchia fontana in pietra che è abbandonata presso la cappella di San Bruno che dorme» per farne eseguire «la modellatura». Si garantisce che l’intenzione successiva è di «rimettere tutto a posto perché la popolazione serrese non abbia tolti i ricordi storici che sono rimasti intorno al Santuario del Suo Patrono». Fazzari si dice «sicuro dell’adesione cortese» alla sua richiesta e ringrazia in anticipo. In effetti, sul dorso della lettera è riportata anche la risposta del sindaco: è stata scritta il giorno dopo e acconsente alla richiesta alle condizioni indicate.

Si tratta, come detto, solo di una piccola traccia documentale sul destino dei “leoncini” e della fontana che si trovava nei pressi del dormitorio di San Bruno. Finora questo risvolto non era noto e per oltre cento anni era rimasto sepolto tra le scartoffie dell’archivio comunale. Qualcuno dice che alcune di queste opere si trovino tuttora in luoghi non molto distanti da Serra e qualcun altro ricorda foto che ritraggono “li ligunedha” al loro posto nei primi decenni del’900. Non abbiamo però trovato, almeno finora, nessun riscontro certo in questo senso, così come non abbiamo nessun elemento per affermare che dopo il documentato prelievo di Fazzari non vennero restituite alla comunità serrese. Quel che è certo è che oggi queste tracce del passato, di cui i “leoncini” e la fontana sono solo una piccola parte e che tanto hanno significato per la storia delle Serre, non sono più nel luogo in cui dovevano stare.

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