Venerdì, 17 Gennaio 2014 13:40

Le armi chimiche di Gioia Tauro. Se la Calabria diventa la discarica del Mediterraneo

Scritto da Salvatore Albanese
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mini armi_chimiche_gioiaL’Ark Future arriverà in Calabria direttamente dalla Siria. Un bastimento danese enorme, carico di 560 tonnellate di armi chimiche stipate in 1.500 container che stanno per approdare direttamente al porto di Gioia Tauro. Proprio nello scalo calabrese - punto cruciale delle operazioni – nei prossimi giorni le armi saranno trasferite a bordo della statunitense Cape Ray, appositamente preparata in Virginia per la missione e che sta al momento attraversando l’Atlantico - scortata da flotte da guerra di altri paesi - fino a raggiungere la Calabria. 
 
Sede scelta per il trasbordo del carico, quindi, il Porto di Gioia Tauro, individuato dai servizi segreti come l’opzione «meno problematica» per le operazioni di scambio, ma anche e soprattutto per la «gestione di eventuali proteste». Insomma, siamo zona franca. Una terra di frontiera. Un territorio dove tutto è consentito. Una regione che garantisce tanta serenità e poca indignazione ai faccendieri internazionali. Ne è la prova lampante il silenzio del presidente Scopelliti, che era a conoscenza di tutto già dal 9 gennaio scorso e non ha mai espresso un giudizio a riguardo, salvo rifugiarsi nella serata di ieri in un laconico lamento buono solo per la stampa e per la prossima campagna elettorale. Basti pensare che il suo collega sardo, il governatore Ugo Cappellacci, il 10 gennaio, una volta appresa la notizia che la nave sarebbe potuta arrivare a Cagliari, aveva prontamente indirizzato una lettera al governo invitandolo duramente a rivolgersi altrove: «Rigettiamo l’ipotesi di Cagliari con rabbia e choc, la combatteremo in ogni maniera possibile». Alla fine – per la tranquillità del popolo sardo - l’ha spuntata Gioia Tauro, ma non è ancora chiaro, invece, dove avverrà la fase di distruzione delle pericolosissime armi prelevate direttamente in Siria, né tanto meno è noto il luogo in cui si provvederà allo stoccaggio del residuo liquido. Le fonti ufficiali hanno semplicemente parlato, fino ad ora, di «distruzione in acque internazionali». Quello che si sa di certo è che parte del carico – 150 tonnellate di prodotti – verrà distrutto dalla Veolia Environnement, appartenente alla multinazionale francese Veolia, partner privato della Regione in Sorical, la società per azioni che gestisce le risorse idriche calabresi, tra cui il bacino dell’Alaco.
 
Nella Piana si respira ormai il tanfo nauseabondo del compromesso internazionale buono a devastare gli animi, l’economia e le sorti di una regione già andicappata di suo. A Gioia Tauro aleggia come uno spettro la paura per le armi chimiche, ma soprattutto – come sempre quando si ha di fronte qualcosa di ignoto - regna il timore per un’operazione per troppi versi oscura. Anche perché nessuno ha avuto - ed ha ancora oggi, a pochi giorni dall’arrivo della nave - il coraggio e la voglia di raccontarci la verità effettiva dei fatti e non, piuttosto, quella ufficiale, fatta di trucchi e sotterfugi, fatta di informazioni top-secret, non rivelabili ai comuni mortali. Segreti destinati agli avventurieri, ai trafficanti, ai furbetti del business dei conflitti bellici mondiali. Agli armatori, agli imprenditori globe-trotter. A quelli che in genere si spartiscono gli appalti per la ricostruzione delle città bombardate prima ancora che il bombardamento abbia inizio. Agli ufficiali militari, agli strateghi degli eserciti, ai primi ministri e ai presidenti che se ne strafottono delle angosce di una terra già schiava di ladri, ‘ndranghetisti e farabutti. Perché tanto in Calabria si può fare tutto quello che si vuole, perfino spacciare per mero «contributo per la pace nel mondo» un trabocchetto internazionale fatto di troppi enigmi e poche certezze. I sindaci di Gioia e San Ferdinando minacciano la chiusura dei porti. Cittadini ed organizzazioni si preparano ad opporsi alla subdola operazione. 
 
Ma la cosa più triste emerge dalle parole del ministro delle infrastrutture e dei trasporti Maurizio Lupi (in quota Nuovo Centro Destra, come Scopelliti), che – con irritante leggerezza – ha lasciato presagire un collaudato quadro a tinte fosche del tutto ignoto ai calabresi:  «Non tutti i porti possono trattare il trasbordo di materiali di questa classe. Nel 2012 e 2013, Gioia Tauro ha trattato prodotti analoghi movimentando 3000 container». Insomma, ce l’ha detto in faccia: la Calabria è il crocevia del “sudicio” del mondo. Un grosso tappeto sotto il quale nascondere la polvere. Un punto strategico per lo smercio di pericolose armi nucleari. E nessuno si ribella. Nessuno osa proferire che avremmo almeno il diritto di sapere cosa succede a pochi chilometri dalle nostre case, dalle nostre famiglie, dalle nostre vite. 
 
Perché solo adesso la Calabria viene a sapere di quanto accade a Gioia Tauro da anni? Chi ha deciso che il porto - sorto in quella che era una delle zone di massima produzione mondiale di agrumi - dovesse essere destinato a questa competenza? Allo smercio di armi chimiche e diavolerie di distruzione di massa? E noi che pensavamo, beatamente tranquilli, fosse solo il crocevia fondamentale per lo smercio della cocaina di mezza Europa e delle armi che i “rivenditori di morte” collocano sul mercato delle guerre, verso i paesi dell’est, verso quelli arabi. E poi, soprattutto, chi tra i nostri splendidi amministratori regionali sapeva di questa operazione e di tutte quelle già effettuate – pare con frequenza – nel recente passato? Lo sapeva Scopelliti? Lo sapeva l’assessore alle Infrastrutture o quello all’Ambiente? Lo sapeva il presidente della provincia reggina? Lo sapevano i deputati o i senatori eletti in Calabria? Perché nessuno ne ha mai parlato? Forse semplicemente perché la nostra regione è solo un burattino costretto ad ubbidire a testa bassa alle coercizioni imposte dai potenti. 

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