Il Vizzarro.it - quotidiano online
Direttore responsabile: Bruno Greco
Redazione: Salvatore Albanese, Alessandro De Padova
Reg. n. 4/2012 Tribunale VV
Con il tronco e i rami più robusti gli antichi Greci ricavavano le canne sonore del sambike, uno strumento musicale in uso poi anche fra i Romani, ma per loro, in latino, era il sambucus. Oggi in Tirolo, a cavallo delle Alpi, i fiori freschi diventano bevanda dissetante da diluire con l’acqua. In Sardegna, assieme alle mandorle, se ne ottiene il ripieno dei ravioli. Nella Valle di Primiero diventa invece una gustosa marmellata della quale non abusare per le potenti proprietà lassative.
Nell’agricoltura biodinamica, il macerato di sambuco - ossia le foglie macerate nell’acqua - spalmato attorno ai tronchi delle piante è un rimedio impeccabile contro i topi nell’orto. E poi ancora come mosto da far fermentare e bere, come Aceto di Surard o come sciroppo nemico del raffreddore, della bronchite, della sinusite e della febbre. Anticatarrale e depurativo.
Il sambuco, decine e decine di usi diversi nel passato e nel presente, in Asia e in gran parte dell’Europa, per quella che rimane una delle più diffuse specie arbustive spontanee, che dai noi, nel cuore della Calabria, molto più semplicemente, diviene quasi sempre il ripieno della prelibata “Pitta china cullu pipi di maju”. Come ogni maggio, anche in questo maggio, toccherà dunque darsi da fare per raccogliere i pregiati fiori di questo aggraziato arbusto capace di raggiungere anche i tre, quattro metri d’altezza. La corteccia è grigiastra e molto rugosa. Le foglie sono pennate e formate da lobi picciolati. I fiori bianchi sono raccolti in corimbi ombrelliformi che durante la fioritura vanno a ricoprire l’intera pianta. Il frutto è globoso e nerastro. Comune nei boschi, nelle campagne, nelle siepi e nei pressi di ruderi. E’ diffuso dalle coste fino al piano montano. Fiorisce ridente come uno zampillo da maggio a luglio.
Per poter gioire del piacere e dei sapori di una “Pitta china” calda, bisognerà chiaramente cimentarsi prima in un’impeccabile, ma ludica, raccolta dei fiori di sambuco, da estirpare - meglio se durante la luna piena - insieme alle corolle, non appena l’arbusto fiorito avrà colorato le campagne di chiazze di bianco candido quanto quello della neve. I fiori si seccano all’ombra, in un luogo asciutto e ben aerato, per poi venire separati scuotendo le corolle. Essendo il sambuco molto diffuso, la raccolta può essere abbondante purché non avvenga nei pressi di industrie, strade, campi irrorati con pesticidi o in altri ambienti inquinati.
La “Pitta china cullu pipi di maju” è dunque una delle prelibatezze tipiche di Serra San Bruno, ma diffusa in tutto il comprensorio in diverse varianti: dalla versione leggera che la produzione industriale definirebbe “light”, a quella invece più “robusta” che prevede un ripieno di cicoli di maiale e uovo sodo. Ma l’originale serrese trova corpo in una deliziosa e semplice focaccia con l’impasto a base di farina di tipo 0, lievito, sale, olio extravergine e acqua. Imbottita poi di cipolle, olive, filetti di acciughe sott’olio e, naturalmente, una manciata di fiori di sambuco. Un prezioso frutto che i più golosi sono smaniosi di consumare in tempi brevi e che i più pazienti e lungimiranti possono invece gelosamente conservare come prezioso tesoro per l’inverno.
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