GIRDA ROTTAMI
Giovedì, 06 Gennaio 2022 12:00

LI STUORI* | Niente Befana per gli scolari poveri dell'Allaro. «È una bugia per bimbi di città»

Scritto da Sergio Pelaia
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Le contrade dell'Allaro (in apertura dell'articolo e in basso) fotografate da Salvatore Federico Le contrade dell'Allaro (in apertura dell'articolo e in basso) fotografate da Salvatore Federico

Erano ragazzini cresciuti troppo in fretta e tutto quello che sapevano era ciò che vedevano dalla finestrella della loro scuola: «Un angolo di montagna, il fiume sornione, i casolari neri e gli animali che attendono pur essi il finis per essere condotti a pascolare dai loro piccoli padroni». L’insegnante ce la metteva tutta ma la scuola era priva anche dei minimi sussidi didattici. I bambini non vedevano l’ora di «liberarsi da quella prigione che non han fatto nulla per meritare» e interrompevano la lezione chiedendo di andare al bagno. «Cioè andarsene fuori nella campagna perché, superfluo aggiungerlo, non vi sono nemmeno gli impianti igienici».

L'inviato nella «zona più selvaggia della Calabria»

La descrizione è tratta da un reportage «sulla zona più selvaggia della Calabria», un’inchiesta giornalistica in più puntate pubblicata su Il Tempo nel novembre del 1961. L’articolo arriva dalla Valle dell’Allaro, l’estremo confine montano dell’attuale provincia di Vibo Valentia che nelle sperdute contrade di Nardodipace è una cosa sola con le zone boschive dei Comuni dello Jonio reggino. Il giornale romano aveva un «inviato» che a quei territori avrebbe dedicato alcune pagine destinate a rimanere indelebili nell’anima dei luoghi: era Sharo Gambino, infaticabile narratore delle Serre e della Calabria che proprio a questa piccola storia strappata ai margini del mondo avrebbe consegnato dignità universale.

«Non conoscevano nemmeno il paese»

Gambino, nell’articolo che il Vizzarro ha trovato nell’archivio che la famiglia dello scrittore ha donato al Comune ed è consultabile nella biblioteca “Enzo Vellone”, descrive una «realtà insospettata ed insospettabile in una nazione civile in piena era atomica». In quella scuola c’erano decine e decine di ragazzi che non erano «mai saliti al centro abitato» e non conoscevano «nemmeno il paese, grande o piccolo che sia», né «gli elementi che lo compongono: le case a due piani, le strade, la chiesa, i negozi…». Insomma, ignoravano «tutto nella maniera più spaventosamente completa, dalla bicicletta all’automobile, dalle campane alla radio al televisore, al mare, al treno… a tutto, a tutto».

La notizia? Una bugia

Dopo questa descrizione, forbita nella scrittura ma cruda nella sostanza, arriva, a metà articolo, la notizia. Che solo un osservatore acuto e sensibile avrebbe potuto rendere tale. «Nella scuola di Jemma – racconta Gambino – il maestro ha dovuto dire ai suoi scolari che la Befana di cui parla il libro di lettura è una bugia buona solo per i bambini di città: così essi hanno superato il disappunto di non averne mai avuto la visita». Il motivo che aveva indotto l’insegnante a quella rivelazione fa stringere ancora di più il cuore: «Avevano cominciato a credersi cattivi e questo era giustamente dispiaciuto al maestro, il quale aveva creduto opportuno dire la verità sulla vecchietta generosa solo coi bimbi di paese, ma assolutamente avara coi poveri bimbi della Valle dell’Allaro».

L'infanzia perduta

Un piccolo episodio, certo, utile però a scrivere su un quotidiano nazionale quanto questi ragazzi fossero «esclusi dal mondo dell’infanzia, dalla poesia dei primi sogni». Quanto ignorassero tutto «sulla vita dei loro coetanei» perché ben presto «posti di fronte alla dura necessità di lavorare». I maschietti conoscevano le carte e cantavano le gesta del brigante Musolino, oppure «certe nenie tristi di origine orientale rimaste, evidentemente, dal tempo delle invasioni arabe». Quei bimbi avevano un’infanzia «assai breve»: a 7-8 anni apprendevano come si viene al mondo «perché i grandi non hanno ritegno a parlarne in termini crudi, senza alcuna sensibilità, in loro presenza». E imparavano ad allevare i bimbi più piccoli che, spesso, dovevano anche portarsi a scuola.

Le pose guappe e le bestemmie

Il reportage si fa impietoso: «Trattati senza riguardo per la loro tenera età e contribuendo con la loro fatica alla vita della famiglia, è naturale che questi ragazzi si sentano grandi e perciò portati ad imitare i gradi in tutto: li imitano nelle pose guappe, nei gesti spavaldi e si sforzano di ripeterne nel tono e nei contenuti i discorsi, quasi abbiano fretta di invecchiare, come se la fanciullezza fosse un ingombro che han fretta, per necessità vitali, di abbandonare come inutile zavorra». Con analogo stupore Gambino descriveva anche le «bestemmie orrende» che i maschietti e perfino «le femminucce» ripetevano per averle sentite dai genitori. I quali a loro volta spesso non risparmiavano ai figli «le più impensabili contumelie, talvolta pittorescamente elaborate, e gli auguri per le più complicate disgrazie corporali». 

Le parole e il destino

Lo scrittore ammetteva che «tutto questo è detto con le labbra», mentre «il cuore» di quei padri e di quelle madri diceva «il contrario», ma tuttavia osservava come quelle parole urlate si incidessero «nella vergine psiche del fanciullo» con conseguenze difficili da prevedere. Ma c’era anche chi, come Gambino e quel maestro della scuola di “Jemma”, con le parole e la semplice crudezza della verità provava ad alleviare un destino ben poco benevolo.

*Li Stuori è una rubrica curata dalla redazione del Vizzarro

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