Sabato, 05 Febbraio 2022 11:11

NUVOLE* | Dai “Tre moschettieri” ai briganti serresi

Scritto da Tonino Ceravolo
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Un disegno di Horace Rilliet del 1852 descrive la scena del prete in lettiga raccontata da Dumas Un disegno di Horace Rilliet del 1852 descrive la scena del prete in lettiga raccontata da Dumas

Dopo Massena, Manhès

Una nuvola di polvere c’è da presumere che abbia circondato il generale Carlo Antonio Manhès quando, nel marzo 1811, dopo aver attraversato Rogliano, Scigliano, Soveria, Platania, Nicastro e Maida, giunse a Serra, inviato dal re di Napoli per reprimere il brigantaggio particolarmente fiorente nel decennio francese. Non si sarebbe probabilmente mosso verso Serra, il generale francese succeduto a Massena nel comando delle operazioni militari contro il banditismo, se non fosse stato per l’omicidio del luogotenente della gendarmeria Gérard, attirato in una trappola mortale dai briganti. E soprattutto non si sarebbe mosso se non si fosse trattato di evitare la distruzione del comune di Serra (“il luogo più industrioso della Calabria” lo definisce Dumas nell’opera di cui è qui questione), che forniva in gran parte la manodopera per la fabbrica d’armi di Mongiana. Problema non da poco, sottolineava Dumas, perché senza la produzione di Mongiana sarebbe stato necessario rifornirsi di proiettili a Napoli “facendoli venire per via di terra, con enorme dispendio, o facendoli venire per mare con pericolo d’esser presi dalle navi inglesi”. Dunque, Manhés in Calabria e a Serra e Dumas a ripercorrere le sue orme, in un testo in cui resoconto dei fatti, stereotipi culturali e pathos romanzesco (difficilmente assente in Dumas, persino quando non di un romanzo si tratta) si mescolano in un unico garbuglio, che, eventualmente, sta al lettore sciogliere e distinguere.

Il ritratto angelico del generale

Cento anni di brigantaggio nelle province meridionali d’Italia venne pubblicato in italiano da Alexandre Dumas a Napoli, presso la Stamperia di Salvatore De Marco, nel 1863 (anche se la copertina del volume riporta 1864), come “volume primo” di un’opera che, in realtà, a quel solo volume si sarebbe fermata e in quel momento - se il suo autore era da tempo il romanziere famoso dei Tre moschettieri, di Vent’anni dopo e del Conte di Montecristo - i Cento anni non erano certo il primo libro edito in Italia dedicato alle imprese del generale Manhés, che avevano calamitato anche altri laudatores. Nel 1846 Antonio Quintavalle aveva dato alla stampe una Notizia storica del Conte Carlo Ant. Man­hès [...] scritta da un antico uffiziale dello Stato Maggiore del sudetto Generale Manhès nelle Calabrie e di Francesco Montefredine erano uscite le Memorie autografe del Generale Manhès intorno a’ briganti (1861), due testi in cui si respira un’aria di famiglia rispetto ai Cento anni dumasiani, pur essi costruiti intorno a uno schema culturale fondato sull’opposizione tra il ritratto pressoché angelico del generale e i fieri, selvaggi e crudeli calabresi: “Manhès – scrive Quintavalle – era in quell’epoca nel suo trentaduesimo anno appena, bello della perso­na, i suoi capelli biondi, e inanellati gli cadevan quasi su gli omeri, egli aveva a vero dire come scrisse uno storico di lui «la fisionomia ed il portamento dell’inviato del Cielo che stanco di veder soffrire i calabresi era spedito per salvarli!»”. E gli faceva eco, quindici anni dopo, Montefredine, per il quale, a Serra, lo sguardo di Manhès “non ritrovava più nessun segno di umanità in quelle genti; che anzi parevano più fieri e selvaggi delle bestie selvagge”, talmente aduse ai delitti e alle pratiche dell’assassinio da non temere la pena capitale, tanto che il generale “a vedersi circondato da selvaggi senza legge, senza umanità, con quelle facce brune, con gli occhi scintillanti e foschi tutti in lui rivolti, sentì in se qualcosa d’insolito, non sai se ribrezzo o orrore”. 

Le belve feroci serresi

Contro tali fiere Manhès risolse la questione in un modo, per così dire, originale: belve feroci erano i serresi, lupi affamati, cani rabbiosi, ai quali dovevano essere negate le “consolazioni della chiesa”. Perciò, niente estrema unzione, niente battesimi, niente matrimoni e “preti, diaconi o sagrestani”, considerati complici attivi dei briganti, all’inizio costretti a ritirarsi “nella badia de’ certosini” (“la prima che S. Bernardo avesse fondata”, secondo l’incredibile svarione di Dumas) e dopo spediti in esilio: “[…] La nera coorte, con la valigia sugli omeri ed il bastone in mano, gemendo come gl’Israeliti menati al servaggio, partì a piedi per Maida, sotto la scorta della guardia nazionale. In mezzo a que’miserabili, era un prete di 90 anni che, non potendo camminare, era portato in lettiga. L’aspetto pallido e smunto di quel cadavere vivente, l’andamento tardo, il contegno mesto, il capo curvo a terra di quelli che lo portavano, era, per chi aspettava il castigo, spettacolo più terribile di mille supplizi” (fig. 2). Strategia risolutiva questa di Manhès, perché i serresi, pur di far rientrare il clero e avere di nuovo i conforti della religione, partirono tra boscaglie, rupi e caverne, alla ricerca dei banditi: “La resistenza fu disperata, ma l’attacco era implacabile. Le teste di quelli che rimasero sul campo di battaglia furono portate a Serra, e poste su ceppi di legno; di quelli che sopravvissero, parte morì di fame, tre o quattro si suicidarono”.

Antropologie negative

Non era tutta farina del suo sacco quella che Dumas sciorinava nell’encomio del generale francese, perché il testo riprendeva, con frequenti citazioni pressoché letterali, la Notizia di Quintavalle sopra ricordata, sebbene i Cento anni ci mettessero del loro e fornissero, in virtù della notorietà dell’autore, un contributo di un certo rilievo all’antropologia negativa intorno ai meridionali. Le “facce brune” diventavano “onde d’uomini abbronzati, dagli occhi di bragia”, mentre Manhès, da angelo buono e solare, si trasfigurava in “angelo sterminatore” e la sua inedita “nordica bellezza” veniva esplicitamente contrapposta a “quella gente del mezzogiorno”. Come già in Quintavalle, anche nel volume di Dumas ogni cosa era tesa a dimostrare un assunto etnocentrico di lampante evidenza, ideologicamente orientato a consolidare lo stigma dell’irredimibile arretratezza degli uomini e delle donne del Sud, segnalandone la “preistoria” anche nella realtà naturale: la “nera coorte” dei sacerdoti esiliati da Serra era accompagnata, ad esempio, dai lamenti delle donne che, quasi come prefiche al seguito di un funerale, “s’inginocchiavano sul passaggio del corteo, scinti i capelli, battendosi il petto come insensate” e del paesaggio naturale si sottolineava l’asperità e la rude selvatichezza, inadatte al consorzio civile. A un paesaggio rude, è questo che diceva il sottotesto, non potevano che corrispondere genti altrettanto rudi, speculare riflesso di quel paesaggio.

Montagne e briganti

Del resto, Dumas era lo stesso Dumas che nel romanzo-monstre La Sanfelice (1864-1865, ora Adelphi 1999) avrebbe scritto: “Il brigantaggio […] fenomeno assai diffuso nelle regioni dell’Italia meridionale, è un frutto indigeno che cresce in montagna. Parlando dei prodotti degli Abruzzi, della Terra di Lavoro, della Basilicata e della Calabria, si potrebbe dire: le valli producono frumento, mais e fichi; le colline producono olive, noci e uva; le montagne producono briganti”. Le montagne producono briganti. Cos’altro avrebbero potuto fare i folti boschi delle Serre se non essere patria e ostello di banditi efferati?

*Nuvole è una rubrica curata per il Vizzarro da Tonino Ceravolo, storico, antropologo e scrittore

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