Domenica, 25 Dicembre 2022 11:30

Consigli (semiseri) per le grandi abbuffate

Scritto da Francesco Barreca
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Illustrazione di Gustave Doré per "Gargantua e Pantagruel" di François Rabelais Illustrazione di Gustave Doré per "Gargantua e Pantagruel" di François Rabelais

Il Natale è bello perché t’assietti alla tavula e diciamo che il più è fatto, essendoché quanto dopo accade è di poco momento nel precipizio psicopannichico in cui si è balenati, ammesso si tenga un contegno minimo appropriato una volta assittatisi. È norma non soltanto consuetudinaria di buona crianza, infatti, non arriminarsi come nimali su quel che all’imprompto ci si presenta, ma portarsi avanti e aiutarsi a ritmo lento epperò regolare tanto nella iettazione delle pietanze quanto nella loro masticazione e deglutizione, non proprio spizziculìando ma prendendosela comoda, diciamo appuntidandosi con costanza e un poco di rinforzo – chiamiamola gurtunerìa gentilhomesca, quest’attitudine, come da gergo scalcesco tratto da varii luoghi del Messisbugo e del Rossetti – così da sottrarsi alla tanatopsichia dovuta all’eccitazione violenta del nervo mascellare superno che altrimenti seguirebbe, e raccomandandosi piuttosto, in summa summarum, ai savî consigli di que’ teologi di scuola scotista, poi ripresi da certi gesuiti probabilisti del secolo Decimosettimo, i quali ammoniscono (e si veda al riguardo Han. De Ep.Brev.Ed. e successivi commentarii, nonché quanto appropriatamente scrive il Multibibus in Disp.The.Pr.Ius Potandi) non doversi, ne’ simposi del sacro periodo natalizio, e cito verbatim, mangiarsi Cristo di li pedi, né buttarsi la spesa, consumarsi la ligittima, adoperarsi a quattro ganghe, divacarsi a scasciapanza, ostentare lu pitittu, amprari li cannarozza, spartiri per prendersi la meglio parte, atteggiarsi a cu’ non ‘ndi vitta mai, gurdarsi per non credere a chi è digiuno (e nel frammentre guastare lo scifo), ovvero vuliri sempi di più assai e non gurdarsi mai, ruppiri subito a pane fresco ca sinnò s’intosta, far le mosse di chi la fame fin’ammò la pigghiava cu la pala e cu la zappa, non chiecchiarìare ché quando si mangia si cumbatta culla morti e insomma jittarsi avanti per non pendere indietro, ivi compreso nel beveraggio, l’allitrarsi e il bicchirìarsi, allegando a sostegno di tali sconcerie eretiche letture perfidissime di quei passaggi dell’Ecclesiaste secondo cui l’acqua arruggia gl’intestini, dove c’è gusto non c’è perdenza, pasta puocu e sucu assai e ogni dassata è persa; ma solo, dicono gli scotisti con viva approvazione di taluni calculatores oxoniensi, l’appuntidamento sia uniformiter uniformis, in quanto a tal maniera esso potrà durarsi per lungo periodo ma sarà anco tale da preservarci l’inferno cessesco del giorno dopo, ovverosia (salva venia) il cacare come diavoli.

            Troppi ne abbiamo visti, cuoricini di burro, animucce di topo casalingo, stomachiedi di pili, i quali non vedevan l’ora di metter mani e bocca dappertutto e in quattro e quattr’otto s’eran scuotulati diverse pensioni, e ciò soltanto per dare scandalo, manco un’ora dopo, alla parusìa di frittuli e jelatina, ma pure di suriaca turchisca, lenticchia, patrinustreda, pastidi cuotti, pipiriedi abbruscenti e s’intende piscistuoccu (si lu guardi, quant’è bruttu; si lu fiaguri, quantu feta; si lu pruovi, tuorni arriedi recitava un ambiguo indovinaglio riportato dalla signora Mena su un calendario una trentina d’anni fa, calendario uscito nel periodo natalizio di cui in questo momento non mi sovvengono precisi riferimenti, onde cito imperfettamente a memoria e chiedo venia ai benevoli lettori), ribbatìandosi come moccarusi e, quando incalzati dagli ospiti macchiati dall’onta abbuffatizia, limitarsi a domandare quartiere o quantomeno di parlamentare – non mi fiju, dicono – senza scorno e senza vergogna; e beninteso tali affermazioni vanno fatte e qui le faccio fora gabbo, non sia mai c’incappa a qualcuno, siccome è opinione comune e pure lo si legge in Aless. Afr. Comm.Met.Ari. che il gabbo incappa e la iestima non cogghia, sia quel qualcuno i lettori o il sottoscritto: è Natale e tutti ci vogliamo bene, estranei, conoscenti, amici, canati, cugini, suppessari, compari, suppessari di compari, cugini di canati, compari di compari e suppessari di cugini; tutti, tutti non desideriamo altro che di sdottoreggiare ergotantemente su quanto mangiamma e abbiamo bevuto, con rispetto parlando, e ci facciamo auguri sinceri perché siamo tutti bicchirìati e infatti a Natale siamo tutti più buoni solo perché siamo tutti più ubriachi, cosa di cui vi è certissima conferma in quella sentenza che rinveniansi in Petr. Lomb. Lib.Sent. ed eziandio (tra gli altri) in Herv.Nat. Comm., e secondo la quale il calore prodotto dal vino, applicandosi alla pleura mediastinica, fiacca i legamenti pericardici favorendo in tal modo l’artificioso scuorcilìamento del cuore, inibendo al contempo le operazioni dell’organo melancolico per il quale vedasi Mal. Geig. Micr.Hyp. e Ric. Burt. Ana.Mel.  È d’uopo d’altra sponde l’abbuttarsi e avvinazzarsi, stante li poteri dei Magari che maggiori sono al solstizio d’inverno, verbigratia, al 21 dicembre, come ebbe a dire uno di detti strolaci negromanti invocando sventure: abbissu mio aiutami a stu puntu mo chi lu suli è giuntu a capicuornu e gira ‘ntuornu supa a l’orientali (e ciò io lo leggo in Ap. Lum., Farse di Cal. e Sic. in copia originale del 1888 la quale ho sottomano or ora e in anastatica riscontrata sul tecnasma portativo mio), perciocché se ancora in questo giorno fausto qui siamo e su questa terra rantoliamo, storta per diritta esserci andata giocoforza dichiariamo; e ciò varrebbe a dire che, se pure non di satizzi, zzippuli, ambrosia e di li vruoccula di rapa che al Bardo care furô imbandite le tavulate nostre sono, ma in contrarium di mangiari di spitali (magari avendolo, lu spitali), purtuttavia grazie dobbiamo rendere a Gesucristo, all’anime del Purgatorio, ai Santi da noi più amati (e personalissimamente, a questo riguardo, mi sia concesso qui manifestare la venerazione mia nei confronti del più grande e amabile tra i Santi, intendo San Cristoforo Cinocefalo, possa Egli sempre farmi apprezzare il rasto imprestandomi il suo oltremondano fiuto), a chi vogliamo, a chi vi pare, e ciò pure nel caso alcun di noi presentemente avesse, come tanti l’hanno, la peste, il vaiolo, lo scorbuto, la lebbra, il mal francioso ovvero la lue, il cacasangue, la febbre petecchiale, la russàina, i gangulari che hanno fatto pustema, la migrania, il morbo ceruleo, l’orchite, il piegamento facile dei ginocchi, l’infiammo, il lapsus calami, l’essudazione involontaria di fluido elettrico da gli occhi e tutte l’altre e innumerevoli malattie che là fuori ci attendono e mai non ci abbandonano, per le quali compulsino, gli onorevoli lettori, ciò che in Frac. De Cont.et Cont.Mor. e in J.B. V. Helm. De Magn.Vuln. e Ort.Med si ritruova. Se, pertanto, non possiamo dirci degni d’emulare la parabola relata dagli Evangeli Canonici tutti concordantemente, cioè quella in cui si narra Gargantua esser nato da Gargamella esultando del grido monotelita “Da bere! Da bere!” pure ci sia concessa la terricola satisfatione viatoresca di un “Difindimundi!”

            Ognun l’abbia come vuole, comunque, perché in finibus il punto della disputazione quodlibetica testé esposta è che, ante die undecimum Kalendas insino alle None, la vera tempra nostra si rivela, una tempra che non deve durare da Natale a Santo Stefano ma mantenersi sempre, con le passìate sul Corso ‘mbraccittati a smarinarsi, calìandosi in uno spicchio di Sole se alla menza gli viene, a quel Giuda imprennasumeri, di comparire finalmente, o in alternativa scarfandosi al camino, appoggiandosi pure un attimino in stato di morte apparente, semplicemente girìando il trentuno a vedere quale forno fuma ovvero recandosi, seppur ‘mbastini, alla messa di mezzanotte, sempre nella speranza che l’omelia non sia troppo lunga e soprattutto, come dicono i dotti dalla precisa e forbita facondia e in particolare Quint. Inst.Or., Mart. Dan. Tract.Mo.Sign., Fort. Reg.Gram., che non faccia venire lu latti alli dinocchia. E qui devo io confessare d’appartenere a quella genìa umana che infallibilmente la manca, dico la messa, e ciò non soltanto in ragione del fatto che medullitus m’incrìsciu, da cui non per niente mi fregio e vanto del titolo di Doctor Fraccommodus, quanto piuttosto perché, senza nulla togliere a gli anacoreti, a’ cenobiti, a’ trappisti, a’ certosini (si capisce), nonché a’ stiliti e dendriti, ai quali chiaramente va tutta la mia stima e riverenza – servo vostro – sono io uno di quei che si proclamano deipnosofisti e, di più, uno di quelli ai quali appare il Santo che Benedetto Sia al termine d’ogni libagione e metempsichicamente loro ordina con voce tonante: “Statti alla casa! E si niesci non nisciri scapidi!”; conciosiacosaché ne sono a fortiori esentato, e alla casa perciostesso giocondissimamente mi resto.

Ave atque vale, dunque, e auguri a tutti.

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