Sabato, 09 Gennaio 2021 18:37

“Lo scultore devoto”, il docu-film dedicato all’eredità artistica di Raffaele Tucci

Scritto da Bruno Greco e Antonella Leandro
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Come può definirsi uno scultore che ha impiegato 15 anni per la realizzazione di un Cristo se non “devoto”? Una devozione che oltre a derivare dalle opere sacre ha rappresentato un vero e proprio ossequio all’arte. Raffaele Tucci, durante l’arco della sua vita, si è completamente donato alla scultura e come degno testimone delle maestranze delle Serre ha avuto nei confronti dell’arte un rapporto spirituale.

A distanza di 10 anni dalla morte, la famiglia ha voluto ricordarlo in un docu-film, che sarà presentato il prossimo 12 gennaio e andrà in onda su LaC, importante testimonianza storica di quella fucina di cultura che rappresenta una delle pagine più belle della nostra identità. Un’identità che tocca a noi far rivivere e diffondere. Uno dei figli dell'artista, Serafino Tucci, ha raccontato a "Detto tra noi", su Radio Serra, come è nata l'idea di realizzare un documentario sottolineando anche quella voglia di divulgare che Raffaele Tucci ha sempre coltivato in vita, creando opuscoli e materiale informativo sulle sue opere. 

Nella sua bottega a Spadola, in cui scandiva il tempo a suon di scalpellate sul legno, oltre ai curiosi, intenti a capire come nascesse un’idea, si riuniva il gotha della cultura serrese: Sharo Gambino, Giuseppe Maria Pisani, Giuseppe Jellamo e tanti altri che trasformavano quel posto anche in un luogo di confronto. Raffaele Tucci era un artista a tutto tondo: scultore, pittore, restauratore e professore di ebanisteria. Alla maestranza si affiancava la preparazione storica che ha fatto sì che ogni sua opera divenisse un importante fonte documentale. Per questo il suo essere professore andava oltre le mura scolastiche e la sua opera è stata anche un’occasione per scrivere la nostra storia. Nel presbiterio della chiesa Matrice di Spadola Tucci, con i suoi intagli, ci dice chi sono stati i papi calabresi; nell’altare della chiesa dell’Addolorata di Spadola rappresenta il succedersi delle confraternite sorte in quel territorio; nei portali sempre delle chiese spadolesi si può leggere del paese della Minerva e del suo importante legame con la Certosa di Serra; nel refettorio della Certosa, a testimoniare la venuta di Giovanni Paolo II, vi è un bassorilievo a lui dedicato; il portale del santuario di Brognaturo ci parla della tradizione delle “vedute”; un San Bruno realizzato dall’unione di cubi di legno potrebbe rimandare alle sperimentazioni delle antiche maestranze serresi, come la tecnica dell’impiallacciatura adoperata da Biagio Scaramuzzino nel pregevole pergamo ligneo (custodito nella Matrice di Serra), che lo stesso Raffaele Tucci ebbe modo di restaurare; il contenitore ligneo con la pantofola di Papa Callisto II, dato in dono a Giovanni Paolo II, ci ricorda la maledizione inferta agli spadolesi, “condannati” a non crescere come popolazione.  

L’opera più importante, riconosciuta tale anche dalla moglie di Tucci, Emilia Militi, è il Cristo senza croce presente in fondo alla navata della Chiesa Matrice di Spadola, scultura monumentale, realizzata nell’arco di 15 anni. L’artista Giuseppe Maria Pisani la definì michelangiolesca quando la vide per la prima volta, abbozzata e caratterizzata da quel “non finito” a cui proprio Michelangelo ci ha abituato. Un’amicizia forte legava Raffaele Tucci a Giuseppe Maria Pisani, che si tradusse anche in un connubio artistico se pensiamo alla deposizione presente al Calvario di Serra o alla vara processionale della madonna Addolorata sempre nella cittadina della Certosa.

Il Cristo realizzato da Raffaele Tucci 

Passione, ricerca, sperimentazione. Tucci, “lo scultore devoto”, oltre al suo ingegno è riuscito a trasmetterci quella predisposizione dell’anima così difficile da raggiungere e che ognuno dovrebbe coltivare per fare le cose col cuore.

La dedizione messa nel lavoro è sottolineata dal fatto che per lui l’inizio di ogni opera, come spiegato dalla moglie, era preceduto da una «crisi preparatoria», tra progetti, bozzetti, calchi e quei familiari rumori assenti ormai da 10 anni. «Io ero in casa a fare le faccende e lui in laboratorio – ha ricordato ancora Emilia Militi – e sentivo continuamente il rumore dello scalpello e della mazzetta che incidevano il legno. Adesso che da 10 anni non c’è più, la presenza fisica, i rumori particolari del suo lavoro mancano, e mancano tanto…».

Nel documentario (realizzato dal fotografo Biagio Tassone e dal video-maker Gerardo Mandiello) saranno i figli, insieme alle persone che lo hanno conosciuto, ad accompagnarci, come tanti Cicerone, lungo il sentiero artistico di Raffaele Tucci. E proprio loro ci ricorderanno di come l’uomo, oltre all’artista, aveva il pregio dell’umiltà, non si vantava mai delle sue opere né del suo prezioso sapere che con grande maestria ha saputo tramandare a tutti noi.  

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