Domenica, 30 Luglio 2023 08:14

“Puricinedhjia”, l’antico rito spadolese legato alla festa di San Nicola

Scritto da Bruno Greco
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Ogni festa ci racconta innumerevoli storie rispetto all’identità di un dato territorio e della sua comunità. Si tratta di storie affascinanti che in mancanza di documentazione scritta vengono tramandate oralmente di generazione in generazione. Singolare è l’apertura della novena di San Nicola patrono del comune di Spadola, tenutasi lo scorso 27 luglio. Nel paese della Minerva i festeggiamenti del santo patrono si aprono con “Puricinedhjia”. Nello specifico gli abitanti di ogni quartiere preparano dei fantocci o delle croci di paglia che poi, in contemporanea al botto iniziale dei fuochi d’artificio, vengono dati alle fiamme come forma di sacrificio nei confronti del santo. Per cercare di conoscere a fondo questa antica tradizione Il Vizzarro ha rivolto qualche domanda a Vitantonio Tassone, delegato alla cultura del comune di Spadola ed ex priore della confraternita dei Sette dolori di Maria vergine. 

Difficile comprendere le origini del nome 

«“Puricinedhjia” – ha spiegato Tassone – è un evento che sul territorio di Spadola si ripete da tempo immemore. Sulla festa del nostro santo patrono un documento fondamentale è rappresentato dalla “Visita di mons. Perbenedetti vescovo di Venosa” in cui si cita la festa di San Nicola già nell’anno 1629, anche se non ci sono riferimenti a “Puricinedhjia”». Per questo motivo è estremamente difficile risalire alle origini del singolare evento e la gran parte delle notizie che si hanno provengono dall’oralità, dai racconti che i nonni ancora oggi tramandano ai propri nipoti. Nonostante non si abbiano fonti certe rispetto alle origini del rito si può comunque comprendere come lo stesso sia cambiato negli ultimi 30 anni. E sul nome “Puricinedhjia” quello che si può sapere è comunque frutto di ipotesi. «Si tratta sicuramente – ha detto ancora Vitantonio Tassone – di un rito propiziatorio, una forma di ringraziamento dopo la raccolta del grano e anche per questo motivo, molto probabilmente, l’evento è stato affiancato all’apertura della novena in onore del santo patrono. Molto spesso il nome “Puricinedhjia” si accosta erroneamente alla maschera di Pulcinella. Forse per via dei fantocci che vengono bruciati durante il rito ma che non hanno nulla a che vedere con la maschera della Commedia dell’arte». Secondo quanto spiegato dall’ex priore, anche il fantoccio di paglia dato alle fiamme avrebbe origini più o meno recenti perché, stando ai racconti tramandati dagli anziani, anticamente l’oggetto “Puricinedhjia” che veniva bruciato era semplicemente una croce fatta da due pali e avvolta nei resti delle spighe di grano dopo il raccolto. «Io, come tanti altri, penso che innanzi tutto per comprendere l’origine del nome bisogna capire a quale parola possa essere assimilabile nel nostro dialetto. Se dico ad una persona “Pari nu puricinu/Sembri un pulcino” gli faccio capire che magari i suoi capelli sono spelacchiati e irti come le piume di un pulcino. Così, anticamente, quando si avvolgevano le croci da bruciare nei resti della mietitura, si potevano notare alla fine i gambi del grano che spuntavano come il piumaggio di un pulcino. È probabile che il nome derivi da questo anche se si tratta solo di un’ipotesi». 

L’evoluzione del rito 

In queste poche righe si comprende come il rito negli anni sia completamente cambiato. Oggi gli spadolesi utilizzano delle balle di paglia per costruire i fantocci e le croci che poi vengono dati alle fiamme. In passato, invece, “Puricinedhjia” era una semplice croce avvolta nei soli resti del grano, simbolo cristiano bruciato come ringraziamento. Essendo una tradizione antica è chiaro che l’uso delle balle di paglia sia arrivato dopo l’industrializzazione. «In passato – ha continuato Tassone – dai resti della raccolta del grano non c’erano grossi quantitativi di materiali per poter costruire croci e fantocci. In più ciò che rimaneva si utilizzava soprattutto come foraggio per gli animali e dare tutto alle fiamme sarebbe stato un enorme spreco». Nello specifico il delegato alla cultura ha spiegato che i fasci (gregna) legati durante il raccolto venivano portati in un luogo chiamato “area”, appositamente preparato con un materiale naturale (non si aveva a disposizione il cemento) dove si batteva il grano. Una piccola parte di ciò che rimaneva nelle cosiddette “aree” si utilizzava poi per il rito di “Puricinedhjia”. Citando un altro interessante fatto raccontato da Tassone, nei campi di grano, dopo la mietitura, vi si recavano i bambini per racimolare le ultime spighe che recapitavano alle madri nelle proprie case. Da quegli ultimi sprazzi di grano raccolto dai più piccoli si faceva poi la “vaccaredhjia/piccola vacca”, ossia un pane a forma di mucca. «La “vaccaredhjia” – ha poi spiegato Tassone – è legata probabilmente al ruolo che anche gli animali in passato ricoprivano durante la festa patronale. Gli allevatori, infatti, portavano in processione davanti alla statua di San Nicola anche il bestiame. Alcuni lo facevano per fargli ricevere la benedizione altri con scopo di guarigione se si ritrovavano dei capi malaticci. Richiamando quest’altra antica tradizione  che potrebbe avere anche radici "pagane"  a partire dagli anni ’80, per volontà del medico e cultore della storia locale Bruno Tassone, il venerdì prima della festa (che si tiene sempre la prima domenica di agosto) in piazza si realizza lo spettacolo pirotecnico della “vaccaredhjia”, simulacro dell’animale contornato da fuochi pirotecnici».  

Negli ultimi 20 anni è stata introdotta rispetto al passato la discesa del santo in processione per l’apertura della novena, cosa che prima avveniva solo durante il giorno della festa. Anche per questo motivo gli spadolesi si danno appuntamento nella piazza principale dove viene allestito il “Puricinedhjia” più grande poi dato alle fiamme. «Una variazione rispetto al passato ma a mio avviso molto significativa – ha detto infine l’ex priore – è la processione il venerdì prima della festa, momento in cui si porta la statua di San Nicola dalla chiesa matrice "Santa Maria sopra Minerva" a quella dell’Addolorata posta poco più in alto. Dopo la celebrazione della messa la statua ritorna sempre in processione nella chiesa matrice. Questo si fa per ricordare che in passato, prima del terremoto del 1783, la chiesa dedicata a San Nicola era proprio quella che oggi è dedicata ai dolori della Madonna, come si può evincere dall’onciario del tempo».

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