Domenica, 18 Giugno 2023 07:34

Sulle tracce del “sarcofago” scomparso di Ruggero il Normanno

Scritto da Redazione
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La foto del "sarcofago" pubblicata nell'articolo "La Ferdinandea", di Vincenzo Sechi, su "La lettura" del "Corriere della Sera" (agosto 1927) La foto del "sarcofago" pubblicata nell'articolo "La Ferdinandea", di Vincenzo Sechi, su "La lettura" del "Corriere della Sera" (agosto 1927)

Nell’estate del 1927 Spartaco Fazzari, deputato, e il fratello Corrado, avvocato, accompagnano un giornalista tra le stanze della villa di Ferdinandea. Quella tenuta era stata dei Borbone ma dopo la loro caduta il padre di Spartaco e Corrado, Achille, garibaldino di primo piano, imprenditore e poi deputato, l’aveva acquistata in un’asta pubblica assieme al complesso siderurgico di Mongiana. Il giornalista che la visita nell’estate del ’27 si chiama Vincenzo Sechi e ad agosto di quell’anno pubblica su La lettura, rivista mensile del Corriere della Sera, un articolo dal titolo “La Ferdinandea”. Sei pagine corredate da altrettante foto dedicate al luogo in cui, più che in ogni altro, dice di aver provato «il senso della solitudine immensa ed infinita».

A ciò che della Ferdinandea aveva già scritto Matilde Serao, aggiunge: «Mai mi è sembrato di esser così lontano, isolato completamente dal mondo e dalla vita come seguendo la strada che da Serra San Bruno porta alla Ferdinandea. Strada bianca che si inerpica lentamente tra due filari di faggi, di pini e di abeti, stretti, serrati che spesso formano con l'intrico dei loro rami una vòlta verdeggiante sotto la quale si passa, come in una grande e lunga galleria, dove a tratti filtri il sole». Osserva che dalla cima di Pecoraro si possono ammirare, «in un panorama unico ed incomparabile», i due mari. E finisce per fornire una testimonianza preziosa di ciò che vede dentro la Ferdinandea.

Tra «le meraviglie della villa», Sechi ammira un «sonetto autografo» di Garibaldi in ringraziamento a Fazzari, il «letto di Napoleone III», una ricca collezione di «ceramiche e terraglie antiche», una statua di Mercurio in marmo e, addirittura, un «busto di Napoleone I, opera del Canova». Poi, in un’altra stanza della villa, ecco che appare «il sarcofago in pietra bianca di Ruggero il Normanno» che «sembra dormire tra le sue armi pesanti pronto allo squillo di guerra». Si tratta di un bassorilievo lungo oltre due metri che, spiega il cronista, fu «donato dai monaci della vicina Certosa di San Bruno per ricompensare il Fazzari della gran quantità di pietre da lui donate generosamente contribuendo non poco alla ricostruzione del convento e della chiesa purtroppo distrutti completamente nel terremoto del 1783». Quell’opera è divenuta quasi leggendaria tra studiosi e appassionati di storia e arte perché, oggi, non si sa che fine abbia fatto. Su La lettura c'è anche la fotografia, una testimonianza storica straordinaria.

Fazzari fu effettivamente considerato un benefattore della Certosa perché offrì gratuitamente i graniti delle sue cave per la ricostruzione, ma dom Basilio M. Caminada (L'Aia, 1920 – Serra San Bruno, 1996), indimenticato bibliotecario e archivista della Certosa serrese, in relazione a questa vicenda affermava: «Graniti gratuiti, pagati ripetutamente!». Ne ha scritto lo storico Tonino Ceravolo in questo articolo sul Vizzarro riportando una cronaca del gennaio 1895 sul rinvenimento di «una pietra tombale – scriveva Dom Elie M. Poinsotte – di sette piedi di lunghezza, che rappresenta il Conte Ruggero morente. Il principe è armato con la sua spada e il suo pugnale, mentre due cani sono coricati ai suoi piedi».

Ulteriore riscontro del ritrovamento è anche nella cronaca manoscritta del priore dell’epoca, Dom Bulliat, che osserva: «Abbiamo trovato dentro un muro una pietra tombale che porta in rilievo il Conte Ruggero nel momento della morte. Ci sono due cani di normale grandezza ai suoi piedi. Il signor Fazzari l’ha richiesta e noi gliela abbiamo donata». La “pietra” ritrovata nella Certosa – che probabilmente fungeva da monumento sepolcrale (un cenotafio) nella chiesa conventuale, visto che il sarcofago monumentale era a Mileto e oggi è conservato al Museo archeologico nazionale di Napoli – venne poi trasferita da Fazzari alla Ferdinandea. 

Da alcuni appassionati di storia locale, che da anni studiano tutto ciò che ruota attorno alla Ferdinandea, è stato possibile apprendere alcune testimonianze orali di persone che avrebbero visto con i loro occhi la pietra tombale fino agli anni ’60. E nel libro “Certosini a Serra San Bruno - Il patrimonio storico e artistico” (a cura di Domenico Pisani e Fabio Tassone, Edizioni Certosa, 2015), oltre alle citazioni delle cronache certosine e dell'articolo con foto di Sechi, si aggiunge infatti che «dopo l’alienazione della proprietà» l’opera passò «ai conti Panza che la trasferirono a Varese nell’agosto del 1965». Ma da allora, al pari di altri "tesori" del patrimonio storico e artistico serrese, purtroppo non se n’è saputo più nulla.

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