Domenica, 23 Aprile 2023 09:34

Morire a 20 anni da partigiano. La storia di Giulivo Valente

Scritto da Francesco Barreca
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Il 23 giugno 1945 dalla Regia Questura di Catanzaro parte una comunicazione indirizzata alla Regia Tenenza dei Carabinieri di Serra San Bruno. Un serrese, Giulivo Valente, Agente di Pubblica Sicurezza (poliziotto) in servizio a Torino, è deceduto all’ospedale Mauriziano il 29 aprile in seguito alle ferite da arma da fuoco riportate il giorno precedente nel corso dei disordini verificatisi nel capoluogo piemontese tra forze partigiane e occupanti nazifascisti. Valente è stato colpito all’addome da una scarica di mitragliatrice che, stando al referto, gli ha causato la rottura della cistifellea e una profonda lacerazione allo stomaco. A sparare, riferisce la Questura di Torino, sarebbero stati “elementi nazifascisti”. Bisogna informare i genitori, Nicola e Geltrude residenti in via Sette Dolori, e far loro avere le 3905 lire (equivalenti all’incirca a 1300 euro attuali) e vari oggetti personali di Giulivo depositati presso la Divisione Agenti P.S. di Torino. Inoltre, addosso al giovane è stato anche ritrovato un tesserino da partigiano della divisione SAP Augusta.

Sono tempi confusi, l'apparato amministrativo dello Stato ancora funziona a singhiozzo. Il 2 agosto il Comune di Serra richiede a quello di Torino copia del certificato di morte per poter trascrivere l'atto e avviare le pratiche per il riconoscimento della pensione al padre del defunto, ma da Torino fanno sapere che Giulivo Valente non risulta iscritto nei registri di morte della città. Il sindaco di Serra, Salvatore Salerno, insiste: invia copie della comunicazione della Questura di Catanzaro, fa presente che gli effetti personali di Giulivo sono stati già consegnati al genitore, e alla fine, a settembre, il certificato di morte salta fuori. Valente, morto il 29 aprile, viene ufficialmente riconosciuto tale solo il 25 ottobre.

La storia di Giulivo Valente, emersa grazie a documenti recuperati dell’Archivio del Comune di Serra, appare subito diversa rispetto a quella di altri partigiani originari delle Serre come Pino Scrivo o Francesco Vallelonga (storie che il Vizzarro ha già raccontato), non tanto perché Valente è molto giovane, ma piuttosto perché non si tratta di un ufficiale come Scrivo né di un soldato come Vallelonga, non fa parte di un esercito in rotta né deve ingegnarsi per sopravvivere. Valente è un poliziotto in servizio effettivo a Torino, ha la sicurezza di uno stipendio e un luogo dove vivere. L’armistizio è qualcosa che, in teoria, lo tocca marginalmente, solo nella misura in cui egli è chiamato a garantire l’ordine pubblico. Non c’è nulla, nel suo percorso di vita e professionale, che indichi una militanza politica. Nell’aprile del 1943, poco prima di compiere diciannove anni, Giulivo entra in polizia, e quattro mesi dopo, ad agosto, è confermato nelle sue funzioni. Tutto fa pensare che sia un tipo tranquillo, uno di quelli a proposito dei quali si dice “con la testa a posto”: non ci sono su di lui segnalazioni particolari o note disciplinari, i soldi che guadagna li mette da parte, forse progetta di metter su famiglia.

Poi, all’inizio del 1945, Giulivo si unisce alle Squadre di Azione Patriottica (SAP) di Torino, un gruppo partigiano di ispirazione liberale. Cosa lo spinge a farlo? Forse, in quei mesi tragici successivi all’armistizio, egli matura la piena convinzione di quale sia la “parte giusta” e quella “sbagliata”? Oppure si è semplicemente convinto che, alla fine, i nazifascisti perderanno la guerra e dunque meglio schierarsi con i vincitori finché si è ancora in tempo? Giulivo si unisce ai partigiani relativamente tardi, quando il quadro generale del conflitto sembra ormai definitivamente evolvere in favore degli Alleati. Potrebbe perciò esser stata, la sua, una banale scelta opportunistica. E tuttavia, nella prima metà del 1945, la situazione a Torino è tutt’altro che chiara e definita. In città si combatte, ci sono scioperi, rastrellamenti, attentati e fucilazioni: scegliere di schierarsi da una parte o dall’altra non è affatto una cosa banale. Peraltro, Giulivo non è davvero posto nella condizione di dover scegliere: chi alla fine sarà il vinto e chi il vincitore avrebbe effetti limitati sulla sua posizione. Insomma, come la stragrande maggioranza dei suoi colleghi, Giulivo potrebbe semplicemente continuare a fare il suo lavoro.

A domande del genere quasi certamente non c’è risposta. Non abbiamo gli elementi per conoscere quali siano state le motivazioni che spinsero Giulivo Valente a unirsi ai partigiani. Quanto possiamo fare, tuttavia, è cercare di trovare un senso alla sua storia collocandola nella prospettiva più ampia del ruolo dei meridionali nella Resistenza. Da questo punto di vista, la storia di Valente è complessa e ambigua perché complesso e ambiguo fu il coinvolgimento dei meridionali nella guerra partigiana. Cercare di contestualizzare i pochi elementi che possediamo al riguardo è quanto possiamo fare per rendere merito e giustizia sia al giovane Valente sia, più in generale, a quanti sacrificarono sull’altare della libertà, se non la vita, quantomeno la gioventù. La storia di Giulivo non è solo la storia particolare di un ragazzo serrese di vent’anni, ma anche e soprattutto uno dei tanti rivoli che costituiscono la storia collettiva, spesso dimenticata o banalizzata, dei serresi, dei calabresi e dei meridionali che parteciparono alla Resistenza. (1/continua)

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