Domenica, 17 Aprile 2022 08:45

Riti di Pasqua. La pigghiata di Simbario e Brognaturo (e l’invettiva di Mastro Bruno)

Scritto da Tonino Ceravolo
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La "pigghiata" di Tiriolo (1936) La "pigghiata" di Tiriolo (1936)

Una “religiosità inquieta” è la definizione che dà Vito Teti dei riti della Settimana Santa e della Pasqua in Calabria (Terra inquieta. Per un’antropologia dell’erranza meridionale, Rubbettino, 2015). Inquieta come possono esserlo i drammi, le sacre rappresentazioni, le teatralizzazioni della passione e morte di Gesù, nei quali si riflettono, sotto l’egida delle confraternite laicali, le esperienze e le dinamiche interne delle comunità, a volte le interrelazioni tra paesi vicini, persino i conflitti e i rapporti di forza, che vengono trasposti e trasfigurati in un orizzonte mitico-rituale. Cumprunte e affruntate tra l’Addolorata e Cristo risorto sono presenti in molti luoghi, anche con modalità specifiche e varianti, mentre le pigghiate hanno una loro dislocazione geografica ben documentata, tra l’altro, nella provincia di Catanzaro in località come Tiriolo, Pianopoli o Settingiano. I drammi sacri del periodo pasquale lasciano precise tracce non soltanto in recenti osservazioni etnografiche (è il caso del lavoro di ricerca di Vito Teti), ma pure nella documentazione demologica, inevitabilmente attenta agli usi religiosi, come avviene in molte pagine di Giovanni Battista Marzano (1842-1902) con riferimento soprattutto all’area di Laureana di Borrello: “Né devesi passare sotto silenzio la così detta Pigghiata (arresto), che sera di Giovedì Santo si suole eseguire nella Chiesa di alcune borgate del Mandamento, da personaggi in carne ed ossa. È l’intero Dramma della Passione, dall’Orto al Calvario, che si rappresenta, nel quale il finto Cristo deve riceversi calci, pugni, sputi, spintoni, e batoste a bizzeffe dai redivivi Giudei. Ma, ripeto, queste barbare usanze sono per scomparire, ed ora si mantengono solamente presso qualche borgata del Mandamento” (Usi e costumi, Tip. Giuseppe Raho, 1912).

Da “barbara usanza” a patrimonio immateriale

“Barbare usanze”, lo si è appena visto nella lapidaria definizione prima citata, così, in maniera palesemente dispregiativa, un demologo attivo tra Otto e Novecento etichettava una delle tipologie del dramma sacro in Calabria, con un’espressione concettualmente non distantissima da come il 6 aprile del 1980 la progressista “Unità” avrebbe titolato a piena pagina una serie di servizi sulle feste di Pasqua nell’Italia meridionale, nelle quali si sarebbero riscoperte, a dire del titolista, “antiche origini pagane e superstizioni”. Uno sguardo “giudicante” che, evidentemente, tendeva a contrapporre una religiosità vera, autentica, canonica (o, da un’altra prospettiva, una illuministica razionalità) alle eccentricità della “religiosità popolare”, tema, peraltro, anche di una certa attualità se è notizia di questi giorni la dichiarazione resa a LaC Tv dall’arcivescovo di Cosenza-Bisignano secondo il quale la fede non ha bisogno di “balletti tra statue dei santi”. Tra queste “barbare usanze” – diversamente rubricate dalla cultura contemporanea sotto la più adeguata catalogazione dei “patrimoni culturali immateriali” – un posto centrale spetta indubbiamente alla pigghiata di Tiriolo, opportunamente documentata anche nell’ambito del Progetto “Paci” dell’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione e che non era sfuggita, già nel XIX secolo, a un attento osservatore come Apollo Lumini: “A Tiriolo tutto intero il paese diventa teatro e le scene avvengono in diverse località: il palazzo dove i giudici tengono consiglio è realmente un palazzo ed è sulla piazza del paese, più in là, alla casa municipale, ha luogo la cena e così via. Si intende però che le case servono di prospetto scenico, che l’azione, perché sia veduta dal pubblico, si svolge sopra palchi eretti sotto di quelli. L’orto, dove Cristo è preso, è in altra parte, e fuori del paese è il Calvario e nella parte opposta il famoso albero al quale Giuda si appicca con grande consolazione e compunzione del popolino. È inutile dire che tutto è rappresentato al naturale, salvo che le parti di donna sono sostenute da uomini. Tutte queste indicazioni mi furono date in Tiriolo, non senza le solite storielle che si ripetono in tutti i paesi. Mi fu asseverato che una volta Longino ferì davvero e mortalmente Gesù, che Giuda, rottosi il congegno che lo sosteneva, restò impiccato davvero. […] A Tiriolo, come altrove, un ragazzo da angelo discende per una corda dall’alto ed appare a Gesù nell’Orto, e la rappresentazione è preceduta da un prologo, che i diavoli recitano in piazza Garibaldi. E gli stessi diavoli la chiudono sciogliendo Giuda dal fico, e trascinandolo all’inferno” (Studi calabresi, L. Aprea, 1890). Una rappresentazione sacra che era riuscita a oltrepassare, grazie alla trasposizione realizzata nel 1958 da Ugo Gregoretti, i confini regionali, ma che è da segnalare pure per un altro aspetto, che dice come la categoria della “tradizione”, non raramente utilizzata a sproposito da tanti discorrenti, sia spesso così poco tradizionale da mutare, conoscere slittamenti di senso, variare in alcuni decisivi elementi che la rendono altro, una “tradizione” in tutto o in parte inventata, rimodellata su nuove esigenze, adattata a un diverso contesto. A tal punto che la “tradizione” della pigghiata a Tiriolo, rappresentazione sacra pasquale, dramma scenico che si svolgeva ogni cinque anni il Venerdì Santo, dal 1984 venne spostata da Pasqua al mese di agosto a beneficio di emigranti e turisti, facendo di essa, sradicata dal proprio contesto calendariale e religioso e non più memoria di un evento legato a quel contesto, di fatto uno spettacolo.

Se Giuda si impicca per le ascelle: la pigghiata a Brognaturo e Simbario

Non frutto di documentazione demologica o di osservazioni etnografiche, né scaturita da un interesse diretto per questa tipologia di rappresentazione sacra, è la registrazione della presenza della pigghiata a Brognaturo e Simbario, comuni dell’area delle Serre, della quale si ha certezza del suo svolgersi negli anni terminali del XIX secolo grazie a due componimenti poetici di Mastro Bruno Pelaggi (1837 – 1912), il “poeta scalpellino” di Serra San Bruno. Poco interessato Pelaggi, come si è appena detto, a cosa si rappresentava sulla scena, gli elementi del dramma religioso fanno la propria apparizione in non più di due o tre strofe per lasciare in gran parte il posto a una irridente satira parallela dei serresi accorsi in massa nei paesi vicini per assistere alla rappresentazione (“Sunaru la trumbetta / pi tutti ‘sti pajsi; / e tutti li sirrisi / a Bregnaturi”; “Pue, ‘n’atra malanova / dabbasciu a Zzimbariu; / cu non potta non jiu / dilli Sirrisi”) e dei “villani” dei comuni limitrofi (“Quant’aiu mu ‘ndi viju / cu quattru zzappaturi! / Mu fannu a Bregnaturi / la pigghiata”). E tuttavia anche quelle strofe, quantitativamente marginali nello sviluppo dei due componimenti, diventano un elemento centrale del contesto poiché rivelano l’atteggiamento di Pelaggi, che non è critico verso la “tradizione” delle pigghiate, non si pone sulla scia di giudizi che nel medesimo torno di tempo tendevano talvolta a leggerle come “barbare usanze”, ma è polemico (e violentemente, per verba, polemico) verso quelle specifiche pigghiate e verso gli ambienti da cui erano scaturite, ritenuti inadeguati nel misurarsi con quelle sacre rappresentazioni: “Cu ficia ‘sta pinzata / jio vurria mu lu sacciu, / ca vurria mu ‘nci cacciu / ‘na canzuni. / Ciertu ca fu minchiuni, / sinnò non si mintìa; / ca idhu lu sapìa / ca si sbirgogna. / Mu sonau la brogna? / Pi’ chissà su’ adattati: / mu mangianu patati / e curungiedhi. / Pue ‘ntra chidhi viniedhi / si mora di lu fietu; / ch’ai mu ti tiri arrietu / cientu migghia”. Per questo, gli esiti della pigghiata di Brognaturo sono risolti in burla, irrisi, con un empito satirico senza mezze misure (“Dissaru ch’era scritta: / la casa di Pilatu, / pagghiaru sdarrupatu / di li vacchi”), che culmina, nella tragicomica scena madre del dramma sacro, con l’incredibile impiccagione di Giuda dalle ascelle (“Dimanda mu ti dicia / corcunu chi studiau, / si Juda s’affucau / di li mascidhi”). 

Mastranza e giagantari

E a ben vedere non sembra difficile scorgere in queste due strofe due chiavi interpretative di un certo spessore, a partire da quel “pagghiaru sdarrupatu di li vacchi” che evoca, per quanto non esplicitamente richiamata, la contrapposizione tra il contesto urbano di provenienza del poeta (la Serra San Bruno che si fregiava, in un noto blasone popolare, del suo riconoscimento come mastranza di La Serra) e quello dei due paesi vicini i cui abitanti vengono apostrofati come ‘zzapaturi (lo si è già visto), villani, tamarri con i quali è persino inutile parlare, giagantari per via della costruzione dei fantocci dei “giganti” che si faceva a Brognaturo e qui letta da Pelaggi con una connotazione chiaramente negativa. Strutturalmente (e si vorrebbe aggiungere, anche, ideologicamente) legati a questa posizione sono i versi dedicati alla grottesca impiccagione di Giuda introdotta da quel “dimanda mu ti dicia / corcunu chi studiau” che costituisce un preciso rinvio, ovviamente non si sa quanto intenzionalmente voluto, a un altro componimento di Pelaggi - quello conosciuto come Risposta a ‘nu cafuni - in cui ricorre l’esatto calco del primo verso e il medesimo satireggiare nei confronti degli esiti dell’ignoranza (“Dimanda mu ti dicia / si ficia la grammatica / o ‘mparau culla pratica / mu ragghia”). Non solo, ma tra i brognaturesi dileggiati nella poesia sulla pigghiata e il cafone maltrattato nella Risposta è rintracciabile almeno un altro elemento di “solidarietà”, perché pure al cafone, esattamente come a quelli, viene (inevitabilmente, si potrebbe dire) appiccicato l’epiteto di tamarru e si biasima il suo essere figlio di massaru, nipote di piecuraru e “mastru fattu a forza”. In altri termini, una sorta di abusivo di quella mastranza di La Serra che, insieme con il sapere proprio del “corcunu chi studiau”, costituisce il contraltare, nelle strofe di Pelaggi, tanto dei “villani” brognaturesi quanto del cafone serrese. Non può, perciò, destare sorpresa il sarcasmo che investe la “processione” di notabili serresi in marcia verso Brognaturo e Simbario per assistere alle pigghiate: il pittore Federico Bosco, i medici Pisani e Cavallari, l’avvocato Bruno Mammone. Perché il problema, in Pelaggi, è anche questo, come ricordano le due poesie sulle pigghiate: che i “villani” e i “cafoni” indotti stanno (e devono stare) da una parte e i ceti colti dall’altra. Tant’è che, come documentano le strofe della Pigghjata di Bregnaturi, dinanzi a una rappresentazione sacra agli occhi di Pelaggi così sgangherata il “dispiacere” per la presenza viene espresso soltanto nei confronti “dill’aggenti ‘struita”, mentre per i villani, poco in grado di autodeterminarsi, nessuna meraviglia, “la famigghia Tiani / li pirmetta”. E alla fine le due pigghiate diventano per Pelaggi un’occasione per articolare variamente un diverso tema del quale forse bisognerebbe tenere maggior conto, se non altro come contrappunto, anche quando si ragiona sul Mastro Bruno “maggiore” della poesia di protesta.

*Nuvole è una rubrica curata per il Vizzarro da Tonino Ceravolo, storico, antropologo e scrittore

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