Giovedì, 03 Settembre 2020 14:01

Stiamo facendo la fine che meritiamo di fare

Scritto da Salvatore Albanese
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Non è solo una casetta che brucia. Non è una piccola guardiola in legno mezza masticata dal fuoco. È molto di più. È l’emblema di un crollo verticale che da ormai troppo tempo sta affliggendo il tessuto culturale e sociale di Serra San Bruno. Lo sta intossicando fino a farci credere che tornare indietro sarà difficile, se non impossibile. Hanno agito di sera tardi, col “favore delle tenebre” come va di moda dire adesso, per ottenerne poi chissà quale “vantaggio” non si è capito. Un’intimidazione? Una bricconata? Un atto vandalico per ragazzini altrimenti troppo annoiati? Un attacco premeditato, sferrato contro qualcosa o qualcuno? Ancora non è dato saperlo. E forse non lo sarà mai. Ma dietro ai fatti di ieri sera c’è qualcosa di paradossale, irragionevole, assurdo. Per molti versi, grottesco. Un fatto da escludere da qualsiasi forma di misericordia. Un gesto piccolo che mette a nudo il fallimento grande di una comunità che evidentemente non ha saputo educare al bello, al rispetto di se stessa e che soprattutto anche stavolta non sta manifestando alcun tipo di reazione.

Manca quasi mezz’ora alle 11 della sera e gli uomini del distaccamento dei vigili del fuoco di Serra San Bruno hanno già gli idranti puntati sulla piccola struttura in legno posta a lato della sbarra d’ingresso ai parcheggi dell’area del Santuario di Santa Maria del Bosco. Le fiamme la consumano lentamente, i pompieri salvano quello che si può salvare. Danni irrisori e nessun rischio per l’incolumità delle persone. Poco più di un falò e una stretta cortina di fumo che si alza alta tra il buio e la nebbia. Perché? Che senso ha questa cosa? A chi giova? Chi si pensava di poter colpire se non Serra San Bruno tutta?

Nei giorni caldi della campagna elettorale, quando parole come «progresso», «sviluppo», «rinascita», «turismo», «economia» e «lavoro» vengono declinate in ogni salsa possibile, basta un gesto così piccolo per farci capire che se davvero si vorrà muovere questa comunità fuori dal pantano il lavoro da fare è tanto, tantissimo. Non è una drammatica pira infernale che manda in fumo ettari ed ettari di bosco, non è la distruzione di Cartagine, non è andata a fuoco Notre-Dame, non è un gioiello di storia e architettura, tutt’altro. È una casa di due metri per due fatta di legno marcio, alle porte però di un luogo che dovremmo essere capaci di farci invidiare di più. Che tutti diciamo deve essere meglio valorizzato. Per il quale tutti da anni ci spremiamo le meningi a pensare perché non riesca a “sfondare”, ad attirare migliaia e migliaia di visitatori e turisti come succedeva – ci raccontano – una volta. Quasi mai ci viene da pensare invece che quel luogo, quei luoghi, non “sfondano” più perché il problema siamo tutti quelli che lo circondano. Siamo noi. E le fiamme di ieri sera lo dimostrano bene. Ed il fatto che nessuno se ne meravigli, che restiamo tutti qui a guardarle consumarsi in silenzio lo dimostra ancora di più. D’altronde se non abbiamo mostrato alcuna reazione rispetto allo scempio dei tagli indiscriminati subiti, ad esempio, dall’“Archiforo” e da molte altre aree boscate delle Serre che rappresentano il nostro reale patrimonio, quanto può pesare una casetta in legno che va a fuoco?

Oggi avremmo dovuto svegliarci con la rabbia in corpo di pretendere chiarezza. Avremmo dovuto presentarci sul posto in tanti per dimostrare alla mano incendiaria che un danno materialmente banale nasconde in realtà qualcosa di molto grande in termini emotivi e simbolici. Soprattutto per il luogo in cui è stato consumato. La nostra vetrina migliore. È evidente allora che insieme a quella casetta bruciano le nostre illusioni ormai allo stremo di ogni residua speranza. Certo, basteranno poche centinaia di euro per sostituirla con una più nuova e più bella, capace di ingannare presto la nostra fugace indignazione, capace di spazzare via ogni diagnosi sommaria dei fatti, di mandare in archivio ogni sospetto: la bravata di un teppistello da quattro soldi o un’intimidazione in piena regola? Ma resta il fatto che nel corso delle ultime notti i tentativi di dare alle fiamme la guardiola di Santa Maria, ma anche i cestini dell’immondizia e cumuli di legna sistemati a breve distanza, sarebbero stati parecchi. Tutti vani, fino a ieri sera. Così come resta la sostanza, il senso, il valore di un gesto che va ben oltre la sua forma: bruciare qualcosa, una qualsiasi cosa situata nel perimetro dell’area del Santuario di Santa Maria (considerata “sacra” anche per i laici) col solo intento di danneggiarla, di rovinare la cosa pubblica, è un gesto infame, ridicolo e grave allo stesso tempo. È un episodio tribale, è un imbarbarimento della civiltà e della cultura. È una violenza alla città e alla sua urbanistica, all’alone mistico che circonda determinati luoghi, a come eravamo e forse non torneremo più ad essere. Tutti, compresi noi che non abbiamo l’accendino in mano. Perché siamo diventati troppo ignavi, troppo remissivi, troppo complici. E quella casetta che brucia tra il silenzio, il distacco e l’indifferenza di tutti è solo l’ennesima prova del fatto che stiamo facendo la fine che meritiamo di fare.

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