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Redazione: Salvatore Albanese, Alessandro De Padova
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SERRA SAN BRUNO – Quella schiuma marrone e putrida che gli attivisti dei comitati civici hanno fotografato sulle sponde della diga Alaco, secondo i tecnici Sorical era dovuta semplicemente alla pressione dell’acqua. Se l’acqua arrivava gialla e maleodorante nelle case dei serresi e dei vibonesi, poi, la colpa era delle condotte dei comuni. I funzionari, gli ingegneri e gli operatori che rispondevano così ai cittadini che hanno potuto visitare l’impianto di potabilizzazione dell’Alaco, oggi sono sotto indagine in seguito al sequestro dell’invaso e di altri 57 siti da parte della procura di Vibo. La situazione che emerge dalla carte dell’inchiesta del pm Michele Sirgiovanni, condotta da Nas e Cfs, è ben diversa da quella che prospettavano gli uomini di Sorical e di Veolia di fronte alle comprensibili proteste dei cittadini. Intanto sono state riscontrate lacune molto consistenti nei controlli: è chiaro, da una parte, come gli uomini Sorical, pur capendo le difficoltà che presenta l’acqua dell’invaso, evitassero di comunicare i problemi ai comuni Illuminanti risultano le dichiarazioni rese agli inquirenti da Francesco Maria Russo, responsabile del laboratorio chimico dell’Arpacal sin dal 1992. “L’impianto di potabilizzazione posto sul torrente Alaco nacque come impianto di trattamento ‘blando’ […] e solo successivamente fu trasformato in impianto di trattamento ‘spinto’, nel momento in cui sono variate le caratteristiche delle acque trattate e, nel frattempo, è subentrata nella gestione la Sorical. […] Sino all’incirca la fine degli anni ’90 le acque dell’Alaca erano classificate come idonee per la vita dei salmonidi, ciò a conferma dell’estrema purezza dell’acqua. Tuttora, invece, le acque sono marroni e con presenza di ammoniaca, ferro e manganese e sono rese tali, probabilmente, dalla vegetazione sommersa nel bacino in testa al fiume che lentamente è in putrefazione”. Quello dei vegetali in decomposizione è un problema segnalato più volte dai Comitati civici, come quello della mancata bonifica, che lo stesso funzionario dell’Arpacal rileva: in un sopralluogo del dicembre 2004 Russo ebbe modo di notare “la presenza di specie arbustive (ginestre) sommerse e, pertanto, tanto da far supporre che la pulizia del suolo, prima dell’allagamento della superficie prevista per il bacino, era stata fatta in maniera incompleta, probabilmente limitandosi solo agli alti fusti”.
Un altro problema grave è quello dello smaltimento dei fanghi. Quando a fine marzo 2011 il Coordinamento delle Serre per il diritto all’acqua visitò l’impianto, alcuni attivisti si accorsero che su una lavagna era stata lasciata un’indicazione scritta a mano: “Smaltire più fanghi possibile; dalle ore 18 in poi aprire al massimo la valvola a farfalla”. Qualcosa di analogo è successo agli operatori di Pg durante le indagini: per far ispezionare il sedimentatore, che si trova in una zona boschiva del territorio di Brognaturo, l’ing. Ricciuto chiama i tecnici Domenico e Pietro Lagadari, che accompagnano gli inquirenti, ma, con la loro auto, ad un certo punto accelerano e non si fanno vedere più, “seminando” le vetture che li seguivano, dopodiché dopo 20 minuti torna indietro solo uno dei due, mentre l’altro era stato già portato al sedimentatore. Una condotta singolare, che però non ha impedito alla Pg di constatare la presenza di “sostanziose formazioni di materiale schiumoso di colore marrone”.
Altro capitolo paradossale dell’indagine è quello relativo alle condizioni dell’area dell’invaso, la cosiddetta “area di salvaguardia”, e alla presenza costante di animali all’interno, anche questa segnalata più volte dai comitati civici. Innanzitutto vale la pena chiarire che l’invaso si trova in territorio di Brognaturo, mentre l’impianto di potabilizzazione in quello di San Sostene (Cz). L’intera area è delimitata da una rete metallica che per la Procura “non risulta essere in grado di svolgere efficacemente un ruolo di barriera fisica”. Proprio mentre gli inquirenti si recavano all’Alaco per le ispezioni, notavano che sulle sponde dell’invaso erano presenti “tre mandrie di bovini che sostavano incustodite nei pressi della riva”. All’interno dell’area c’erano altri animali al pascolo, cavalli e mucche, addirittura c’era “una sorta di allevamento bovino recintato in legno all’interno della recinzione in metallo”, ed “era diffusa la presenza di escrementi di animali”. Sulla diga, e chi c’è stato può confermarlo, “si percepiva un cattivo odore diffuso che diventava molto più forte sul pontile della diga, in corrispondenza del punto da cui fuoriescono le acque di scarico della diga stessa”. Queste acque, che provengono dal fondo dell’invaso e vengono immesse all’interno di un canale di scolo per poi confluire nel fiume Alaco, che sfocia nello jonio all’altezza di Sant’Andrea, “si presentavano abbastanza torbide e, in alcuni punti, vi erano delle chiazze rossastre”.
Se qualcuno ancora si chiede il perché di questo scempio ambientale e di questo danno alla salute dei cittadini, la risposta può trovarla sempre negli atti della Procura: “Il bene oggetto di contrattazione tra Sorical ed i Comuni è l’acqua potabile. E’ verosimile che il motivo più probabile che ha spinto Sorical a non effettuare le dovute comunicazioni di non conformità dell’acqua possa collegarsi ad un conseguente mancato introito dai Comuni convenzionati, alcuni di questi già in contenzioso con la società proprio per mancati pagamenti. E’ evidente che comunicare la non conformità dell’acqua al qualsivoglia Comune servito avrebbe comportato la giustificazione legittima del mancato pagamento delle forniture”.
(foto: vecchio depliant promozionale di una struttura ricettiva situata nei pressi della diga)
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