Domenica, 24 Luglio 2016 10:27

“Il saltozoppo" di Criaco e la decostruzione del mito mafioso. Un altro futuro è possibile

Scritto da Bruno Greco
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Gioacchino Criaco durante la presentazione de "Il saltozoppo" nella piazzetta del Brigante Gioacchino Criaco durante la presentazione de "Il saltozoppo" nella piazzetta del Brigante

Dopo la «trilogia cupa» cominciata con il romanzo di esordio “Anime Nere” e conclusa con “Zefira” e “American Taste”, nelle maglie noir della letteratura calabrese di Gioacchino Criaco sembra disvelarsi un mondo del possibile, custodito dalle donne nella loro innata capacità di offrire amore. Quella capacità che solo loro posseggono e che ne diviene dal grembo materno.

“Il saltozoppo” riaccende nuovamente i riflettori sull’Aspromonte con una storia che sembra rompere lo schema proppiano del racconto, caratterizzata da un’eterna sfida dove la “rottura dell’equilibrio” è una costante. “Il saltozoppo” è un semplice gioco con cui i ragazzini, correndo su una sola gamba, si sfidano per passare il tempo in allegria. È questo uno dei giochi d’infanzia di Julien Dominici e i gemelli Agnese e Alberto Therrime. Una sfida che dal contesto ludico, loro malgrado, si sposta facilmente su quello sociale, dato l’odio atavico covato dai Dominici e i Therrime (gli uni abitanti di Ascruthia e gli altri di Coraci) che da sempre si contendono il predominio sulle terre della valle dell’Allaro.

«Vivo a Milano – ha raccontato Criaco ieri sera nella piazzetta del Brigante a Serra San Bruno – ma quando devo scrivere sento il bisogno di tornare in montagna, nella mia montagna, dove vedo i racconti come appesi che attendono di essere scritti». Per lo scrittore aspromontano, legato alla tradizione orale, bisogna riappropriarsi della propria storia attraverso i racconti, quelli che hanno caratterizzato e caratterizzano la nostra vita. «Nessuno può avere la pretesa di essere detentore della verità. Ma è un dovere raccontare perché attraverso i racconti della tradizione orale si sviluppa il nostro grande romanzo che è la storia calabrese».

Perché Gioacchino, originario di Africo, le cose le ha vissute dal didentro e quando parla di ‘ndrangheta o malavita in genere non crea miti, ma, viceversa, mira a far aprire gli occhi su un problema contando di fornire la giusta lettura critica.

Ne “Il saltozoppo” a sedare i malumori tra famiglie rivali ci prova prima il fiume Allaro, che dà vita ad una alluvione quasi personificandosi e inghiottendo le terre oggetto del contendere. Sedimentata la sfida con la natura ritorna quella tra gli uomini, sempre assetati di vendetta. Un altro mondo è possibile e prova a nascere dall’amore tra Julien Dominici e Agnese Therrime, ma soprattutto dalla determinazione di quest’ultima decisa a far girare le cose in un’altra direzione. Un amore avversato dalle famiglie, che mostra tratti shakespeareani, pronto a rappresentare una speranza per il futuro.

Nonostante il contesto sia quello calabrese “Il saltozoppo” assume una dimensione universale, sottolineata anche dall’incontro tra Julien e Tin, che con il loro racconto costruiscono il parallelismo tra la malavita italiana e quella cinese. Due contesti così lontani eppure tanto simili, che hanno origini mitiche affini quando si va a fondo nella leggenda di Osso, Mastrosso e Carcagnosso e delle Triadi del “Regno di mezzo”.

Criaco disegna i propri caratteri in una sorta di “realismo magico”. Nel romanzo gli stessi si raccontano esternando la loro dimensione psicologica e mitizzante. Personaggi che odiano la ‘ndrangheta anche se si comportano da ‘ndranghetisti: «Sono ammaliatori velenosi, Giuliano – diceva le volte che, noi due soli, cavalcavamo verso il paese antico – occultano l’arte della tragedia, di cui sono figli e padri, dietro una cortina di parole suadenti. Si ammantano di principi sacri e si ergono a difensori del popolo. E invece consegnano gli ultimi ai coltelli di quelli che si ritengono i primi. […] La ‘ndrangheta è come la natura infetta di una donna bellissima; gli amanti inesperti si infilano dentro, arsi dal desiderio, e invece dell’appagamento dei sensi trovano l’annientamento dell’anima». 

Per Criaco la medicina è la «decostruzione del mito» creato intorno alla ‘ndrangheta. «Si credono i difensori del popolo sostituendosi allo Stato ed entrando a far parte dello stesso». E quando dal pubblico arriva tagliente la voce di chi, come Orlando Calvetta, non si stancherà mai di argomentare che «la colpa è del capitalismo e del sistema dei mezzi di produzione», Criaco appare quasi commosso: «Ci fanno credere che l’ideologia è morta mentre non è così. Restando fermi sulle nostre posizioni si possono cambiare le cose». E Criaco ricorda fatti passati e presenti citando l’anarchico Rocco Palamara e il comunista Mimmo Lucano che quel sistema lo hanno rifiutato. Del resto lo stesso Criaco in “Zefira” e “America Taste” ha già pienamente bacchettato la borghesia calabrese e i sistemi finanziari internazionali che creano humus per la nascita di sempre nuovi ambienti criminali.

«La Calabria è una terra strana, sospesa tra passato e presente. La sua lingua non contiene il futuro dei verbi, il domani è affidato al destino». Il destino ne “Il saltozoppo” è donna e si chiama Agnese. Qui il crimine passa in secondo piano ed esce fuori una chiave del romanzo che disvela i sentimenti e cattura completamente il lettore. Il futuro della Calabria e del mondo è nelle mani delle donne, a loro sono affidati verità e cambiamento.

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