Domenica, 08 Aprile 2012 10:45

Sharo e la via crucis di Gesuino

Scritto da Redazione
Letto 3274 volte

Si consuma proprio nella bocca maledetta di una capra il sacrilegio che potrebbe causare la dannazione dell’anima del povero Gesuino. Detta così sembrerà improbabile, invece quanti hanno letto o leggeranno “Sole Nero a Malifà” – il primo romanzo di Sharo Gambino ristampato da Rubbettino – avranno ben presente come quell’inenarrabile “mal’azione”, quell’empietà cui il piccolo pastore malifioto timoratissimo di Dio è stato costretto, sia all’origine di un crescendo di follia mistica che alla fine porterà il protagonista a cercare la definitiva purificazione nella sua personale, grottesca, tragica via crucis. Già il suo nome, Gesuino, è una chiara metafora del destino cui vanno incontro il piccolo pastore e la sua gente, sopravvivendo tra miseria, arretratezza e superstizione in un villaggio arroccato sulle montagne dell’altopiano delle Serre, nella valle del fiume Allaro.

Gesuino eredita dalla madre il fervore religioso intriso di credenze popolari che lo porta, fin da bambino, ad inseguire spasmodicamente la redenzione e a tenere lontana dal suo cuore, ancora puro, la malvagità della “Bruttabestia”. Ben presto, però, costretto dal padre intrattabile e violento, compie alcune “mal’azioni” che culmineranno nell’episodio grottesco della capra, cui Gesuino è obbligato a dare la comunione, a mezzanotte nel bosco, per propiziare, come in un improbabile rito satanico, la ricerca di un tesoro che ovviamente risulterà vana. Da quel momento Gesuino sprofonda in un abisso di paura e angoscia che lo indurrà a cercare in ogni modo di espiare il terribile peccato, portando alle estreme conseguenze la sua imitazione di Cristo. La madre, con la sua religiosità ossessiva e deviata, tra fanatismo e malocchio, alimenterà i suoi affanni fino all’inverosimile, e a mitigare il suo dolore sarà solo, con brevi e fugaci incontri, la dolce Tera, l’unica che riuscirà ad alleggerirgli l’anima.

Accanto alla parabola umana di Gesuino, però, lo scrittore calabrese, serrese d’adozione, scomparso nel 2008, racconta anche il destino dei malifioti. Anche se i nomi dei luoghi al centro della vicenda sono di fantasia, sia le descrizioni che alcune assonanze rimandano chiaramente ad un territorio ben preciso, che è quello di Nardodipace e delle sue frazioni sperdute, strette tra le Serre e le cime dell’Aspromonte, ai confini tra il reggino e il vibonese. Il romanzo, pubblicato per la prima volta nel 1965, è da collocare, come sostiene Tonino Ceravolo nell’introduzione, a conclusione della parabola neorealista di cui negli anni precedenti erano stati protagonisti grandi scrittori calabresi come Fortunato Seminara e Corrado Alvaro. E se nel motivo ispiratore, per ammissione dello stesso Gambino, “Sole nero a Malifà” è chiaramente assimilabile a “Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi, l’essenza del romanzo, la narrazione impietosa dei personaggi e della condizione sociale in cui vivono, è in tutto e per tutto figlia di Alvaro e dei racconti di “Gente in Aspromonte”. Gambino confeziona così – con prosa molto meno intrisa di lirismo rispetto allo scrittore di San Luca – un piccolo capolavoro che, pur risultando a tratti cupo e spietato, si sviluppa su un intreccio molto suggestivo e di una semplicità inarrivabile. La struttura del romanzo appare praticamente perfetta, e inoltre, nella scrittura, asciutta ma sempre intrigante, Gambino non tradisce alcun “compiacimento sadico” – lo rileva Antonio Cavallaro nella nota al testo – nei confronti della realtà di cui narra. Usa invece metafore disarmanti per descrivere una condizione di arretratezza e di abbandono che lui stesso toccò con mano proprio a Cassari, negli anni successivi all’alluvione, dove giunse nel 1958 come inviato dell’Unione nazionale per la lotta all’analfabetismo per insegnare ai contadini del luogo a leggere e scrivere (foto). Un’esperienza, questa, che lo aveva segnato profondamente, e che gli aveva ispirato, oltre che Sole Nero, anche dei bellissimi versi, rari nella sua produzione letteraria. Aveva insegnato a leggere e scrivere, tra gli altri, anche al “poeta di Nardodipace”: da allora lo chiamano così per il suo eloquio, e a lui, fonte d’ispirazione per il personaggio di Gesuino, lo scrittore serrese dedicò il suo primo romanzo.

Nelle frazioni montane (Cassari, Ragonà, Santo Todaro, Vecchio Abitato), molto distanti tra loro e dal capoluogo (fino a 36 km), si viveva in quegli anni una situazione drammatica: mancavano i servizi essenziali, non c’era il medico né il telefono, l’acqua corrente arrivò nella case agli inizi degli anni ’80, e in alcuni casi mancava pure il cimitero – i morti venivano avvolti nelle lenzuola e trasportati su scale a pioli. Quella realtà “disperata” – c’erano state due alluvioni (’51 e ’53), e un’altra si sarebbe verificata nel ’73 – spinse Gambino ad inviare dei rapporti allarmati all’Unla e a vergare delle corrispondenze giornalistiche (una sua lettera fu pubblicata sul quotidiano Il Tempo) che avrebbero acceso i riflettori sulla condizione di Nardodipace, tanto da far arrivare da Roma dei camion di aiuti umanitari, carichi di vitamine e generi alimentari di prima necessità.

La terra era al contempo unica fonte di sostentamento e crudele portatrice di morte: in Sole Nero lo stato di fragilità permanente del territorio è ben rappresentato dalla costante minaccia che per Gesuino rappresentano le tantissime frane che si trova costretto ad attraversare. La scarsa terra coltivabile stava tutta in dei piccoli lembi di terra “strappati all’aspra montagna”, che formavano dei gradini che per non franare erano trattenuti da dei muretti di pietre, cementate solo dall’erba, detti “armiciedhi”, autentico simbolo della miseria e dell’instabilità cui erano condannate le popolazioni che, afflitte da calamità di ogni genere, abitavano la vallata dell’Allaro.

La storia di Gesuino, quindi, è per Gambino uno splendido pretesto per dare voce a chi ha sempre vissuto ai margini, per consegnare alla Storia ciò che sarebbe altrimenti destinato all’oblio, per raccontare alla sua maniera, con forte coscienza sociale e politica, una parabola universale che arriva dalla periferia della periferia. Quasi a confermare, se mai ce ne fosse bisogno, ciò che sosteneva Italo Calvino: “Il neorealismo non fu una scuola, ma un insieme di voci, in gran parte periferiche, una molteplice scoperta delle diverse Italie, specialmente delle Italie fino allora più sconosciute dalla letteratura”. 

(le foto pubblicate sono state scattate da Franco Gambino tra gli anni '60 e i '70 nelle frazioni di Nardodipace; i disegni sono di Sharo Gambino, realizzati durante la permanenza dello scrittore a Cassari, dal 1958 ai primi anni '60)

 


  

Articoli correlati (da tag)

  • Fabrizia, 500mila euro per la viabilità. Suppa replica al Coordinamento civico Fabrizia, 500mila euro per la viabilità. Suppa replica al Coordinamento civico

    Si accende la polemica a Fabrizia, rispetto ad alcuni interventi programmati a beneficio della rete viaria del comprensorio montano delle Serre. 

  • Ghost, un nuovo arresto per espiazione pena Ghost, un nuovo arresto per espiazione pena

    112Nella mattinata odierna, i carabinieri della stazione di Soriano, diretti dal maresciallo Barbaro Sciacca, e guidati dal capitano della Compagnia di Serra San Bruno, Stefano Esposito Vangone, hanno dato esecuzione ad un ordine di carcerazione per espiazione di pena detentiva, nei confronti di Francesco Ida’, 35enne, pregiudicato, nato a Gerocarne. L’uomo, arrestato per scontare una pena di 4 anni e 5 mesi di reclusione, è stato condannato per il reato di associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti.

    Il provvedimento di arresto, emesso dalla procura generale di Catanzaro, è stato posto in essere in merito a quanto emerse a conclusione dell’operazione “Ghost” effettuata dalla Polizia di Stato all’inizio del 2009, con la quale è stata fatto luce su un giro di droga che avrebbe interessato nello specifico il territorio compreso tra i comuni di Pizzo, Soriano, Sorianello e Gerocarne.

    Ida’è stato accompagnato presso la casa circondariale di Vibo Valentia, dove venerdì scorso erano già stati condotti altri tre condannati - Giuseppe Capomolla, residente a Soriano; Pietro Nardo di Sorianello e Bruno Sabatino, residente invece a Gerocarne – interessati dalla stessa operazione antidroga.

  • Vibo, rapina ad un distributore: fermato Giuseppe Lo Bianco Vibo, rapina ad un distributore: fermato Giuseppe Lo Bianco

    mini Carabinieri-sorianelloVIBO VALENTIA - Sarebbe uno degli autori di una rapina ai danni di un distributore di carburanti che avrebbe fruttato nel complesso 15mila euro. Con questa accusa, i carabinieri hanno fermato nella giornata di ieri Giuseppe Lo Bianco, classe '72, pluripregiudicato appartenente all'ominimo clan operante nella città capoluogo. Il fatto risale intorno alle 18 di ieri, quando due persone con il volto coperto e armate di pistola, hanno fatto irruzione in un distributore situato nella centralissima viale Affaccio, intimando il titolare facendosi consegnare la somma in contanti che ammontava a 15mila euro. Subito dopo i malviventi si sarebbero dati alla fuga a bordo di un'autovettura, guidata da un altro complice. Scattato l'allarme, i carabinieri nel giro di pochi minuti sono riusciti a rintracciare la macchina in località Ottocanalli. Alla guida c'era lo stesso Lo Bianco che è stato immediatamente bloccato. Dalla perquisizione eseguita all'interno dell'autovettura, inoltre, i militari hanno rinvenuto un passamontagna nascosto sotto i sedili che sarebbe lo stesso utilizzato dai malviventi per compiere la rapina. Il 42enne, posto in stato di fermo e tradotto in carcere, è già noto alle forze in quanto rimasto coinvolto nell'operazione “Cash”, scattata nel luglio del 2011. Nei suoi confronti, infine, viene contestata anche un'altra rapina, messa a segno ad ottobre in un supermercato di Vibo.


     

  • Ghost, arrestate tre persone: devono scontare una pena definitiva Ghost, arrestate tre persone: devono scontare una pena definitiva

    mini carabieniri_notteI carabinieri della Stazione di Soriano Calabro, diretti dal maresciallo Barbaro Sciacca, e guidati dal capitano della Compagnia di Serra San Bruno, Stefano Esposito Vangone, hanno dato esecuzione, nella serata di ieri, all'ordine di carcerazione per l'espiazione di una pena detentiva, emessa dalla Procura generale di Catanzaro, nei confronti di tre soggetti: si tratta di Giuseppe Capomolla, 34enne residente a Soriano, già noto alle forze dell'ordine, e Pietro Nardo, di 45 anni, residente a Sorianello ma domiciliato a Gerocarne, entrambi responsabili del reato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Capomolla è stato condannato a 4 anni e 10 mesi di reclusione, mentre di 4 anni e 5 mesi è la pena inflitta a Nardo. L'altro arrestato è, invece, Bruno Sabatino, residente a Gerocarne, anche lui pregiudicato, che dovrà espiare una pena di 4 anni e 6 mesi di reclusione, in quanto responsabile dei reati di porto abusivo di armi e detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. Le condanne si riferiscono alle indagini scaturite dall'operazione Ghost, conclusa nel 2009 dalla Polizia di Stato, con la quale è stata fatto luce su un giro di droga che avrebbe interessato nello specifico il territorio compreso tra i comuni di Pizzo, Soriano, Sorianello e Gerocarne. Capomolla e Nardo sono stati tradotti presso il carcere di Vibo, mentre Sabatino è stato sottoposto alla misura degli arresti domiciliari. 

     

  • Fabrizia, arrestato latitante in Svizzera Fabrizia, arrestato latitante in Svizzera

    mini polizia_cantonaleLa Polizia cantonale ha arrestato nei giorni scorsi in Svizzera Antonio Montagnese, 35 anni di Fabrizia, ritenuto al vertice dell'omonimo clan Montagnese-Nesci, e già condannato in Cassazione ad una pena di 9 anni di reclusione con l'accusa di associazione mafiosa. Il 35enne era rimasto coinvolto nell'operazione “Domino”, scattata nel 2007. Montagnese è il genero di Bruno Nesci, anche lui al vertice della consorteria mafiosa. Subito dopo la sentenza della Cassazione, arrivata nel maggio di quest'anno che ha certificato l'esistenza di un locale di 'ndrangheta a Fabrizia, Montagnese si era dato latitante in Svizzera, ma la Polizia Cantonale dopo mesi di ricerche è riuscita a rintracciarlo. 

     

Il Vizzarro.it - quotidiano online
Direttore responsabile: Sergio Pelaia.
Redazione: Salvatore Albanese, Alessandro De Padova, Bruno Greco.

Reg. n. 4/2012 Tribunale VV

redazione@ilvizzarro.it

Seguici sui social

Associazione "Il Vizzarro”

via chiesa addolorata, n° 8

89822 - Serra San Bruno

© 2017 Il Vizzarro. All Rights Reserved.Design & Development Bruno Greco (Harry)