Mercoledì, 08 Maggio 2013 13:42

Al paradiso e ritorno. Giro d’Italia, che cosa rimane?

Scritto da Salvatore Albanese
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mini menchov caduta romaIl Giro è una giostra felice imbottita di sudore e passione. Una guerra di strategia contro l’asfalto ed il tempo. E’ un circo. Una città nomade fatta di giornalisti, biciclette e starlet che accarezzano in lungo ed in largo il Bel Paese. E noi lì - tutti in rosa - ad aspettarlo col cuore oltre le transenne e gli occhi incollati su un traguardo che poi, alla fine, ci racconterà che è stato il giorno di Enrico Battaglin. Ventitreenne di Marostica che dopo 6 ore ed un quarto di falsopiani e tornanti, con una volata veloce 50 chilometri orari, sbanca Serra San Bruno: la quarta città di tappa del 96° Giro d’Italia.

E così per mezza giornata - mentre il serpentone bramante della maglia rosa si snodava tra litoranee, castelli, dirupi e faggeti -  Serra San Bruno, coi balconi e le strade gremite, viveva intrepida il suo martedì di gloria.
Una folla oceanica, quando le gocce si fanno diluvio, attendeva i propri beniamini al traguardo. E poco importa se la maggior parte di noi non sarebbe neanche stata capace di menzionare il nome di almeno tre ciclisti, l’importante è che l’evento sia stato onorato a dovere. Perché il Giro d’Italia è pur sempre il Giro d’Italia.
Ma adesso che cosa rimane? Rimane la strana sensazione di chi il giorno prima, sul traguardo di una tappa allestita in una terra senza lavoro, ha potuto gustare le novità degli sponsor multinazionali: l’EstaThe deteinato al limone e i biscotti “Balocco”, ma si è svegliato stamattina con la lingua impastata dal piacere di preferire il latte fresco delle mucche di li “Cameli” e la pitta china della suocera. Si è svegliato con la penna gadget della “Banca Mediolanum”sul comodino ed in tasca la colpa di avere pochi soldi da portare in banca, indipendentemente dal fatto che "è costruita intorno a te".
Rimane l’orgoglio di abitare in un paese che almeno per un giorno ammaina le vele e con le aiuole e l’asfalto fresco si mostra pulito come un cantone della Svizzera. Un paese che scopre il suo volto reale fatto del piacere di sapere ospitare. Un paese che - come per magia - non si cela più dietro quello
striscione che assai inopportunamente ci ricorda che non siamo una comunità di mafiosi.
I baci si sprecano, gli applausi di più. E allora tutto risulta magico, quasi irreale. Anche se la realtà è già una parodia di se stessa e le verità si svelano con un sorriso leggero quanto “la significativa iniziativa di promozione del sistema economico locale” che probabilmente ci salverà dalla crisi economica: il concorso “Vetrine in Rosa”. Senza nulla togliere al valore ludico dell’idea, ritenere che talune competizioni e relativi attestati di benemerenza possano incentivare il sistema economico locale non può che far sorridere amaramente. E’ solo l’emblema rivelatore di una classe dirigente focalizzata sul breve periodo e poco avvezza ai progetti che guardino lontano.
Incapace di dare realmente linfa vitale ad una collettività che annaspa ormai sulle fugaci occasioni: la notte bianca, la venuta del Papa, l’invasione degli alieni,  il passaggio - rapido e malinconico - del Giro d’Italia.

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