Giovedì, 02 Maggio 2013 15:33

L'oro di Serra

Scritto da Luca Romeo
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mini mbutirruL'oro di Serra è n'atra cosa. L'oro di Serra - o di la Serra, come dicono i suoi abitanti - non è una valigetta piena di soldi, non è una borsa di diamanti, non è uno scrigno di preziosi. L'oro di Serra non è oro, l'oro di Serra è n'atra cosa. Non si trova dentro forzieri introvabili, ma è altrettanto raro. Se lo trovi, lo puoi avere per pochi euro, ma prima devi essere capace di trovarlo. Non è petrolio, non è nulla che faccia gola a magnati, industriali e business-men, l'oro di la Serra è proprio n'atra cosa. E se abiti lì, se vivi a Serra da una vita, probabilmente non ti rendi neanche conto di che tesoro ti trovi in casa.

Alla Serra, ci vengo una o due volte all'anno, di solito mi fermo per un paio di settimane, giusto il tempo per assaporare boschi e aria di montagna e poi tornare nella mia piatta e inquinata città del nord. Resto a Serra giusto il tempo per non voler più tornare indietro, insomma.

E ogni volta che arrivo in paese, il mio pensiero corre all'oro di Serra. Ne voglio, lo voglio assaggiare, lo voglio. Per averlo, so che devo aspettare il giovedì mattina e cercarlo al mercato: è questa la mia tradizione.
Quando ero piccolo, ricordo che mia nonna Maria me ne portava sempre a casa almeno un pezzo il primo giovedì che mi trovavo in Calabria e il giovedì successivo ne prendeva un altro e poi altri ancora, da trasportare nella mia Cremona e da assaporare lì, tra nebbia e campi di granturco. Perché al nord, l'oro di Serra, non si trova. Non sanno neanche che cosa sia.
"'Ndi pigghiai atri mu vi li portati a Cremona, ca sacciu ca Luca nèscia pacciu".
Così diceva la nonna ed era la verità: uscivo pazzo per quel ben di Dio, quel cibo che potevo trovare solo a Serra. Un cibo che ai tempi non era oro, lo si poteva ottenere ovunque: tutti quelli che al mercato vendevano provole, formaggi e latticini vari, ne avevano qualche pezzo in vendita. Era facile trovarlo. A me, per quanto piccolo fossi, un pezzo non durava più di qualche giorno: un po' sul pane, un po' schìttu (a Cremona diciamo 'sordo') e in meno di una settimana il mio formaggio speciale scompariva.

Poi succede che la nonna comincia a stare male, succede che la vecchiaia avanza, succede che la sua voce e le sue parole restano un ricordo che mi accompagna quotidianamente nei pensieri, ma che posso sentire solo io. Da quando la nonna non c'è più, sono cambiate tante cose dei miei ritorni alla Serra. Le mie abitudini sono diverse, le mie giornate all'amberza di com'erano.
Ora passo più tempo a Brognaturo, da zii e cugini e quando vengo a Serra faccio delle lunghe camminate che mi ricordino i tempi in cui ero più bambino e più distratto, quando questo paese della montagna calabra era l'ora d'aria che mi permetteva di evadere dalla routine che mi aveva incarcerato a mille chilometri più a nord, nella mia città natale tanto diversa.
Cammino per rispecchiarmi nei vicoli dove giocavo all'ammucciatedha, nei posti dove ascoltavo vecchie storie su una befana cattiva che si faceva chiamare Juòvina e rubava i soldi ai bambini e dove imparavo dai detti antichi che sempre la nonna mi insegnava.
E proprio quest'anno, passeggiando per il mercato, ho avuto un'illuminazione. Ho ripensato a quello strano formaggio che mangiavo sempre da piccolo, quello per cui niscìa pacciu. Così mi sono messo alla sua caccia, cercandolo da tutti quelli che vendono latticini.

"Volarìa nu 'mbutirru" comincio dal primo, già sicuro di trovarne in gran quantità.
"'Mbutirri no 'nd'aju" risponde lui con una faccia tra l'amareggiato e il nostalgico, come se gli avessi ricordato un prodotto che non vende ormai da tempo immemore.
Provo con la seconda, con più cautela: "'Nd'aviti 'mbutirru?"
"Lu pùozzu avìri pi la prossima simàna", ribatte lei, con lo stesso sentimento dell'altro venditore negli occhi.
Vado sul terzo e qui la questione si fa più pesante.
"A' principale, l'avìti lu 'mbutirru?" quello mi guarda come se lo stessi prendendo in giro.
"Lu sapìti ch'è lu 'mbutirru?" incalzo.
"Non lu sintìa mai - mi dice lui in leggero imbarazzo - ch'è?"
Provo a spiegarglielo nel modo più semplice che posso: "Esta 'na speci di prùovula cu llu burru dintra. Lu vidìstivu quarchi vòta?"
"Non lu vitti mai", mi fa lui con un'amarezza empatica, tanto che quasi mi spiace averlo messo così in imbarazzo. Probabilmente non era di Serra.
E via così per gli altri venditori di latticini: nessuno ha lu 'mbutirru.

Possibile che un prodotto tipico, uno di quelli per cui da piccolo niscìa pacciu e che nel mio immaginario rappresenta uno dei simboli di Serra sia diventato introvabile?
Provo nei negozi, fuori dal mercato, ma anche lì mi dicono che sarebbe necessario prenotarlo, ché in casa non ne hanno. Possibile che a Serra, più nessuno mangi 'mbutirru? Davvero è diventato un tesoro introvabile? Così pare, a un lombardo dal sangue calabrese che scende alla Serra una o due volte all'anno.
Così, per me, mezzosangue puro, la caccia allu 'mbutirru è diventata una vera e propria caccia al tesoro. Questo per me è l'oro di la Serra. Oro perché non deve valere chissà quanti soldi per essere prezioso. Oro perché per me lu 'mbutirru ha più valore di una valigetta piena di banconote o di un pozzo di petrolio. Oro perché lu 'mbutirru è un prodotto tipico legato a questa terra. Perché per me lu 'mbutirru è Serra, come se a un essere umano togliessero un braccio o un polmone. Perché lu 'mbutirru è un vincolo che lega dolcemente i miei ricordi di bambino alla stessa terra sulla quale cammino oggi. Perché mi riporta ai giorni dell'ammucciatedha e della spensieratezza, quando da piccolo giocavo a Terravecchia con quei bambini che parlavano con un accento tanto diverso dal mio. Lu 'mbutirru è oro perché mi riporta in un attimo la nonna Maria, che soleva comprarmelo ogni giovedì al mercato.
Questo è l'oro di Serra per me. Così difficile da trovare e da avere.
Non è soldi, non è gioielli, non è petrolio. Non è nulla che faccia gola a magnati, imprenditori e business-men. L'oro di Serra fa gola alla gente comune, quella che siede a tavola e mangia prodotti locali senza pensieri per la testa. Altro che forzieri pieni di monete d'oro. L'oro di Serra sono le sue radici, le sue particolarità che non andrebbero perdute.
L'oro di Serra è n'atra cosa.

Luca Romeo

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