Martedì, 03 Aprile 2012 18:21

Fernando 'Settimisi': la solitudine di un Mastro

Scritto da Sergio Gambino
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mini fernando_settimisi_1Anche questo ricordo di un personaggio di Serra, che probabilmente ai molti sarà sconosciuto, Fernando Barillari (“settimisi”), vuole essere il prosieguo intellettuale di un percorso che si sviluppa nel ricordo di ciò che era la Maestranza serrese. E, naturalmente, la voce di mio Padre ritorna nei miei pensieri. Questa grande eredità di racconti che mi ha lasciato. Le case del centro storico di Serra, come ancora si può ben notare, hanno quasi sempre la stessa disposizione dei locali. Nella parte bassa la bottega, con le tipiche porte a bandiera, e nella parte superiore le abitazioni. Appunto sotto l’abitazione di mio Nonno Antonio, dunque quella di Sharo dodicenne, vi era la bottega  di un artigiano serrese, un grande maestro ebanista, che a bottega teneva, come tutti, dei ragazzi.

La punizione corporale degli allievi esuberanti o indisciplinati, era uso comune nelle botteghe, ma questo era particolarmente severo. Spesso li faceva inginocchiare sul grano, o su tozzetti appuntiti di legno, che i malcapitati tornavano a casa spesso zoppicanti, ma stavolta aveva esagerato. Il Nonno sentiva il lamento straziante di un ragazzino, e visto il protrarsi della tortura, scese sotto, seguito a rotta di collo da mio Padre. La scena che apparve ai loro occhi rimase talmente impressa a quel ragazzino che ancora lo raccontava con la voce rotta. Questo discepolo era stato legato come un Cristo in croce e cosparso di miele, in una sorta di tortura che gli indiani d’America riservavano ai visi pallidi, come vendetta per aver a loro volta subito il genocidio di una razza. In piena estate i tafani e le mosche stavano quindi propinando al ragazzo decine di morsi dolorosissimi. Subito Antonio liberò il ragazzo e chiamò il maresciallo dei carabinieri denunciando il severo mentore.

Bene, il ragazzo della storia che vi ho “costretto” a leggere, divenne poi il Padre di Fernando, ed io sempre, ogni volta che mi si avvicinava a scambiare due chiacchiere o per una sigaretta, pensavo a quest’episodio come se fosse successo a lui. Insomma, mi faceva tristezza. Ho avuto però modo di ascoltare, nei racconti serresi, il prosieguo di questa triste storia di una famiglia, che forse è destinata alla sofferenza, e spesso al più tremendo destino dato dall’indifferenza, quello dell’oblio. Fernando era un bravo mastro muratore, uno come pochi, poi una storia d’amore gli ha spezzato il cuore. Si racconta che la sua bella sia andata via e lui, come nei migliori romanzi d’amore, l’amò ancora alla follia, affogando poi il suo malessere nel vino. E poi il vortice dell’alcolismo. Solo, povero, ma sempre educato e soprattutto dignitoso, chè Fernando la sua dignità di mastro non l’aveva mai perduta, e quando parlava del fare, delle cose, sapeva quello che diceva, perché la sua grande bravura affiorava dai suoi discorsi. La sua grande fede in Dio, di quel Dio che secondo chi scrive lo aveva abbandonato, secondo lui, che alla sua fede ci teneva, no, era in Dio.

Ora Fernando è morto di stenti. La grande nevicata del febbraio duemiladodici porta via Fernando settimisi. Due suoi amici, non vedendolo più in giro, durante l’emergenza neve, vanno a casa, e lo trovano al freddo, solo e con una gamba in ipotermia. Si diceva: forse perde la gamba, ma è fuori pericolo. A Serra non è mai tornato. Perché siamo tutti troppo veloci, perché sappiamo tutti trovare i link su feisbuc, della rivoluzione, della collaborazione, dell’amicizia, ma poi Fernando muore da solo al freddo. Perché chiedere un’assistenza sociale giusta e corretta…e non ci sono soldi, ma poi c’è gente che compra barche da cento milioni di euro. E Fernando è una vittima di una società “giusta”, che si preoccupa della venuta del Papa ma si dimentica dell’ultimo dei suoi fratelli. Si dovrebbe pensare di più ai rapporti di una micro comunità come Serra, che tra qualche  anno sarà alla fame, dove se non cominceremo a collaborare tra di noi, inventandoci un altro mondo, vedremo morire i nostri figli di fame. Come è morto Fernando. Da solo. Se è vero che ognuno di noi ha il suo Paradiso, ti starai bevendo una moretti con San Pietro, magari aspettando ancora il tuo amore perduto. Ciao Nando.

(si ringrazia Pino Pisani per le foto)

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