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Venerdì, 11 Maggio 2012 21:10

Mastro Peppe 'Stivala' e l'arte del 'mannisi'

Scritto da Sergio Gambino
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mini stivalaNon riesco, per quanto possa sforzarmi, a pensare di vivere in un luogo che sia più distante di un quarto d’ora di cammino dal bosco. Come ogni buon serrese, sono innamorato della montagna, del faggio e dell’abete bianco. L’abete il grande saggio, scrive Corona ne “Le voci del bosco”, il faggio l’operaio. Mi piace l’odore del muschio e l’odore dei funghi, mi piace il suo silenzio assordante fatto di tanti piccoli suoni che assieme, poi, formano uno sfondo musicale che è talmente armonizzato con l’orecchio e lo spirito umano che è quasi silenzio, rumori impercettibili. Quando ero piccolo a casa, il suono della Olivetti di mio Padre era talmente continuo che oramai non lo sentivo più….din! A capo…trrrrrr...

Il bosco a Serra, prima di quel carrozzone inutile che è il Parco Regionale delle Serre, era molto più vissuto. Era molto più vissuto il territorio, i corsi d’acqua che giravano i mulini, le serre ad acqua, irrigavano, lavavano il bucato, facevano giocare i bambini quando facevamo “lu gurnali”. Da buoni castori si creava la diga e si faceva una sorta di piscina, per la gioia dei ragazzi e la disperazione delle madri. Quando il bosco era vivo anche di uomini, l’urlo spietato della motosega era il battere dei tasti di prima. Il taglio. Dapprima  regolato dal buon senso, poi dal denaro e dal sangue delle faide per il predominio sul territorio. La motosega dicevamo, che sostituisce le grosse seghe a mano.

I boscaioli, un’altra classe di artigiani, che a Serra erano dei veri artistu. Li “faccietti”. Di cui il modello serrese, creato forse da Mastru Rafieli di ‘Ncinni, ancora è prodotto da alcune coltellerie di livello nazionale. E naturalmente, anche la definizione generica di boscaioli aveva le sue specialità. Chi abbatte gli alberi, chi li squadra, chi li trasporta, mulattieri e massari. Ci vuole arte per abbattere un albero e farlo cadere dove si vuole, senza danneggiare il tronco, senza rompere i rami utili. Le donne si accaparravano i rami ancora prima che l’albero cadesse per fare la scorta di legna. L’uso civico.

Chi squadra, deve essere poi un maestro. Giuseppe nasce nei boschi della Sila. La madre lo partorisce, senza tracciato preventivo, nel bosco. Questo, forse, segna il destino di colui che poi diventerà Mastro Peppe “Stivaledha”. Mastru Mannisi, per la precisione. “Lu mannisi” è colui che dal tronco, con l’ausilio di attrezzi manuali, crea le travi. Mastru Peppi, padre del mio amico d’infanzia Vincenzo, a casa non c’era mai, il lavoro lo teneva fuori per settimane intere, e noi bambini, quando nel “deposito” di famiglia vedevamo le grandi accette, affilatissime, utilizzate dal Mastro, le guardavamo con stupore. Come diavolo farà a sollevarle pensavamo, e poi come farà a lavorarci per dieci ore. L’acre odore dell’olio e della nafta emanato dalle motoseghe di riserva, o sostituite da qualche modello migliore, misto all’odore della legna da ardere, mi evoca quei ricordi di bambini che immaginavano di diventare grandi anche loro ed avere la forza di maneggiare quegli attrezzi, sinonimo di forza.

Poi tornava a casa il Sabato, con il suo fedele pastore tedesco Jo, che lo ascoltava e gli obbediva come se fosse stato umano.  Sempre a maniche corte, anche sotto la neve. Ed io, praticamente sempre attaccato a Vincenzo, lo consideravo l’uomo più forte del mondo. Il freddo e le intemperie nulla potevano contro quell’uomo.

Il massimo, poi, era quando in qualche occasione mi portavano con loro in montagna, quando Mastro Peppe cucinava. E nonostante abbia smesso di squadrare travi, cucina tuttora molto bene. Posso dire che oltre ad essere uno degli ultimi conoscitori rimasti dell’arte dello squadrare, Mastro Peppe, è colui che meglio potrebbe curare il bosco dalla malattia dell’abbandono. Perché chi vive del bosco, lo rispetta e lo tutela.

Un lavoratore, un grande lavoratore, un uomo buono. Un uomo onesto che con la sua arte ha cresciuto i suoi figli nel migliore dei modi, un giovane nei modi e nel pensiero, ancora è un piacere stargli accanto, mite e scherzoso come pochi. E quell’uomo che da piccolo io vedevo come un gigante di forza - anche se come lui stesso dice, nelle botti piccole c’è il vino buono - ora lo addito come gigante di correttezza e di bontà, di maestria e di sapere.

Il buon serrese che dovremmo imitare, uno di quegli uomini di cui sto parlando nei miei scritti, da prendere come esempio. Gente che ama la sua terra, e la lavora, la rispetta, perché chi rispetta un albero rispetta la vita, chi rispetta la vita rispetta il suo prossimo. Potrebbe essere un mondo migliore, fatto di valori e di solidarietà, fatto di lavoro, di famiglia e di natura. Come in un bosco, in un ecosistema che qualcuno ha chiamato socialismo. Dove tanti esseri possano convivere. Io penso che ci sia una classe di uomini, che andrebbero dichiarati “cittadini illustri” al pari di letterati o artisti. Perché  quasi mai l’informazione fa cultura e spesso  i media si occupano dei soliti volti noti, lasciando ancora una volta ai margini persone di grande spessore, detentori di una cultura orale che niente ha da invidiare a quella “canonica”. Mastru Peppi Stivala è un serrese illustre, pensare che la nostra amministrazione possa riconoscergli questo merito cercando di utilizzare o di salvare il suo patrimonio culturale è utopia. Vi consiglio di passare a trovarlo, magari da Mella, il locale del figlio, perché dopo aver assaggiato il suo pesce stocco, e bevuto il suo vino, e ascoltato le sue storie, alzando appagati gli occhi al cielo, potrete ammirare anche le sue travi  squadrate di castagno. 

(foto Bruno Tripodi)

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