mini Angela NapoliRiceviamo e pubblichiamo:

La scandalosa notizia della riduzione della scorta all’On.le Angela Napoli suona come oltraggio e viene appresa con sgomento e profonda delusione da tutti i cittadini che sino ad oggi hanno combattuto in Calabria, e non solo, il malaffare e la criminalità organizzata: se questo è lo stato Italiano allora chiediamo pubblicamente scusa alla ‘ndrangheta. Siete voi i più forti, non mettete in atto ritorsioni e tutti prenderemo atto che lo Stato non esiste.

La decisione, infatti, viene interpretata come aperta manifestazione della volontà statale di non combattere la mafia: lo Stato che non si oppone all’Antistato ma che si fa esso stesso Antistato. Non c’è poi tanto da stupirsi considerato che la mafia non è più in primo piano nel dibattito politico: TUTTI hanno evitato di utilizzare i termini mafia, ‘ndrangheta, camorra, criminalità organizzata, corruzione, collusione, massoneria deviata e E NESSUNO ha osato inserire nei rispettivi programmi il termine LOTTA.

La decisione, inoltre, assume nella sostanza gli effetti propri dell’antica censura, figlia di ben noti storici regimi che la nostra Costituzione ha inteso lasciare fuori dal nostro ordinamento, rappresentando un univoco ed esplicito invito all’omertà ed al silenzio: chiunque dovesse denunciare fatti e/o circostanze riguardanti soggetti appartenenti a cosche mafiose o consorterie criminali ovvero riferirà circa collusioni e malaffare risponderà con l’isolamento e la perdita delle garanzie previste per la tutela e la sicurezza dei cittadini.

La gravità del messaggio, inoltre, esprime tutta la sua forza dirompente e distruttiva allorquando le stesse Istituzioni che hanno testé assunto il provvedimento – ammantandolo sotto una parvenza effimera di legalità -, tra qualche giorno si premureranno a celebrare e commemorare chi, parimenti isolato, infangato, delegittimato in vita, ha immolato la propria vita in nome di una dichiarata e provata responsabilità della propria azione.

Quindi, con il presente comunicato condanniamo fermamente l’inaccettabile decisione assunta dall’Organo Esecutivo di Sicurezza di Reggio Calabria e chiediamo la revoca di tale scellerato provvedimento che mette in serio pericolo la vita di chi ha subito e subisce continuamente minacce dalla criminalità sostenuta dalla mala politica che vige in Calabria.

Se si dovessero malauguratamente avverare irreparabili gesti da parte di taluni irresponsabili riteniamo correi coloro che hanno adottato il provvedimento in questione.

L’Onorevole Angela Napoli DEVE essere tutelata perché ha, fino ad oggi, denunciato grossi pezzi della ‘ndrangheta nonché gli atti illegali della società ma soprattutto delle amministrazioni.

Toglierle la “Scorta” equivale a tutelare la Mafia dello Stato, dove il termine MAFIA indica non l’usuale titolo di qualche classe sociale, ma di tutti coloro che hanno intrapreso l’impegno politico solo per interessi propri. NON E’ ACCETTABILE la mancata tutela di chi, denunciando fatti illeciti, mette a rischio la propria vita soprattutto quando le Istituzioni sono a conoscenza, come nel caso specifico, delle minacce di morte provenienti dal boss MANCUSO emerse a seguito delle operazioni condotte dalla DDA di Catanzaro, PURGATORIO, dell’avvertimento inviato dal collaboratore di giustizia D’URZO secondo cui i boss della Piana stavano organizzando un piano per “ TOGLIERLA DI MEZZO” ovvero delle minacce subite da parte dei COMMISSO. Fatti questi di cui sono state informate tutte le Autorità competenti.

Via i vagabondi e gli sfruttatori, via chi agisce solo in nome di un privato ed egoistico interesse, via chi continua a buttare fumo negli occhi e tace sulle vere responsabilità di questo dissesto mondiale, poiché la ‘ndrangheta e la mafia non sono solo un problema italiano.

Via coloro che pensano di utilizzare la cosa pubblica solo per neutralizzare qualche nemico ovvero per metter in atto ritorsioni politiche e/o vendette personali.

Pertanto chiediamo che il Presidente BOLDRINI e il Presidente GRASSO si adoperino IMMEDIATAMENTE per annullare questo pericoloso provvedimento emesso dall’Organo Esecutivo di Sicurezza di Reggio Calabria e di ristabilire i dispositivi di sicurezza e tutela per assicurare l’incolumità dell’Onorevole Angela Napoli, valorosa Parlamentare che, come pochissimi altri, ha dato lustro al Parlamento e a tutta l’Italia.

L’ONOREVOLE ANGELA NAPOLI DEVE ESSERE PROTETTA E TUTELATA, COSTI QUEL CHE COSTI !!!

Siamo stanchi delle farse e delle ipocrisie. Siamo stanchi di celebrare i morti. È ora di sostenere, accompagnare e proteggere i VIVI, coloro cioè che hanno fatto della loro vita uno strumento utile di impegno per la costruzione di una società migliore.

ANGELA NAPOLI è una di queste.

RISVEGLIO IDEALE

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mini ingvUna scossa di terremoto di magnitudo 3.4 è stata avvertita nella serata di ieri, intorno alle 22 e 40, in Calabria. L' Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia ha registrato il tutto nel distretto sismico della costa calabra occidentale. La scossa, in particolare, è stata avvertita nelle province di Catanzaro, Cosenza e Vibo Valentia. I comuni che hanno avvertito maggiormente il moviemtno tellurico sono stati Amantea, Belmonte Calabro, Fiumefreddo Bruzio, Longobardi e San Pietro in Amantea, tutti in provincia di Cosenza. Al momento, però, non si segnalano danni a persone o cose. Altre due scosse, di intensità minore, si sono verificate questa notte con epicentro sempre nella costa calabra occidentale.

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mini filippo_ceravoloSORIANO CALABRO - È uno dei tanti giovani morti ammazzati. Un figlio strappato dall’affetto dei suoi cari. Filippo Ceravolo era un giovane innocente. Il destino, però, ha voluto che quella sera si trovasse nel posto sbagliato, con la persona sbagliata. Perchè l’obiettivo dei sicari non era Filippo, bensì il 27enne Domenico Tassone. Non si può morire a 19 anni. Soprattutto quando ancora hai una vita davanti. Una vita che, però, si interrompe tutta d’un tratto. Quando meno te l’aspetti. È una mattanza di innocenti quella che, negli ultimi anni, sta interessando il Vibonese. Vittime innocenti come Filippo Ceravolo. O, ancora, come Pasquale Andreacchi. Vittime della barbarie umana, che non conosce ostacoli e non si ferma di fronte a niente ed a nessuno. La Calabria, però, continua a pianger i propri figli. In molti casi poco più che maggiorenni. Soriano, però, non ha mai dimenticato Filippo. Non l’ha fatto il giorno delle esequie. E neppure la settimana dopo, quando il Movimento spontaneo sorianese scese in piazza in una silenziosa fiaccolata.
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mini piattaforma_ecologicaVIBO VALENTIA - Non è nemmeno passato un mese dall’ultima emergenza, che subito ne inizia un’altra della stessa natura. Rifiuti. Tanti, forse troppi. Disseminati in ogni angolo delle città, nauseabondi e pericolosi per l’igiene e la salute pubblica. Una storia talmente atrofizzata che la parola “emergenza” non è nemmeno poi troppo adeguata al caso. Perché questa storia è ormai normalità, specie in provincia di Vibo Valentia, costretta a sentire oltretutto il peso ingombrante dell’ospite scomodo, dovendo per forza di cose conferire oltre i propri confini. E i 50 Comuni del comprensorio vibonese, lamentosi e perennemente in cerca di soluzioni calate dall’alto, stanno ancora a guardare. Guardare e aspettare che qualcuno o qualcosa si muova per ripristinare l’ordinario, senza conseguentemente tentare di correre ai ripari potenziando magari quel servizio virtuoso della differenziata che solo alcuni enti praticano e in maniera per giunta neanche ottimale. Tra l’altro pare non siano bastate nemmeno le dichiarazioni dell’assessore regionale all’Ambiente, Francesco Pugliano, che appena qualche giorno fa ha ammesso la particolare difficoltà di far conferire i rifiuti calabresi nelle discariche autoctone, per spingere i sindaci a dire finalmente “basta” al sistema vecchio e obsoleto, oltre che controproducente, della spazzatura indifferenziata. Così, Gregorio Greco proprietario di una delle due uniche piattaforme ecologiche della provincia, la Gf Ambiente sita in loc. Aeroporto, lancia la sua personale iniziativa: "offrire a tutti i Comuni la gestione gratuita di tutte i rifiuti differenziati". Che in tempo di emergenza suona come una preziosa idea da sposare immediatamente. “L’iniziativa – ha spiegato durante la conferenza stampa di ieri mattina proprio il titolare della piattaforma Greco - che per ora ha una durata sperimentale di 6 mesi ha il duplice scopo di promuovere sia l’attività della GF Ambiente, che di dare un concreto contributo alle amministrazioni locali in questo particolare momento storico, per la corretta gestione del ciclo dei rifiuti, universalmente riconosciuta nella “raccolta differenziata spinta” e unica modalità possibile per portare a soluzione il drammatico problema dei rifiuti”. In realtà, ormai dovrebbe essere noto a tutti il modus operandi del ciclo dei rifiuti indifferenziato che finiscono il loro percorso in delle grosse buche scavate dovunque sia possibile per, prima o poi, saturarsi e creare, fintanto non si individuino nuovi terreni da scavare, l’emergenza. La Calabria, in questo particolare settore, vanta dei primati negativi insieme alla Campania e, non a caso, anche il governatore Giuseppe Scopelliti ha dovuto pagare dazio con sei mesi di reclusione confermati in appello per “omissione in atti di ufficio” in merito alla mancata bonifica della discarica di Longhi-Bovetto nel periodo in cui era Sindaco di Reggio Calabria. Però, c’è da dire che la stessa Calabria ha anche delle eccellenze di cui andare fieri e da cui prendere esempio, come il comune cosentino di Saracena tra i primi in Italia per la percentuale di differenziata raggiunta. Ovviamente, tra gli ultimi del bel Paese rimane Vibo Valentia, che con il suo misero 9,8 per cento (dati Istat aggiornati al 10 luglio 2012) rischia davvero di sommergere, con l’estate alle porte, sotto tonnellate di rifiuti. Ma questa iniziativa può far cambiare il pessimo trend fin qui percorso, sempre che i primi cittadini abbiano giuste orecchie per sentire.

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mini libro_f._chiricoI codici della ’ndrangheta ignorano differenziazioni di genere, e non certo perché rispettosi delle pari opportunità: la presenza delle donne, semplicemente, non è contemplata e il loro silenzio mansueto – nonostante l’imprevedibilità della natura femminina «cantata» da tanta tradizione popolare – è presupposto dentro e fuori la famiglia-cosca. È un dato culturale, consegnato da un mondo contadino di poche parole che alle donne affidava la casa e precludeva la polis. Tuttavia qualche codice non rinuncia a richiamare il concetto, fornendo veri e propri consigli di bon ton: «La donna di un affiliato non manifesta mai curiosità sulle discussioni o attività del suo uomo ma tacitamente si adegua al proprio ruolo» La ’ndrangheta, però, prevede anche il riconoscimento di benefit, come l’assegnazione del titolo di «sorella d’omertà», l’unico che il mondo maschile e maschilista della criminalità organizzata calabrese conceda in via ufficiale alle esponenti dell’altro sesso. Il messaggio è chiaro: la caratteristica più importante di una donna di ’ndrangheta, non importa quanto sia scaltra, spietata o a quali importanti compiti dirigenziali sia stata cooptata, resta il silenzio. Nel dettaglio: non proferire parola quando le scelgono il marito, stare zitta durante gli interrogatori di Carabinieri e Polizia, restare muta di fronte alle decisioni di morte degli «omini».

Infrangendo il silenzio assegnato dalla tradizione e preteso dalle cosche, combattendo paura e pudore, raccogliendo, non in misura uguale, disprezzo e solidarietà, in Calabria ci sono donne che hanno parlato. Madri, figlie, sorelle che negli ultimi trent’anni hanno socializzato il dolore, per socializzare l’ingiustizia, rimanendo spesso sole o isolate e pagando, in troppe, un prezzo altissimo. Vittime di ’ndrangheta che, senza vittimistica rassegnazione, hanno trasformato la ricerca privata di giustizia in una battaglia collettiva di civiltà, «il pathos della tragedia in ethos della democrazia»

Le prime infrazioni arrivano negli anni Ottanta. Marianna Rombolà, a cui hanno ammazzato il marito a pochi metri dal portone di casa, nel 1988 decide di confidare nella giustizia dei tribunali: alcuni concittadini di Gioia Tauro le spediranno lettere di solidarietà, ma senza firma; hanno un nome e un cognome, invece, i tantissimi che le levano il saluto. E poi ci sono due «forestiere» – una ragazza innamorata e una madre disperata– che la Calabria la incrociano per loro sventura, donne cresciute stando zitte solo quando non avevano niente da dire. Il 22 febbraio 1981 Rossella Casini comunica al padre che sta per partire da Palmi e tornare a casa, a Firenze. Non ci arriverà mai.

La giovane fiorentina è stata uccisa e fatta a pezzi per avere spinto alla collaborazione il fidanzato calabrese, coinvolto in una sanguinosa faida. Per la ’ndrangheta Rossella era un’infame. Quando nel 1989 la «nordica» Angela Casella si rivolge alle donne di Ciminà, chiedendo aiuto e solidarietà per il figlio Cesare,sequestrato da Pavia, trova chi le ribatte un po’ stizzita: «Che ti dobbiamo fare, noi?». Di tragedie, nel paese aspromontano con oltre quaranta morti di faida, le donne ne avevano sopportate per vent’anni, tenendo la bocca chiusa e stando al loro posto: sotto il velo del lutto, pensando alla vendetta, se facevano parte delle famiglie coinvolte, o dietro le imposte, in attesa della prossima vittima, se ne erano estranee. In entrambi i casi, in silenzio. Qualcosa comincia a scricchiolare. La cappa si incrina, impercettibilmente, e dalla fessura rifluiscono parole. Nasce nel 1989 il comitato Donne contro la mafia e, quattro anni dopo la «missione» di Angela Casella, sarà la figlia di un sequestrato calabrese, Deborah Cartisano, ad animare il comitato Pro Bovalino Libera, promuovendo una catena del digiuno e trascinando in Calabria il capo della Polizia e la Commissione parlamentare antimafia. In quegli stessi giorni davanti al Tribunale di Reggio Calabria staziona un’altra donna che ha deciso di portare in piazza la sua battaglia contro il clan Mammoliti: si chiama Teresa Cordopatri, ha visto il fratello ammazzato sotto i suoi occhi, ed è calabrese.

Storie che diventano segnali. Come quella, dirompente, degli undici commercianti di Cittanova che nel 1991 hanno denunciato, presentandosi insieme in commissariato, le richieste di mazzetta dei Facchineri. Saranno due ragazze poco più che ventenni – Maria Concetta Chiaro e Maria Teresa Morano – a dare voce e volto alla loro ribellione. La strada è aperta, insomma. Ma resterà non abbastanza battuta. Le voci faticano a diventare coro. Quando non sono le minacce, le querele o, peggio, la morte, arrivano l’alone di scandalo, le accuse di esibizionismo e il fastidio mal dissimulato ad accogliere chi ha deciso di parlare chiaro, magari come la maestra Liliana Esposito Carbone, con la foto del figlio ammazzato perennemente al collo. Perché, in Calabria, la donna che parla lancia una doppia sfida: punta l’indice contro i «nemici» ma anche verso un mondo che tace. Diventa, insomma, un atto d’accusa ambulante che disturba sul piano criminale e imbarazza su quello sociale. E allora ecco scattare i vecchi e consolidati meccanismi di difesa e delegittimazione: Teresa Cordopatri è «buttana» per gli uomini dei Mammoliti, e «pazza» per i loro avvocati. Rossella Casini «era brava ma tornava tardi la sera». Liliana Carbone l’ha resa pazza il dolore. La tendenza vale, naturalmente, anche per le donne di ’ndrangheta che hanno scantonato: Concetta Managò era «imbottita di psicofarmaci», Lea Garofalo era «fuori controllo», Concetta Cacciola era «depressa psichica», Rosa Ferraro è «pazza perché parla troppo» e a Giuseppina Pesce «serve lo psichiatra». Proprio quello della fragilità emotiva femminile, sbandierata come «prova contro», come inconveniente di genere che priverebbe di valore scelte e parole, è un tema che vedremo ritornare costantemente: depresse, instabili, pazze – come la Cassandra dolente e furiosa di Christa Wolf – lo saranno considerate un po’ tutte, le ribelli che parlano.

«Oggi le donne calabresi piangono ancora chiuse in casa», dice Marianna Rombolà. Negli ultimi anni, invece, da certe case le donne hanno scelto di uscire, facendosi nemiche di «famiglia». Collaboratrici di giustizia come Giuseppina Pesce, cresciuta all’interno della cosca più potente di Rosarno, e Rosa Ferraro. Testimoni come Lea Garofalo, il cui esempio di coraggio risplende oggi nella figlia Denise, o come Maria Concetta Cacciola e Tita Buccafusca che, ritornate sui propri passi, hanno preferito l’acido a una vita tra quattro mura «onorate». Una scelta di rottura, la loro, che ha infranto muri considerati impenetrabili e potrebbe addirittura abbatterli, se diventasse contagiosa. La condizione è che la loro voce non risuoni solo nelle aule dei tribunali e che ad ascoltarla non ci siano solo i magistrati.

Io parlo raccoglie e ricostruisce alcune di queste storie, intrecciate con gli ultimi trent’anni di storia criminale calabrese e con il cammino di una terra perennemente in cerca di voce e parole.

(dall'Introduzione dell'Autrice)

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mini libro_mirkoSERRA SAN BRUNO – Si terrà questa sera alle 18 a Palazzo Chimirri la presentazione del libro del giornalista Mirko Tassone “Dieci misteri certosini” ed. Falco. Aprirà la serata il presidente dell’associazione culturale Civitas Bruniana Bruno Tozzo, a seguire gli interventi del sindaco di Serra San Bruno Bruno Rosi, di Michele Falco della edizioni Falco. Relazioneranno intorno al libro il saggista Ulderico Nistico e l’autore di “Dieci misteri certosini” Mirko Tassone. Durante la manifestazione è prevista una personale di pittura dell’artista Celestina Fortuna. Interverranno anche la poetessa Bruna Filippone e la pittrice Antonella Di Renzo. Previsti anche intervalli musicali a cura del pianista Vittorio Vono e della cantante Valentina Viola. L’ultimo libro di Mirko Tassone ripercorre le tappe degli episodi più misteriosi e avvincenti legati alla Certosa di Serra San Bruno. L’antico monastero, fondato, da Bruno di Colonia alla fine dell'XI secolo, su un territorio donato dal conte Ruggero il Normanno, sorge nel cuore della Calabria, in provincia di Vibo Valentia. La sua fondazione ha avuto notevoli implicazioni politiche, poiché rappresentò un importante caposaldo per condurre a compimento l’opera di rilatinizzazione della Calabria centro meridionale, all’epoca influenzata dalla presenza greco-bizantina. Il volume si apre con una cronologia dei fatti salienti legati alla Certosa e ripercorre le tante vicende ricostruendone la genesi storica. Mirko Tassone, nato a Milano nel 1974, vive Tra Serra San Bruno e Roma. Collabora con diverse testate giornalistiche ed è corrispondente de Il Quotidiano della Calabria. Nel 2008 ha pubblicato il saggio Neofascismo e R.S.I. Il mito della Repubblica Sociale Italiana nella memorialistica e nella pubblicistica (Edizioni Settimo Sigillo), Nel 2011 si è classificato al secondo posto del concorso letterario  “Avventurosi sogni fantastici” (Roma) con un racconto  dal titolo Trent’anni dopo. 

(articolo publicato su Il Quotidiano della Calabria)

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mini bruno_zaffinoLa Quinta sezione penale della Corte di Cassazione ha annullato la decisione con la quale il Tribunale del Riesame di Reggio Calabria, il 6 dicembre 2012, aveva confermato l’ordinanza di custodia cautelare in carcere per l' ex assessore comunale, Bruno Zaffino (foto), emessa il 31 ottobre 2013 dal Giudice per le indagini preliminari della città dello Stretto nell’ambito dell’operazione ‘Saggezza’. Tutto da rifare, insomma, considerato che i giudici della Suprema Corte hanno accolto il ricorso presentato dal legale dell’ex assessore della città della Certosa, l’avvocato Giovanni Vecchio. Oltre a profili di legittimità ci sarebbero anche alcuni vizi di motivazione legati alla decisione del Tdl. Zaffino fu arrestato nel novembre dello scorso anno, in quanto coinvolto nell’operazione ‘Saggezza’, condotta dalla Dda di Reggio Calabria. Nei suoi confronti pesava l’accusa di violenza privata aggravata dal metodo mafioso. L’ ex assessore della giunta guidata dal sindaco Bruno Rosi avrebbe minacciato un rappresentante di un'azienda di Bari operante nella commercializzazione del legname, costringendolo con metodo mafioso a rinunciare alla vendita di 12mila pali di castagno per favorire invece l’azienda di Marcello Cirillo, 54enne di Fabrizia ritenuto dagli inquirenti vicino al boss ucciso Damiano Vallelunga. Il Tribunale del Riesame, poi, a dicembre ha rigettato il ricorso presentato dal suo legale di fiducia, Giovanni Vecchio, opponendosi quindi alla scarcerazione del consigliere comunale eletto con il Pdl. A febbraio,  il Gip distrettuale di Reggio Calabria, Adriana Trapani, ha accolto l’istanza presentata dall' avvocato di Zaffino, rimettendo in libertà l’ex assessore. A questo punto, considerata la decisione della Cassazione, Zaffino dovrà presentarsi nuovamente davanti al Tribunale del Riesame che, a sua volta dovrà pronunciarsi tenendo conto dei paletti dei giudici della Suprema Corte. Il processo si svolgerà comunque e proseguirà l'iter previsto dalla legge. Zaffino rimane indagato con l'accusa di violenza privata aggravata dal metodo mafioso. 

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mini scopelliti Il presidente della Regione Calabria Giuseppe Scopelliti ha ufficializzato nel tardo pomeriggio di oggi i nomi dei nuovi assessori regionali subentrati ad Antonio Caridi (Pdl, eletto al Senato), Piero Aiello (Pdl, eletto al Senato) e Francescantonio Stillitani (dimessosi dalla giunta e dal suo partito, l'Udc). Come annunciato in una conferenza stampa dallo stesso Scopelliti, entrano a far parte della sua squadra di governo Demetrio Arena, ex sindaco del Comune di Reggio Calabria sciolto per contiguità con la 'ndrangheta (Attività produttive); Alfonso Dattolo, capogruppo dell'Udc in consiglio regionale (Urbanistica, Società dell'informazione e Innovazione tecnologica); Nazzareno Salerno, consigliere regionale pidiellino già presidente della Commissione Sanità (Lavoro, formazione professionale, famiglia e politiche sociali). Infine, al posto del repubblicano Franco Torchia entra nell'esecutivo, come sottosegretario alla Presidenza, l'ex parlamentare del Pdl Giovanni Dima, con delega alla Protezione civile.

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Martedì, 16 Aprile 2013 13:23

Il lago di gomma

mini alaco_schiumaLo hanno battezzato il lago di gomma. Un bacino artificiale nelle montagne delle Serre, a quasi mille metri d’altezza, nel cuore verde della Calabria centro-meridionale. Non è una montagna come un’altra, quella che ospita l’invaso dell’Alaco. Probabilmente ha nascosto tra i suoi abeti molti briganti sfuggiti ai Savoia e, più recentemente, anche qualche latitante di ‘ndrangheta. Una montagna in cui sono stati investiti tanti soldi, che ha dovuto cedere i suoi spazi incontaminati ad un parco eolico e ad una megapiscina abbandonata, che ha visto anche l’orrore delle nuove faide che hanno insanguinato tre province. Negli anni 70, qui, sono cominciati i lavori per costruire una diga diventata ben presto leggenda: decine di sospensioni e altrettante varianti, lavori bloccati per vincoli ambientali poi spariti, 160 miliardi di lire di fondi pubblici spesi a fronte dei 15 previsti nel progetto iniziale. Un’opera maestosa su cui si sono addensati gli interessi della malapolitica, di imprenditori e multinazionali senza scrupoli, e della ‘ndrangheta

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mini Ospedale-Jazzolino-Vibo_13Riceviamo e pubblichiamo: 

Negli ultimi giorni si sono levate, provenienti da più parti, forti e vibrate proteste rispetto alla trasmissione sulla sanità calabrese, ma non solo, andata in onda qualche settimana fa su Rai 3 per il  programma “Presa Diretta”. Una sollevazione indignata è venuta da chi difende a spada tratta le risultanze del Piano di Rientro, dalla deputazione regionale di centro destra, nonché da diversi direttori generali e supporters vari. Tra le altre mi ha fortemente colpito la critica mossa al programma dal consiglio direttivo dell’Ordine dei Medici della Provincia di Vibo e in particolare del suo Presidente Dr. Antonino Maglia, verso cui, lo dico a priori, ho profonda stima e al quale mi lega una sincera amicizia. Concordo sul fatto che il servizio sia stato volutamente strutturato per far esaltare la “malasanità” calabrese mediante l’intervista di persone che hanno subito la perdita di figli amatissimi,  giovani vite che per imperizia, errore, carenze o qualsivoglia altro problema, non sono più su questa terra e non possono regalare un sorriso ai loro cari. Era giusto sentire sulle problematiche socio sanitarie attuali, per quello che interessa la nostra Azienda, anche i livelli istituzionali e, possibilmente, i medici. D'altronde però, giustamente, gli stessi consiglieri, nel corso del dibattito, hanno evidenziato come le criticità esistenti siano alla continua attenzione dell’Ordine, riconoscendo che “il grave rischio clinico è rappresentato appunto dalle precarie condizioni strutturali degli ospedali, dal deficit strumentale e tecnologico e anche da una disarticolata organizzazione e dalla precarietà della risorse umane”.

Partendo da questa presa di coscienza, è chiaro che non si può fare, sicuramente, di tutte le professionalità sanitarie, soprattutto mediche, di tutta l’erba un fascio; hanno ragione i consiglieri dell’Ordine dei Medici e fanno bene a difendere strenuamente la loro categoria. Ma questo non vuol dire che bisogna fare come gli struzzi e tenere la testa sotto la sabbia quando il problema non è tanto l’appartenenza ad una data categoria, che secondo me non si deve sentire costantemente sotto processo, ma è il sistema. La trasmissione sulla sanità mandata in onda da “presa Diretta” non ha indignato solo per quello che ha fatto vedere sulla Calabria, in fin dei conti sono cose che, bene o male, conosciamo (certo, alcuni medici dell’Ospedale di Polistena (RC) non hanno fatto una gran bella figura facendosi riprendere mentre seduti in cerchio leggevano il giornale o fumavano spargendo cenere e cicche di sigarette sui pavimenti, potevano evitare di dare un’immagine che ha fatto arrossire di vergogna ogni calabrese che ha seguito la trasmissione in ogni angolo della terra); l’indignazione è nata e continua ad esserci perché i cittadini calabresi si sono potuti rendere conto, ancora di più, di quanto, nei loro confronti, non solo sia stato disatteso il principio costituzionale di tutela della salute, ma di come siano venuti meno i  capisaldi del concetto stesso di salute inteso come fondamentale diritto della persona: l’universalità e l’uniformità dell’assistenza.

Ma, io mi chiedo e chiedo soprattutto agli addetti ai lavori: forse non è vero che, salvo poche eccellenze, per seri problemi di salute i cittadini  calabresi devono rivolgersi a strutture del nord ? sono favole o è la cruda realtà le migliaia di persone che ogni anno intraprendono i viaggi della speranza con tutto quello che ne deriva sul piano economico e sociale? Ma perché non dovremmo indignarci nel vedere che la sanità territoriale, alla quale lo Stato destina la gran parte delle risorse di bilancio (55%), in Calabria non esiste o è poco considerata, mentre in altre zone del paese è fortemente incentivata perché, tra l’altro, vuol dire risparmiare. Penso, ad esempio, alle Case della Salute, all’Assistenza Domiciliare, all’ospedalizzazione a domicilio ecc. Da noi l’Ospedale rappresenta l’ombelico del mondo, generatore di enormi costi e di sprechi anche per un suo uso distorto ed inappropriato. In Calabria si preferisce la difesa estrema dei piccoli ospedali non perché gli stessi riescano a garantire benessere e salute, ma solo per un fatto di campanile spinto all’eccesso da vari e stratificati interessi. Le Case della Salute o i Centri di Assistenza Territoriale sicuramente rappresenterebbero una grande opportunità assistenziale, ma è un discorso difficile da far capire ed anzi chi dovrebbe, più di altri, farsi interprete e sostenere tale impostazione preferisce la difesa pervicace dell’ospedale, con tutti i rischi ed i pericoli che ciò comporta.  

Rafforzare e dotare dei giusti posti letto i centri di eccellenza, gli ospedali Hub e gli ospedali Spoke, dare un senso agli Ospedali di Montagna incentivandone l’aspetto relativo all’emergenza urgenza, dotarli in concreto delle strutture già previste dai decreti del Commissario ad acta per farli funzionare, da subito, con mezzi, strutture e personale adeguati per la missione che sono chiamati a svolgere, e non lasciarli abbandonati a se stessi, buoni solo a fornire risorse umane agli altri ospedali in difficoltà.

Quello che sbagliano i consiglieri e il presidente dell’Ordine dei Medici della Provincia di Vibo Valentia è il pensare che con la costruzione del nuovo Ospedale si risolveranno tutti i problemi della sanità su questo emarginato e, purtroppo, bistrattato territorio. Certo, esso rappresenta una fase importante; sarà d’aiuto perché consentirà di lavorare meglio e potrà contribuire, forse, a dare anche una diversa immagine; ma non potrà sicuramente determinarne, da solo, il miglioramento dell’assistenza e la risoluzione di annosi problemi. Questioni ormai incancrenite che sono il frutto di carenza di programmazione e di una visione miope di una classe politica e dirigente che non ha voluto, o forse non ha saputo, dare dignità all’ammalato che soffre e al bisogno di salute che sempre più forte proviene dalla società. Dobbiamo essere onesti con noi stessi e lavorare perché almeno i nostri figli e i nostri nipoti possano avere un sistema sanitario adeguato, una rete assistenziale che parti dal territorio dove i medici di famiglia riscoprano il gusto e la voglia di fare clinica, di confrontarsi, di aggiornarsi, senza limitarsi a prescrivere farmaci ed esami, tante volte anche per telefono. Di questi tempi dovremmo sforzarci anche di pensare quale sia il modo adeguato per risolvere problemi epocali quali quelli di una popolazione che va sempre di più invecchiando e che molto spesso rimane sola; alle persone diversamente abili che meritano per tutte le sofferenze patite la giusta assistenza. Dovremmo rivolgere lo sguardo verso i problemi ambientali che ieri sembravano marginali ma che oggi sono di grande attualità e possono costituire un grosso pericolo per la società: l’acqua, l’aria, beni comuni che non hanno prezzo e che qualcuno ha già mercificato vendendo, tra l’altro, veleno. Ci sono stati anni in cui la sanità ha rappresentato la possibilità di elargire prebende e di dare sfogo ad un clientelismo sfrenato che ha coinvolto indistintamente tutti dagli ausiliari ai primari; è giunto il momento, attesa anche  l’estrema delicatezza del settore in questione dove c’è in gioco la salute e la vita della gente, di cambiare registro, avendo la consapevolezza che, ad esempio, la realizzazione dell’Ospedale di Vibo rappresenterà non già l’arrivo ma solo l’inizio di una fase di riscatto che deve avere quali protagonisti ognuno di noi.

Dott. Fioravante Schiavello
Funzionario ASP Vibo Valentia 

      

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