Domenica, 31 Luglio 2022 07:33

FIMMINA DI RUGA | La nostalgia/1

Scritto da Giuseppina Vellone*
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La sabbia sottile della spiaggia di Soverato da piccola mi evocava il deserto.
Scavavo senza sosta per trovare l’acqua un gioco di cui oggi apprezzo il significato. Amavo appiattirmi sulla sabbia e guardare di lato immaginando che i piccoli rilievi fossero delle dune.
Volevo andare oltre: all’epoca sognavo di andare in Africa. Non coglievo la bellezza di quelle estati che negli anni avrei rimpianto.

Una delle più belle fu quando i miei affittarono una splendida casa liberty semiarredata che da lì a poco avrebbero demolito per fare posto ad uno squallido condominio. Io e Dino, mio fratello, facevamo la spola da lì ad un vecchio negozio dei proprietari e, letteralmente, trascinavamo piccoli mobili, sedie antiche, addirittura un separé, per renderla comoda. Era una casa bellissima.
Lì nelle stanze con i soffitti alti alti, nella magnifica terrazza con lo zampillo, ospitammo la famiglia dello zio Franco e, in seguito, la famigerata zia Teresina.

Bartolo Longo, la Madonna di Pompei, la “settina” dell’Addolorata, il manto di San Giuseppe, i Nove Venerdì, i Dodici Sabati. Novene, rosari, preghiere!
Zia Teresina le conosceva tutte, sapeva tutto a memoria, anche se teneva i suoi libri preziosi sempre aperti. Recitava con voce ferma, scandiva le parole: le sue preghiere non erano mai cantilene ma dialoghi, richieste, rimproveri. Parlava con i santi come parlava con gli uomini.

Non aveva timori, non aveva incertezze, non dava scampo. Diceva che il suo motto era “chiedete e vi sarà dato”, per cui ad ogni evento della famiglia che, a suo dire, non andava nel verso giusto, chiedeva che fosse raddrizzato dalla preghiera; e se ciò, a breve, non avveniva, allora rimproverava il suo celeste interlocutore: la voce da ferma diventava tonante, i punti cadevano come macigni.
Io immaginavo i santi in difficoltà, senza risposta. La zia Teresina incalzava, richiamava, pretendeva.

I suoi libri di chiesa erano come lei: gonfi, ripieni, traboccanti.
La zia Teresina era barocca, nel senso che ogni spazio, ogni momento veniva riempito da lei.
Era possente ma morbida. Le sue carni bianche non erano flaccide, era soda, notevolmente sovrappeso, ma non cadente.
Continuava a portare la crocchia anche dopo essere emigrata a Milano. I capelli erano radi, bianchi, tirati indietro e domati da decine di ferrettini come se fossero stati una foresta.

La zia Teresina era il capo indiscusso della famiglia Amato. Donna intelligente, acuta, forte ma tagliente e pretenziosa. Le cose dovevano essere come lei si aspettava, i suoi progetti dovevano essere quelli degli altri. Uomini, cose e anche Santi si dovevano piegare al suo volere.
Non c’era malevolenza in lei: come per mia madre, il suo giusto era il giusto per tutti, la sua verità quella assoluta, il suo volere il buono, il meglio che tu potessi desiderare.

Era generosissima la zia. Ricordo ancora la scatola blu del panettone Alemagna che arrivava per Natale; si apriva il coperchio e c’era la paglia bianca con cioccolatini colorati, torroni e monete di cioccolato. Ogni spazio della scatola era stipato, nessun buco, tutto pieno.

Quando arrivava d’estate era lo stesso: valigia piena di regali per tutti. A casa nostra, però, il commento era che poi, la zia, quella valigia desiderava, anzi pretendeva che fosse riempita delle cose calabre: olive (la sua passione) biscotti (‘nzulli), salsicce stagionate, pane, fagioli, formaggi...
Portava il Nord, ma voleva ritornare con la valigia piena di Sud.
Non so se fosse solo l’arroganza della pretesa a fare da sfondo a questo scambio, anzi sono convinta del contrario.

Anch’io sono emigrata; anch’io ho portato valigie di pensieri dal Nord e mi aspettavo di riempirle di cose del Sud: profumi, odori, sapori. Omaggi che mi “dovevano” dire che ancora appartenevo a quella terra e che chi era rimasto non mi aveva dimenticato.
Quando la zia Teresina tornava per le feste, pretendeva il suo posto in chiesa, al primo banco.

Le vizzoche, cioè le donne che frequentavano la chiesa ogni giorno, dovevano mettersi un passo indietro: era lei il capitano dell’armata dei banchi. La voce forte, sicura; la prima voce che sovrastava tutte.
La zia era tornata al suo ruolo, le altre potevano solo fare da “seconde”.

Poi, il fallimento del figlio, il tentativo di far andare avanti l’azienda dello zio Vincenzino, miseramente naufragato con il coinvolgimento di tutti noi: debiti, cambiali, ipoteche, paura, rabbia. Un regno che degenera in un inferno.
La zia Teresina allora si ritira.
Non può più tornare nella sua terra dove, da madre, sente di dover difendere il figlio, ma dove ogni faccia, ogni luogo le chiede ragione, ogni parente reclama giustizia.

Lei, direttamente o implicitamente, aveva chiesto aiuto per quel figlio, per un’azienda che poteva essere l’apoteosi della famiglia. Questo non le fu perdonato: salvare un’azienda non è riempire una valigia.
E allora: addio alle estati serresi, allo stuolo di parenti che si recavano in visita al suo arrivo, addio alle novene, alle messe cantate. La zia Teresina va in esilio.
Adesso che gli anni hanno lenito i dolori, adesso che le ferite sono diventate cicatrici, forse la possiamo ricordare per quello che è stata.

Le immagini più vivide sono quelle di lei che pur inginocchiata nel primo banco, magicamente, sovrasta tutti; oppure quando, l’ultimo anno di vacanza al mare insieme, non trovandoci al solito posto, carica di cose buone al braccio sinistro, appoggiandosi a un bastone di ombrellone con la mano destra, ci chiamava a gran voce, camminando a fatica sulla sabbia: sembrava Mosè che attraversava il deserto.
La camicia leggera mossa dal vento, i piedi che affondavano nella rena, lo sguardo dritto e fiero, la voce tonante: il bastone che diventa scettro.

*Psicoterapeuta, fondatrice della Onlus Famiglieperlafamiglia e responsabile di Casa di Deborah, nel 2021 ha pubblicato Fimmini di ruga, il libro da cui è tratto questo brano e da cui prende il nome la rubrica che cura per il Vizzarro.

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