Domenica, 24 Marzo 2024 06:13

Ferriere, un “mito” in declino mentre la politica (locale) pensava ai proprietari terrieri

Scritto da Francesco Barreca
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Foto tratta dal sito web calabriastraordinaria.it (Regione Calabria) Foto tratta dal sito web calabriastraordinaria.it (Regione Calabria)

A chi importava delle ferriere? Il “mito” di Mongiana e le colpe dei notabili calabresi/1

Nel 1863 l’amministrazione delle ferriere di Mongiana passò dal ministero della Guerra a quello delle Finanze, e l’anno successivo, nell’ambito del progetto di risanamento dei conti pubblici promosso dal nuovo governo La Marmora, il ministro Sella commissionò a Felice Giordano, suo ex-allievo e uomo di fiducia, un rapporto dettagliato sullo stato dell’industria siderurgica nazionale. A differenza di altre realtà, come quella delle ferriere toscane, in cui il processo di trasformazione in industria privata capace di operare in un’economia di mercato era stato avviato sin da prima dell’Unità, lo stabilimento di Mongiana non era mai stato un’impresa commerciale, non aveva mai avuto lo scopo di generare profitti o di promuovere lo sviluppo economico e industriale dell’area delle Serre, ma solo quello di armare l’esercito del Regno. L’amministrazione era di natura strettamente militare e lo stesso status giuridico di Mongiana è stato, fino a tempi relativamente recenti, quello di “colonia militare” in cui l’ufficiale responsabile dello stabilimento faceva le funzioni di “sindaco” del comune. Pur essendo la più importante realtà economica dell’area delle Serre, lo stabilimento era una sorta di corpus separatum rispetto alla realtà politica e amministrativa locale e ai tempi dei Borbone a Napoli nessuno si stupiva del fatto che le ferriere richiedessero, ogni anno, ingenti esborsi da parte dello Stato per essere operative: erano semplici spese militari, necessarie se lo Stato voleva mantenere l’autosufficienza in tale settore. Inoltre, a Mongiana la forza lavoro e le materie prime costavano poco, e lo stesso stabilimento, assicurando di che vivere a molti, era un importante strumento di pace sociale.

I Governi unitari, però, coi loro sostenitori al sud, la pensavano diversamente e furono più che disposti a sacrificare la pace sociale nel medio periodo in cambio della formazione di una borghesia agraria fedele al Regno d’Italia. Ciò aiuta a capire come mai, di fronte al declino delle ferriere, la politica locale non si organizzò mai in un fronte comune, compatto e capace di avanzare proposte efficaci per il suo risanamento. In un sistema in cui il diritto di voto era legato al censo, la classe politica era più incline a tutelare l’interesse di proprietari terrieri, i quali avrebbero preferito vendere il proprio legname a un’industria privata a condizioni di mercato piuttosto che a un ente governativo alle meschine tariffe imposte dallo Stato, e avrebbero avuto la possibilità di accaparrarsi le infrastrutture periferiche dismesse dallo stabilimento, come le seghe idrauliche di Santa Maria, per affittarle ad artigiani locali beneficiando inoltre del crollo delle retribuzioni che sarebbe seguito al surplus di manodopera determinato dalla chiusura degli impianti produttivi. D’altra parte, i proprietari terrieri erano stati e continuavano a essere la base più solida del consenso politico meridionale allo Stato Unitario e alla sua politica liberale, tanto che, nell’opinione comune, “proprietario” e “liberale” erano di fatto sinonimi. Lo stesso deputato Plutino, rispondendo al ministro Sella che gli ricordava d’aver offerto la gestione dello stabilimento agli enti locali, doveva riconoscere che a rendere impraticabile questa soluzione non era tanto l’eventuale canone d’affitto richiesto dallo Stato quanto la necessità, al fine di aumentare la produzione e creare margini di profitto, di espropriare parte dei boschi di proprietà del marchese di Arena, un provvedimento che nessuna amministrazione locale avrebbe preso a cuor leggero (come già detto, i privati non erano inclini a vendere legname alle ferriere poiché il pagamento a magazzino li esponeva a frodi; d’altra parte, il pagamento “a stima” - cioè effettuato prima del taglio, sulla base di quanto legno ci si aspettava potesse rendere ogni pianta - richiesto dai privati avrebbe fatto ricadere il costo delle frodi sullo stabilimento). La proposta di Sella era stata avanzata nel 1870, dopo che non vi erano state offerte di acquisto per lo stabilimento e la prima asta per la concessione in affitto era andata deserta. Lo scopo del ministro, tuttavia, non era tanto evitare la cessione ai privati quanto smontare la tesi secondo la quale quella di Mongiana era un’impresa redditizia, capace di reggersi in piedi da sola, e i cui passivi di bilancio dichiarati dal ministero erano frutto di chissà quali manovre politiche volte a sopprimere l’industria meridionale: se è così – questa la “trappola” di Sella –, se lo stabilimento è produttivo, allora prendetelo in gestione voi stessi. La proposta fu discussa nel corso della seduta del consiglio provinciale di Monteleone (Vibo Valentia) del 20 settembre 1871. Nell’occasione, a fare da segretario era il serrese Bruno Chimirri, futuro deputato e ministro, all’epoca consigliere provinciale. Dopo un veloce dibattito, il consiglio deliberò all’unanimità di rifiutare la proposta poiché l’offerta era con tutta evidenza “tendente a riversare sulla provincia uno stabilimento per incuria diventato improduttivo e oneroso al Governo.” Tuttavia, si “raccomandava in parola” lo stabilimento allo stesso Governo affinché lo facesse ripartire. 

A prendersi maggiormente a cuore le sorti di Mongiana negli anni ’60-‘70 non furono i politici locali ma l’onorevole Mariano D’Ayala, messinese, eletto nel collegio di Napoli, ex ufficiale dell’esercito borbonico, dal quale era stato destituito per le sue simpatie murattiane e liberali, e ora all’opposizione dai banchi della Sinistra storica. D’Ayala era legato a Mongiana per averla visitata negli anni ’40 e perché, da studioso, si era occupato della struttura e del funzionamento dell’esercito del Regno delle Due Sicilie. I suoi contatti erano militari e bypassavano la politica locale; perciò, egli trovò sostegno soprattutto tra deputati come Nino Bixio, più che tra gli eletti del collegio elettorale di Serra e di quelli ad esso attigui. E se Patrizio Corapi, eletto nel collegio di Serra, e gli altri deputati locali si limitavano a far dichiarare “urgenti” la petizioni del sindaco di Mongiana o dei cittadini di Serra che venivano loro affidate e nelle quali si “supplicava” il Governo di far ripartire lo stabilimento (lo fecero, oltre a Corapi, anche il suo predecessore, il barone Paparo, e Leonardo Larussa, eletto nel collegio di Catanzaro ma, in questa occasione, facendosi portavoce dei lavoratori di Serra), era in realtà il catanzarese Filippo Marincola a incalzarlo sui mancati investimenti in infrastrutture; era D’Ayala a interrogare direttamente il ministro Sella sulla questione di Mongiana; ed era Bixio a chiedere esplicitamente il riavvio dello stabilimento come parte di un più ampio programma di valorizzazione dell’industria nazionale. D’Ayala fece di Mongiana l’oggetto di un’interpellanza parlamentare, promosse la creazione di una commissione d’inchiesta per stabilire “le vere cause” della vendita dello stabilimento ad Achille Fazzari e più in generale non perdeva occasione di sollecitare il parlamento sulla questione. Nel 1866, ad esempio, nel corso di una discussione di routine sul trasferimento di proprietà della chiesa di Mongiana dal demanio al comune interrogò ancora una volta Quintino Sella (che all’epoca non era più ministro delle finanze, ma lo sarebbe ridiventato in seguito) su Mongiana. Ne seguì una discussione che il presidente della Camera dovette interrompere ricordando agli onorevoli “che il progetto di legge si riferisce alla cessione della Chiesa” e non allo stabilimento siderurgico.

            D’Ayala, tuttavia, non riuscì a creare un fronte parlamentare unitario. I politici meridionali, una volta disinnescato l’argomento della “floridezza” dello stabilimento, insistettero sempre più sulla riduzione della questione a problema di ordine pubblico nella maniera in cui lo aveva fatto Plutino. Questo era un fattore ben conosciuto dal Governo; lo stesso Felice Giordano – piemontese, amico ed ex-allievo di Sella, col quale peraltro si lamentava della scarsa rappresentanza meridionale nella commissione sull’industria siderurgica nazionale  – lo aveva sottolineato nel suo rapporto del 1864 con toni più sobri e realistici rispetto a quelli apocalittici di Plutino, invitando il Governo ad agire con prudenza e giudizio nei riguardi di Mongiana, tenendo in considerazione che lo stabilimento garantiva una “modesta ma regolare retribuzione” a più di mille persone, molte delle quali avrebbero altrimenti vissuto nella più assoluta povertà. E in effetti per tutti gli anni ’60 i Governi unitari continuarono ad affidare alle ferriere commesse in assegnazione diretta: granate, armi a percussione, manubri otturatori, pesi e misure metrico-decimali. Ciò era avvenuto anche se, come sosteneva Sella, delle sedicimila granate da lui commissionate solo quattrocento erano risultate conformi; e continuava ad avvenire nonostante il parere spesso contrario della commissione di bilancio. Ed è proprio durante una di queste controversie che troviamo un occasionale intervento del deputato eletto nel collegio di Serra a proposito della situazione di Mongiana. Il 19 febbraio del 1868 Patrizio Corapi prende infatti la parola per difendere la decisione del ministro delle finanze Luigi Guglielmo di Cambray-Digny di assegnare allo stabilimento di Mongiana una commessa di dodicimila Lire per la produzione di fucili a retrocarica, una decisione duramente contestata dalla commissione di bilancio che, nella persona del relatore Luigi Nervo, rilevava come rifornirsi tramite appalto ai privati avrebbe comportato risparmio di spesa e maggiori garanzie sulla qualità del prodotto. 

L’incapacità o la mancata volontà della politica locale di immaginare un futuro per Mongiana è il riflesso della sua incapacità o mancata volontà di immaginare un futuro tout court per la gente delle Serre, per la Calabria in generale. È con meraviglia mista a frustrazione che si leggono, oggi, discorsi di centocinquanta e passi anni fa in cui il tal politico si vanta dell’imminente completamento della trasversale che condurrà da Soverato al Pizzo passando per Serra San Bruno; ed è con ancor più lunare meraviglia e frustrazione che, scorrendo i verbali dei consigli provinciali, si apprende che questo affare non è che un preambolo retorico, risolto in poche, velocissime frasi di circostanza prima di passare a discutere con dovizia di particolari il vero tema della seduta: come risolvere una questione di confine con abuso annesso in cui è coinvolto un consigliere provinciale. La meraviglia e la frustrazione nell’essere informati del fatto che il consigliere interessato è così integerrimo da lasciare la sala del consiglio mentre si discute del suo caso, ma c’è comunque presente il suo avvocato, anche lui consigliere provinciale. La meraviglia e la frustrazione nel leggere la deliberazione del consiglio, che dice sì, il consigliere ha commesso un abuso e deve rientrare nei suoi confini, ma otterrà comunque dalla provincia un risarcimento in denaro e, grazie alla disponibilità dell’onorevolissimo sindaco, una porzione di terreno del demanio comunale che lo compensi dei metri quadri indebitamente acquisiti e ora in punta di diritto sfortunatamente sottrattigli.

Come poteva, questa classe dirigente, questo notabilato locale affamato di terra e potere e i cui interessi, come avrebbe osservato Gramsci, collimavano più con quelli del capitalista di Villar Perosa che con quelli del minatore di Pazzano, salvare Mongiana? Perché avrebbe anche solo dovuto provarci? – Oggi la questione di Mongiana è morta e sepolta, argomento d’archeologia industriale e materia per fantasie regnicole, ma le domande su chi ci ha governato e ci governa restano, più attuali che mai, ed esigono risposte. 2/fine

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