Venerdì, 03 Giugno 2022 08:09

Tra la perduta gente. In memoria di Luigi Lombardi Satriani

Scritto da Tonino Ceravolo*
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Quando Luigi Lombardi Satriani (San Costantino di Briatico, 1936 – Roma, 2022) si recò a Nardodipace per coordinare l’importante inchiesta etnografica diventata, con la regia di Maricla Boggio, un docufilm (qui la parte 1qui la parte 2) che poi avrebbe anche assunto la veste di libro (L’assenza del presente. Storia di una comunità marginale, a cura di M. Boggio, Marsilio, [per conto della Cassa di Risparmio di Calabria e Lucania], 1981), erano già accadute, nel suo percorso intellettuale e nella storia della comunità osservata, alcune cose fondamentali, che qui è indispensabile richiamare. Per quel che riguarda il suo itinerario di studioso, tra anni Sessanta e anni Settanta del ‘900 erano uscite alcune ricerche che, alla “scuola” di Gramsci e De Martino, avevano terremotato il panorama dell’antropologia italiana, facendo emergere un Mezzogiorno “altro”, che nei suoi riti e credenze esprimeva una radicale contestazione della cultura dominante (Il folklore come cultura di contestazione, Peloritana, 1967 e Antropologia culturale e analisi della cultura subalterna, Peloritana, 1968). Nardodipace, da parte sua, soltanto pochi anni prima era stata interessata da una duplice cesura storica, che ne avrebbe diversamente contraddistinto le vicende per molti anni: la disastrosa alluvione del 1973 e le elezioni amministrative, nel novembre dello stesso anno, vinte, per soli cinque voti, dalla lista con il simbolo del “Ramoscello d’ulivo” e che inauguravano per il comune una pagina nuova con la quale cominciava a diventare, anche agli occhi dell’opinione pubblica, il simbolo di un mondo che poteva cambiare. 

Tra “passato persistente” e “futuro inattuato” 

Non era stata un’indagine etnografica solitaria quella condotta da Lombardi Satriani nel comune delle Serre calabresi, perché insieme con lui e con la regista Maricla Boggio erano giunti a Nardodipace alcuni giovani studiosi (Francesco Faeta e Vito Teti) che avrebbero segnato con i loro lavori gli studi antropologici italiani nei decenni successivi e vi era giunto Mariano Meligrana, che sarebbe stato suo coautore del fondamentale Il ponte di San Giacomo. L’ideologia della morte nella società contadina del Sud, Rizzoli, 1982 (e senza dimenticare la presenza di Sharo Gambino, per diverse vicende memoria storica e testimone di quella comunità). Una Nardodipace in immagini e parole era quella che affiorava nella ricerca coordinata da Lombardi Satriani, divisa tra il “passato persistente” di Ragonà e il “futuro inattuato” di Cassari, il pianoro montano su cui era stato ricostruito l’insediamento ragonese dopo che per le alluvioni era stato dichiarato inabitabile. Nel film (e nel libro che ne era scaturito) si intrecciavano – come osservava Maricla Boggio – “elementi di antica tradizione, ancora utilizzati per riunire la comunità disgregata o per controllarne la conflittualità – magia, oggetti protettivi, balli, canti, feste religiose – con situazioni conseguenti a responsabilità politiche appena trascorse e ancora attuali”, che davano vita “alla condizione presente, non da contemplare come risultato folklorico inalterato, ma su cui riflettere per una prospettiva finora non definita, ma necessaria per non far precipitare in una sempre più profonda marginalità una comunità esemplare di numerosissime altre”. Proprio marginalità era la parola chiave della ricerca, opportunamente evocata sin dal suo titolo, perché marginali erano quelle comunità, marginale la povera e faticosa economia della rasula, marginali, rispetto alla modernizzazione che altrove si era ormai imposta, le pratiche magiche e le formule per cacciare il malocchio, marginali la solitudine e i sogni di Cosimo Tassone, nel suo duplice rifiuto di Ragonà, “comunità di pastori costretti a trasformarsi in contadini, e di Cassari, luogo dove si è tentata una ristrutturazione economica e culturale”. E se quella di “antropologo della civiltà contadina”, molto utilizzata nelle commemorazioni giornalistiche di Lombardi Satriani a ridosso della sua morte, rischia di essere una definizione riduttiva (Lombardi Satriani è stato anche un antropologo della “modernità” contemporanea, un osservatore acuto dei riti e dei miti del tempo attuale già a partire dal 1973 con Folklore e profitto), certamente della sua prossimità e vicinanza all’universo contadino L’assenza del presente costituisce una testimonianza importante e partecipe.

Le domande di Luigi

Se c’è un filo rosso che attraversa L’assenza del presente sono, infatti, le domande, gli interrogativi brevi, quasi lapidari, che Lombardi Satriani pone ai suoi interlocutori - comparendo nei dialoghi del libro con il solo nome di Luigi - senza sovrapporsi a loro, lasciando libero spazio alle loro parole, evitando di adottare tecniche che avrebbero rischiato di depotenziarle. Così a Cosimo Tassone chiede dei suoi sogni e a Salvatore Martino del suo lavoro, della sua casa, dei suoi studi interrotti. Con Damiano Tassone ragiona, accompagnandolo lungo la strada che conduce al suo podere, sulla povera economia della rasula e sulle frane da cui difendersi, in mancanza del cemento, soltanto con muri di pietre accatastate “e poi si è punto e da capo perché viene l’alluvione, se lo torna a portare via e si deve rifare di nuovo”, mentre a Vincenzo Tassone domanda dello “sguardo invidioso”, dello spazio domestico che può farsi anche minaccioso, di coltelli “conficcati nella porta di casa” in funzione apotropaica, per proteggersi dagli spiriti. È un dialogo ininterrotto quello che Lombardi Satriani intrattiene, attraverso gli uomini e le donne, con un’intera comunità, anche chiedendo al medico Cosmo Monteleone della diffusione delle malattie e del rapporto tra le medicine e le pratiche “magiche” e a Maria Stella, la “maga” di Cassari, di come si curano il mal di pancia e i vermi, delle formule rituali che adopera, delle processioni dei morti e dei contatti tra questi e il mondo dei vivi. Emergono, grazie al continuo domandare, la cosmogonia e l’antropologia del contadino sognatore e solitario Cosimo Tassone, il quale, al di fuori del suo povero lavoro con la terra, trascorre il tempo a captare gli echi che, attraverso vecchi giornali e antiche monete ritrovate, gli giungono dal passato, dimensione privilegiata del suo ordine quotidiano, un passato mitizzato, in cui tutto era, nella sua visione, più educazione, più disciplina, più legalità. Emerge anche una comunità disgregata e dispersa per gli insulti della natura e della storia, non immune dalla violenza, nella quale mancano le strutture aggreganti e il presente è assente. A tutto questo conducono le “domande di Luigi”, questo fa vedere una ricerca sul campo che è anche un “discorso sul metodo” e un mirabile esempio di un sapere che non si nutre della sola distanza.

Infine

Si potrebbe, indubbiamente, dire altro e di più, ricordare le prestigiose cattedre universitarie occupate in molti anni di insegnamento, richiamare con accuratezza la vasta bibliografia, soffermarsi anche sull’impegno politico e sul laticlavio senatoriale, ma si può fare memoria di un’esistenza complessa, viva, piena di tante cose, anche provando a osservarla da un minuscolo punto di luce. Pure da questo circoscritto angolo visuale si può cogliere una indomita passione culturale, la natura di un metodo scientifico, lo stile di un uomo che di molti è stato maestro, una presenza con la quale a lungo occorrerà misurarsi e fare i conti.

*Storico, antropologo e scrittore, cura per il Vizzarro la rubrica Nuvole

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