Domenica, 18 Dicembre 2022 09:34

FIMMINA DI RUGA | La forza indomita di una Montagna

Scritto da Giuseppina Vellone*
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Foto di Filippo Rachiele Foto di Filippo Rachiele

Eccola qui, imponente nella figura come nel nome: zia Montagna.
Sorella della nonna Brunina; sorella di sangue certamente, ma, al vederle, niente le accomunava.
La zia era possente: nei gesti, nelle parole, nel tono, nell’occupazione degli spazi.

Abitava da sola, vicino alla nonna, e, sbrigati i lavori di casa, trascorreva quasi tutto il pomeriggio da noi. Entrava quasi con violenza e si sedeva vicino al camino, tutti i giorni, incurante di chi ci fosse nella stanza o di che clima emotivo ci fosse fra i presenti.
La zia non chiedeva permesso.
Dava per scontato che quello fosse il suo posto. Dalla seggiola occupata, come un radiocronista commenta una partita di calcio, così lei commentava ciò che accadeva a casa di nonna e quello che accadeva fuori nella ruga; poi iniziava i “balletti verbali” con gli zii.

Me la ricordo proprio imponente. Aveva uno strabismo importante, che incuteva timore e dava alla sua espressione un tratto truce.
Si diceva che “l’occhio storto” le fosse venuto per l’enorme dolore di aver perso il figlio Giovanni che aveva soli vent’anni. La zia aveva sposato un vedovo che aveva già quattro o cinque figli; erano venuti, poi, i figli loro: Turino, Sina, Pina, Mafalda e Giovanni.
Mafalda è la mia cugina preferita (da parte di mamma) ed
è la mia madrina.

Si racconta che, quando al marito della zia fu diagnosticato
il cancro, lei, che era andata dal chirurgo con un “capicollo” (il salame stagionato e steccato) tornò riportandoselo indietro: aveva capito la fine prossima del marito e sapeva che avrebbe dovuto sfamare da sola i suoi figli.

La vita, i dolori, contribuirono a renderla aspra, tagliente, ma la nonna diceva che la zia aveva la battuta pronta anche prima. La zia Montagna governò la sua barca con forza bruta: Mafalda fu messa in un orfanotrofio, Sina e Pina mandate nella montagna a portare la legna; lei come un uomo con gli uomini a fare carbone.
La zia era proprio come un uomo: parolacce, doppi sensi,
risposta al vetriolo; forse anche qualche sigarettina di nascosto. Nulla le sfuggiva: ogni piccolo particolare fisico fuori dalla norma era da lei colto e usato per schernire: non ferire ma pungere. I denti grandi di mia mamma, le labbra di zio Luciano, il carattere di zio Domenico: tutto veniva annotato e poi usato per rimbrottare, per prendere in giro, per dire la sua.

Qualche volta si offendeva quando gli zii le rispondevano; ma si offendeva veramente solo quando loro non stavano al gioco della provocazione.
Mitico è diventato il ricordo di quando, scandalizzata dalla
nuova liturgia della messa, ha continuato ad inveire contro la modernità, proprio lei che era antesignana in molte cose.

Una sera zio Aldo arrivò con la “notizia”: il cambio di liturgia sarebbe stato solo il preludio alla chiusura delle chiese. La risposta arrivò come una mitragliata: “Si si chiudanu li chiesi allura si apirinnu li gambi di li fimmini... tu chissu vuolirissi” (Se si chiuderanno le chiese, allora si apriranno le gambe delle donne... Tu, questo vorresti?)”.
Poi, offesa, sbattendo la porta con violenza, andò via. La nonna, come sempre, si preoccupò; ma era chiaro a tutti che l’indomani la zia sarebbe tornata al suo posto di cronista vicino al camino.

La sua vita era il presente. Era la padrona indiscussa della piazza: ospite cercata e sgradita allo stesso tempo in tutte le case. La zia non parlava mai di Giovanni, né del dolore degli anni seguiti alla morte dello zio. La zia Montagna era per la verità: quella nuda e cruda, che spesso ferisce. 
Amava alcune cose: il gelato al limone, le pannocchie cotte e Domenico Modugno.
Per tanto tempo, non avendo la tivù, si appoggiava a casa della famiglia Minasi, dove imponeva lei il programma da vedere senza che nessuno potesse contraddirla. O eri con lei o contro di lei.

Turino è andato via da casa, stanco degli scontri; Sina si è poi fatta suora, anche se aveva avuto qualche cedimento, ma la zia non le aveva concesso appello.
Pina, invece, che era un po’ come lei, ebbe la forza di opporsi a un buon matrimonio con l’orefice Ciccio Vinci, desiderato dalla zia Montagna, perché innamorata da sempre di Bruno. La zia riteneva Bruno inconsistente, inaffidabile. Il soprannome di Bruno era “Gadhetta”, una sorta di Pinocchio: in verità qualche balla lui la raccontava.

Pina era bellissima. Pina era fatta di terra, di forza, di sole.
Bruno era uno scricciolo al suo confronto: senza arte né parte. Eppure Pina ebbe la meglio: sposò Bruno e poi emigrarono in Francia.
I primi anni, come tutti gli emigrati, tornavano spesso portando con loro le bellissime figlie.
La zia Montagna era di certo orgogliosa di loro, della loro statuaria bellezza, ma neanche a loro perdonava quel padre modesto.

Bruno, durante il suo servizio militare, aveva scritto una lettera a Pina perché quest’ultima si era “raffreddata” nei suoi confronti. Per anni, durante le sere d’estate, la lettera veniva raccontata da mia madre. Una lettera d’altri tempi: articolata, nostalgica, struggente. Si scoprì che in realtà l’aveva scritta per lui il suo capitano; lo si capì non solo dallo stile, ma dalla frase finale che di romantico e struggente non aveva nulla: Bruno “minacciava” Pina in dialetto e lì, al momento finale, tutti gli ascoltatori ridevano sollevati. Dopo il linguaggio aulico del capitano, arrivava quello viscerale di Bruno, che tutti comprendevano. La zia non rideva; quello era il suggello al suo disprezzo. Poi una frase ad effetto, caustica, e il suo allontanarsi dalla scena.

La zia, però, non ha mai rivolto frasi pungenti a me. Lo sguardo di traverso, che spesso veicolava sopportazione, quando guardava me era, viceversa, diretto.
La zia mi ascoltava anche se ero piccola, ascoltava con attenzione soprattutto quando ripetevo i compiti. Non ho ricordi concreti, ma ho il senso del rispetto, della deferenza: forse, più che a me, alla cultura che, attraverso di me, la lambiva.

Curiosa, intrigante la zia. Senza mezzi termini.
Malgrado lo strabismo il suo sguardo sfidava, sfidava gli uomini, le convenzioni, il banale.
Il sarcasmo era per lei come un’arma di offesa; o forse, soprattutto, di difesa.
La forza indomita delle montagne, il suo nome.

*Psicoterapeuta, fondatrice della Onlus Famiglieperlafamiglia e responsabile di Casa di Deborah, nel 2021 ha pubblicato Fimmini di ruga, il libro da cui è tratto questo brano e da cui prende il nome la rubrica che cura per il Vizzarro.

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